Il doppio volto di Carlo Cassola: lo scrittore che fece del giornalismo un laboratorio civile
Nel grande corpo dell’opera di Carlo Cassola (severo nume della letteratura novecentesca e autore di opere come “La ragazza di Bube”) l’attività giornalistica rappresenta l’altro emisfero della scrittura, distinto ma complementare alla narrativa. È una produzione vasta, ramificata, dispersa tra quotidiani e riviste, ma che conserva un filo costante: l’osservazione minuta della realtà e il rifiuto delle ideologie totalizzanti. Cassola non scrive per dimostrare, ma per capire. Non predica, ma testimonia.
Fin dal dopoguerra, accanto ai romanzi che gli daranno la notorietà, Cassola coltiva una scrittura che si misura con il presente, con i cambiamenti sociali, con il passaggio dall’Italia contadina a quella industriale. La sua collaborazione più lunga, e più importante, con il mondo della stampa è quella con il Corriere della Sera: un sodalizio trentennale, dal 1953 al 1984, culminato nella rubrica Fogli di diario, ideata per lui dal grande Giovanni Spadolini nel 1968. Ed in questo senso per comprendere la visione, lo stile e l’eredità di questo imperdonabile del Novecento è opportuno leggere “Carlo Cassola e il Corriere della Sera” (edito Fondazione Corriere della Sera e curato da Alba Andreini) che ne raccoglie gli articoli dal 53 all’84. In quei testi, Cassola fa della terza pagina un territorio di libertà morale e di ascolto, un diario civile in cui la letteratura incontra la cronaca.
L’elzeviro, per l’autore, diventa un genere a sé: un modo per dare alla pagina quotidiana la densità di un racconto e la sobrietà di una riflessione. La sua scrittura per il giornale non è mai subordinata alla notizia: è, piuttosto, un modo per restare nel mondo senza aderirvi del tutto.
In Cassola giornalista si ritrova pertanto la stessa tensione etica che anima i romanzi: l’attenzione al dettaglio, ai destini minimi, alle figure marginali. Nelle sue inchieste – come I minatori della Maremma, scritta nel 1956 insieme a quel Luciano Bianciardi autore de “La vita agra” – emerge una sensibilità sociale che non si fa mai ideologia. Nei suoi reportage e nei suoi articoli critici, invece, è immortalata un’Italia che scompare: botteghe di campagna, venditori ambulanti, oggetti d’uso quotidiano che diventano emblemi di un mondo sconfitto dal progresso. E in quelle pagine lo scrittore trasforma la cronaca in un sepolcro della civiltà contadina, restituendo dignità al piccolo, al secondario, all’umile.
Il suo giornalismo nasce da un principio di distinzione tra “espressione” e “comunicazione”. Nella prima vive la letteratura, nella seconda l’impegno giornalistico. Anche se, in lui, la comunicazione non diventerà mai propaganda. Non venendo mai meno alla propria voce, alla resistenza verso il conformismo del potere mediatico.
Non c’è in Cassola, infatti, alcuna fascinazione per il successo o per il clamore della stampa. Il giornalismo, per lui, è una prosecuzione della letteratura con altri mezzi: un modo per comunicare la verità delle cose, per dare voce a chi non l’ha mai avuta. Il successo dello Strega nel 1960 lo lascia indifferente; ciò che lo interessa è la possibilità di lavorare, di costruirsi “una casa in campagna” dove scrivere e osservare. Il suo è quindi un giornalismo di contemplazione, non di militanza: la cronaca diventa meditazione, la notizia diventa parabola morale.
Dietro la prosa limpida, quasi disadorna, Cassola coltiva un senso profondo della complessità. Cassola, infatti, è difficile non perché oscuro, ma perché radicalmente semplice. La sua chiarezza disarma, la sua essenzialità costringe a un ascolto autentico ad una rilettura sempre rivelatoria, mai tediosa.
Con gli anni, il suo giornalismo si fa sempre più teso verso un orizzonte etico e cosmico. Il pacifismo, la difesa della natura, la fratellanza universale: sono i temi di un autore che si sposta dall’antropocentrismo a una visione che ha per protagonista la terra, la natura, la vita in ogni sua manifestazione.
Oggi, rileggere Cassola giornalista significa – in conclusione – riconoscere un modello alternativo di scrittura civile: né retorico né militante, ma capace di restituire senso alla realtà quotidiana da una prospettiva severa ma comprensiva. Un giornalismo che non urla, ma ascolta; che non convince, ma accompagna; che non spiega, ma mostra.
Articolo a cura di Francesco Subiaco




