Nagorno-Karabakh: si riaccende il conflitto in Armenia
È di ieri l’escalation armata che ha visto i territori del Nagorno-Karabakh riaccendersi nuovamente dopo l’inutiletrattato di pace firmato nel 2020. L’intervento di mediazione russa ha fatto si che oggi il conflitto trovasse subito una tregua in seguito al massiccio bombardamento della città di Stepanakert. I separatisti armeni, non riconoscendo il governo azero, non si arrendono e rivendicano l’appartenenza della regione alla propria nazione. La regione del Caucaso meridionale si infiamma ancora una volta. Per domani sono previsti i negoziati a Yevlakh, in territorio azero.

A dare la notizia della momentanea tregua sono state le principali agenzie di stampa russe. Nonostante l’iniziale volontà da parte del governo azero di continuare il conflitto nella regione, a seguito di quelle che erano state definite attività antiterroristiche volte a contrastare l’offensiva militare armena, al momento, nel Nagorno-Karabakh vige il “cessate il fuoco” in attesa delle negoziazioni di domani che vedranno come intermediari i “peacekeeper russi”.
La regione
Il Nagorno-Karabakh è una regione geografica sita nel Caucaso Meridionale. In seguito al conflitto noto come guerra del Nagorno-Karabakh che ha visto, dal 1988 al 1994, quella che sarebbe diventata di lì a poco la Repubblica di Armenia e l’Azerbaijan, contendersi il territorio. Il casus belli coincise con l’autoproclamazione della Repubblica del Nagorno, storicamente abitata dalla popolazione armena, in rifiuto verso il controllo politico dell’Azerbaijan, anche se, ancora oggi non è riconosciuta dalla comunità internazionale che la identifica come enclave armena in territorio azero. Sono gli anni della dissoluzione dell’Unione Sovietica e nonostante le rispettive indipendenze, l’occhio russo non ha mai smesso di attenzionare la regione.

Autodeterminazione vs Integrità territoriale
Era terminata da poco la Prima Guerra Mondiale quando il presidente Woodrow Wilson, propose di applicare il principio dell’autodeterminazione dei popoli per riorganizzare l’assetto europeo in seguito al disastro della Grande Guerra, com’è noto, non venne ascoltato e il mondo ripiombò in un buio ancor più tenebroso. L’articolo 1 della Carta delle Nazioni Unite, figlia della Seconda Guerra recita: “Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’auto-decisione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale”. Era il 1945, il proposito era buono ma cozzava ancora una volta col principio secondo il quale, oltre alla volontà di costituirsi in comunità, l’autodeterminazione dovrebbe sposarsi con il principio di integrità territoriale. Gli ostacoli sono molteplici e la situazione in Nagorno ne è ancora una volta la prova lampante.
La popolazione che risiede nella regione è di fatto di etnia armena e di religione cristiana e la convivenza con la popolazione musulmana di etnia azera non ha mai reso semplici i rapporti. Il governo di Baku non tollera la mancanza di controllo del “proprio” territorio, di converso i separatisti filo-armeni non intendono sottostare alle ingerenze di un paese che vedono come oppressore.

Il conflitto del 2020
Passato in sordina per via della pandemia di Covid-19, lo scenario che si sta verificando oggi ricalca molto il precedente conflitto avvenuto tra Armenia e Azerbaijan. Quest’ultimo, nel settembre 2020 aveva organizzato un raid aereo sempre contro Stepanakert e sempre in funzione antiterroristica. Gli scontri, tramutatisi poi in una vera e propria guerra, durarono per 45 giorni. Si giunse a una momentanea soluzione solo in seguito alla mediazione del presidente russo Vladimir Putin. È evidente che, oggi come allora, il Nagorno-Karabakh resta una zona caldissima.




