Coltivare orti virtuali senza cadere nella cyber-dipendenza

Coltivare orti virtuali senza cadere nella cyber-dipendenza

farmville-2_tI videogiochi cambiano veste, evolvendosi ed integrandosi con le communities virtuali che utilizziamo ogni giorno. Già da diversi anni possiamo far crescere le nostre verdure all’interno dell’orto virtuale di Farmville, costruire delle strade nella nostra città virtuale con City ville, e prenderci cura dei nostri animali con Pet society. Gli esperti hanno addirittura coniato un nuovo termine per definire la pervasività del fenomeno, lo chiamano infatti “gamification”. Ovviamente è stata la diffusione massiccia degli smartphones e dei tablet che ha favorito la sua crescita esponenziale, in misura marcata nelle generazioni native digitali ma sorprendentemente non solo in quelle. I dispositivi mobili infatti, svincolati dall’uso domestico, sono in grado di estendere e protrarre le sessioni di gioco al di fuori della propria abitazione, aumentando non poco le problematiche derivanti da un uso smodato di questi giochi.

Una recente indagine realizzata congiuntamente da Lightspeed research e Trendstream è riuscita a identificare l’utente tipo di queste diavolerie in grado di generare assuefazione e in alcuni casi dipendenza, individuando a sorpresa,  nelle donne divorziate, le principali fruitrici di  questi social games. Tom Smith, amministratore delegato di Trendstream e responsabile di questo studio, afferma che le donne sono particolarmente indotte a  giocare su queste piattaforme web condivise da ampie comunità, a causa del fatto  che questi giochi sono facilmente accessibili in quanto veicolati dalla rete, e non sottraggono loro molto tempo. La stessa indagine fa emergere un altro dato interessante, e cioè che più della metà degli utenti di Facebook, il 55%,   gioca con questi passatempi virtuali  tutti i giorni.

Sfortunatamente, di pari passo con il successo che questi prodotti commerciali hanno ottenuto, è in netta ascesa il numero di persone che maturano vere e proprie forme di dipendenza: circa il 19% degli utilizzatori di social games si dichiara apertamente “addicted”. Si tratta di persone che non riescono a smettere di controllare i loro profili sui siti web di questi videogiochi, controllando in modo parossistico, ad esempio, se una coltura deve essere raccolta, o se una mucca ha bisogno di essere munta.

Una delle principali forme di dipendenza legate alla rete è definita dagli psicologi “internet addiction disorder”, un disturbo in grado di provocare una forma di alienazione sociale e affettiva, nonché un vero e proprio allontanamento dalla vita reale. Si consideri infatti che questi giochi fanno leva in realtà su una dinamica psicologica sofisticata e, in fin dei conti, subdola: ovvero lo scambio e la condivisione di beni virtuali da parte degli utenti. Un fatto che genera un vero e proprio deragliamento psicologico dei bisogni, delle pulsioni, dei sentimenti, compreso l’altruismo, in una sorta di posticcia esistenza parallela che prende il posto della vita, magari insoddisfacente,  di tutti i giorni. Sono gli stessi gamers ad alimentare tra di loro una stretta interdipendenza, scambiandosi reciprocamente regali virtuali, finalizzati da un lato ad aumentare il loro punteggio, ma anche a innescare un vero e proprio circolo vizioso che induce gli utenti a giocare nuovamente per ricevere dalla rete un feedback gratificante.

Diverse aziende hanno fiutato il business relativo al social gaming, e hanno studiato, sia sotto il profilo sociologico che psicologico, delle strategie finalizzate ad aumentare il  coinvolgimento e dunque l’uso di queste apps.  Il più delle volte, vengono introdotte delle penalizzazioni nel punteggio oppure dei premi, allo scopo di punire i gamers che per troppo tempo non giocano e, nel contempo, di premiare coloro i quali tornano nel social gaming a intervalli regolari.

Tuttavia, uno dei principali strumenti utilizzati per accalappiare gli utenti è ovviamente il loro punteggio complessivo, che assieme ai ranking all’interno della singola partita, motiva gli internauti da una parte ad accrescere la loro autostima migliorando la loro performance e dall’altra favorisce il senso di competizione e la sfida tra loro: in fin dei conti, cosa c’è di più divertente che sfottere (‘blastare‘ in gergo) i propri amici sullo scarso rendimento del loro orto, o sulla fallimentare gestione della loro città virtuale?

E’ però triste osservare che parallelamente a una sana tensione agonistica che questi giochi sono in grado di sviluppare, molti users per consolidare la loro identità all’interno della propria comunità ludica, e per incrementare la loro visibilità, finiscano per investire dei soldi veri per accaparrarsi un armatura virtuale, o per costruire edifici all’interno della loro cyber-città. In altre parole gli aspetti “social” talvolta cedono il passo a una sorta di mercificazione dei rapporti umani anche in questa vita virtuale parallela.

Massimo Pasquetto

21 aprile 2013

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