Laudesi al Teatro Officina di Milano
Passio, Azione attorno alla paraliturgia popolare italiana, di Laudesi, ha portato un sapore di confraternita al teatro Officina di Milano sabato 2 marzo 2024.
I Laudesi infatti conducano da anni una ricerca sul repertorio paraliturgico italiano, con un’indagine minuziosa sul canto e sul corpo. Non si considerano né attori né performers anche se sono culturalmente legati all’esperienza del teatro di gruppo e al lavoro di Jerzy Grotowski.
Si definiscono artieri, che erano coloro i quali, a partire dal 1100/1200 in Europa, si specializzavano artigianalmente in una materia. “Erano spadari, giobbonari, falegnami, fabbri, muratori, organizzati in Confraternite e Corporazioni”.
Rispondevano così ai bisogni primari delle prime comunità formatesi attorno alle Chiese in un momento di grande fervore religioso. Numerose persone infatti, per vivere più profondamente e congiuntamente il loro sentimento per Dio, diedero vita nel centro Italia a delle confraternite laiche. Sorsero così i Disciplinati, i Flagellanti, i Battuti e molte altre.
Laudesi: la forma di culto da loro adottata si faceva preghiera collettiva e canto, o meglio laude.
L’etimologia di laude viene dall’allodola, un uccello che rimanda alla predicazione francescana. San Francesco infatti compose il primo Canto religioso in volgare e non in latino, il Cantico di Frate Sole. Il laudario di Cortona, che raccoglie musiche e testi di più di quaranta laudi, risente proprio del rinnovamento francescano
Al Teatro Officina i Laudesi, artieri di canto e danza condivisi, hanno portato un canto agito. Due le fonti: il Canto di Tradizione, legato alla liturgia popolare a partire da San Francesco D’Assisi e il Laudario di Cortona.
In scena, Marta Annoni, Elisabetta Fraccacreta, Silvia Minchillo, Ruggero Bonacina, Raúl Iaiza, Simone Lampis, Stefano Olimpi. Scolari Ricercatori, Marco Berta, Ettore Brocca, Simone Faloppa.
Non tutti sono attori professionisti ma tutti condividono il percorso di ricerca e il tentativo di esprimere attraverso corpo e canto i misteri della vita e della religione.
Un grande tappeto rettangolare nero su campo rosso, è stato posto al centro del teatro, scomponendo così la suddivisone spaziale dello stesso. Il pubblico è seduto tutto intorno. Piano piano le luci si abbassano. Resta quella calda di gruppi di candele sparse in angoli diversi.
Poi, entrano gli artieri. Sono a piedi nudi, quasi a volere prendere energia dalla terra. Da una terra antica, forse aspra, che ha memoria di Cerere, Bacco. Bevono vino rosso passandosi la stessa bottiglia. E quel vino diventa il mistero del sangue, della vita. Apollineo e dionisiaco si mischiano.
Cantano in una lingua antica, tra Miserere me in latino, e laudi in volgare. Si colgono parole campane, toscane, abruzzesi, mentre i loro corpi sembrano piegarsi al soffio della vita ed accoglierla insieme alla sua bellezza e bruttura. Quel canto e quel movimento corale, tra suoni ancestrali e elementi quasi tribali ci parla infatti di vita, morte, violenza che acceca. Del dolore di Maria, che è il dolore delle madri che perdono il figlio, della fine che tutti vogliono conoscere ignorando però il principio. Della crocefissione, deposizione, resurrezione.
Raúl Iaiza, in mezzo a loro, come un direttore d’orchestra, solleva le mani, le apre, le abbassa. E le voci seguono il suo movimento. La sala è invasa da un’energia vitale corporea e corale potente.
L’anima diceva Rumi, non è straniera nel corpo, anche se nessuno la vede.
Laudesi
Perfoming Arts Research Program
diretto da Raúl Iaiza
Artieri
Marta Annoni, Elisabetta Fraccacreta,
Silvia Minchillo, Ruggero Bonacina, Raúl Iaiza,
Simone Lampis, Stefano Olimpi
Scolari Ricercatori
Marco Berta, Simone Faloppa




