Il Compleanno: mentre accade qualcosa di grave, sembra non accada nulla
Al Teatro Menotti Filippo Perego di Milano, dal 27 ottobre al 13 novembre 2022, va in scena Il Compleanno, di Harold Pinter, premio nobel per la letteratura nel 2005.
Peter Stein firma la regia di questa pièce enigmatica, sconcertante. Sul palco sei bravissimi attori: Maddalena Crippa, Fernando Maraghini, Alessandro Averone, Gianluigi Fogacci, Alessandro Sampaoli e la giovanissima Emilia Scatigno.
La scena, una sala da pranzo, pur essendo di colori scuri, è precisa e delineata. Le finestre quadrate, sembrano squadrare la luce, regolarizzarla, ma anche delimitarla, come per far si che non resti informe e caotica come appare in natura.
La poca mobilia, un tavolo con delle sedie, ha contorni netti. Tutto è disegnato nella sua solidità corporea. La porta sulla sinistra dà sulla cucina, l’altra, sulla destra, è il confine che delimita il dentro dal fuori.
Il volume granitico e spaziale della scena, tende però a dissolversi appena i personaggi cominciano a parlare. I dialoghi sono infatti vuoti, banali, pieni di automatismi, cliché, ripetitivi, una sorta di maschera per nascondere la paralisi o l’assenza di pensiero. Sembrano celare una pigrizia intellettuale sia sul piano etico che civile.
Diventano spesso monologhi cui fa eco il mutismo. Il silenzio come risposta, è però ambiguo, polisemico, reclama quindi un’interpretazione, sia da parte del pubblico che dell’attore. Spesso è un meccanismo di potere, di scontro mascherato.
Incontriamo prima due coniugi seduti al tavolo intenti a far colazione. Lei, Meg, parla del più e del meno mentre il marito, Petey, legge svogliatamente e risponde in modo evasivo alle sue domande superficiali. Sono i proprietari di una pensione in riva al mare ed hanno come unico cliente Stanely. Meg ha con il giovane uomo, di cui si ignora il passato, una relazione ambigua, di cui il marito non sembra volersene accorgere.
Il Compleanno: mentre qualcosa di grave accade, sembra che non accada niente
Due altri clienti che sembrano usciti dal passato oscuro di Stanley, arrivano proprio il giorno del suo compleanno. Sono Goldberg e McCann. Somigliano a sicari, ma Pinter ce li presenta inizialmente come umani, con le loro debolezze. Parlano perfino di vacanze!
Sono loro che decidono di organizzare al giovane una festa a sorpresa, dove tra frizzi e lazzi, cose strambe, un tamburo dal suono assordante, si insinua un’ombra inquietante, macabra. Ma la cosa spiazzante è che mentre sta accadendo qualcosa di grave, sembra che non accada nulla.
Inizialmente si tenta di capire, di seguire una logica plausibile, possibile. Si ride anche. Poi si abdica alla propria ragione e ci si abbandona alla implacabile verità dell’assurdo. Che, si badi bene, non è quella teatrale, del teatro dell’assurdo, ma quella reale, del potere che si delinea via via più minaccioso.
Bisogna però aspettare il secondo atto per capire la potenza di questo spettacolo che indugia sulla parola malgrado essa non porti luce, anzi confonda creando spettri di opzioni.
È questa la deflagrazione del secondo atto che arriva come un pugno nello stomaco. Essa ci porta a confrontarci non solo con l’incomprensibilità della vita naturale ma con la logica assurda del potere che si nutre di minaccia, violenza, detenzione, persecuzione. Non è però, si badi bene, il potere del dittatore facilmente riconoscibile, ma quello di colui che appare come salvatore, portatore di libertà, democrazia.
Dunque è il potere ad essere privo di ogni fondamento nella ragione e nel senso comune, ad essere intrinsecamente contraddittorio, non il teatro che anzi lo smaschera.
Stanley è ora imbavagliato, incapace di parlare ed accecato, perchè i suoi occhiali sono stati rotti dai due strani clienti. Metaforicamente, il potere e/o l’ideologia hanno riformato, asservito, messo a tacere, il dissidente!
Meg è ignara di quanto sia accaduto mentre il marito lo vuole ignorare.
Perchè il potere si conservi è necessario infatti che la gente resti nell’ignoranza, che viva nell’ignoranza della verità e perfino della sua stessa vita. E che sia indifferente. È cosi che muore la coscienza.
La rigorosa regia di Peter Stein lavora sulla parola, sull’azione che contiene e sull’armonia delle relazioni tra attori. Il lavoro di preparazione con loro è infatti durato sei settimane e si è svolto nella sua tenuta in Umbria. Il risultato, oltre naturalmente allo spettacolo, è stato una comunità artistica che ha condiviso, tra le dolci colline, ogni momento della giornata tra prove, indagini sulla complessità della natura umana e sul ruolo dell’arte nel suo sviluppo.




