I musei del futuro: luoghi della narrazione digitale in movimento

l’applicazione Visible city: Vancouver’s Neon StoriesVi sarà forse capitato di sostare in un museo di fronte a un’opera d’arte avvalendovi di una gracchiante audioguida in grado sì di snocciolarvi dati, nomi e luoghi, ma così poco interattiva, da farvi rimpiangere non poco la rassicurante presenza di un’esperta guida al vostro fianco. Ebbene sì, quel gadget, che peraltro solo pochi musei tecnologicamente evoluti potevano offrire, va considerato oggi alla stregua di un oggetto da antiquariato.
Da un po’ di anni a questa parte, i musei più al passo coi tempi, offrono ai loro visitatori dispositivi basati sia sulla realtà ‘virtuale’ che su quella ‘aumentata’ (augmented reality). Queste due nuove opzioni tecnologiche, a dispetto del nome che lascerebbe intendere una certa loro parentela, in realtà sottendono prodotti completamente differenti. La realtà virtuale fornisce un esperienza simulata e interattiva di ciò che è presente intorno a noi, mentre la realtà aumentata consente di ottenere informazioni aggiuntive rispetto a un luogo, un museo, o un qualsiasi contesto territoriale, avvalendosi dei dati trasmessi per via telematica che arricchiscono, sovrapponendosi a esso, il contesto spaziotemporale percepito attraverso i cinque sensi, con una messe di informazioni elaborate in tempo reale proprio a partire da quei dati.
Il motivo che ha portato le istituzioni museali un po’ in tutto il mondo, e anche in Italia, a introdurre questo tipo di innovazioni è facilmente intuibile: stimolare e rinvigorire i flussi turistici.

Visita virtuale  al sito archeologico di  Medina Azahara di CordobaRiferendoci alla prima tecnologia, quella della realtà virtuale, essa consente di creare un’efficiente connessione emotiva e psicologica tra i fruitori dell’opera, e l’opera stessa, tutta incentrata sulla leva della narrazione filmica. In diversi contesti europei, diciamolo pure, spesso contraddistinti da una quantità esigua di materiale archeologico, lo storytelling plasmato attraverso le nuove tecnologie, è stato in grado di generare attrattività, e interesse. Esempi? Il parco archeologico di Xanten nella Germania nord occidentale o il museo di Medina Azahara di Cordoba, sono solo due contesti museali, che hanno saputo generare flussi superiori a molti musei nostrani, pur non disponendo, sotto il profilo del patrimonio archeologico, del nostro stesso livello qualitativo: la qual cosa ci dovrebbe far riflettere non poco.
Un altro esempio, stavolta che viene da oltreoceano, è la nuova app ideata dal MOV Museum di Vancouver. Visible city:Vancouver’s Neon Stories, rappresenta un miscuglio (in gergo informatico mash-up) di elementi centrali nella valorizzazione dei beni culturali attraverso le nuove tecnologie. Questa app ha l’obiettivo di raccontare l’ascesa, la caduta, e la rinascita di Vancouver tramite le insegne al neon, che la caratterizzano. Avete capito proprio bene, le insegne fluorescenti che siamo abituati a vedere nelle metropoli statunitensi! Gli utenti potranno esplorare il centro della città canadese, i sobborghi, e la sua chinatown, avvalendosi della possibilità di puntare il loro smartphone, su una strada qualsiasi, e visualizzare la sua immagine vintage degli anni ’50, ’60 e ’70.
L’aspetto più interessante, è però legato al fatto che gli utenti potranno inserire commenti, condividendo, aneddoti e storie di vita vissuta, rispetto al ristorante di fronte casa, o all’incrocio stradale dove hanno conosciuto la propria moglie.
In altri termini, la città di Vancouver si trasformerà in un “museo itinerante” , in grado di evocare, nello spirito partecipativo del web 2.0, le esperienze vissute da parte dei cittadini.

A questo punto ci si domanderà qual è la situazione in Italia, culla della cultura occidentale, rispetto a queste innovazioni.
A tal proposito, proprio in occasione del convegno “Digital media,emotions in motion e turismo culturale” tenutosi a Roma, presso la Facoltà di lettere e filosofia di Tor Vergata, è stato tracciato un bilancio sull’andamento della diffusione dei musei virtuali, e più in generale delle nuove tecnologie applicate ai beni culturali, nel nostro paese. Qualche addetto ai lavori, come Sofia Pescarin, ricercatrice presso l’Istituto per le Tecnologie applicate ai beni culturali del CNR, si è sbilanciato in chiave ottimistica, parlando di una crescita esponenziale nella creazione di applicazioni tecnologiche finalizzate alla valorizzazione del patrimonio culturale italiano. Va anche detto però che uno dei principali problemi rilevati non solo a livello nazionale ma anche europeo concerne lo sviluppo di tali infrastrutture, e le difficoltà relative alla loro gestione.
Il caso dei musei basati sulla realtà virtuale è emblematico: da una parte un certo ritardo nella capacità progettuale, dall’altra la totale insufficienza degli investimenti pubblici e privati nel settore, hanno contribuito, negli anni, al proliferare di una moltitudine di veri e propri ‘dinosauri digitali’.

Tuttavia, anche nel bel paese esistono esempi virtuosi da ricordare.
Anche se a rigore siamo in un altro Stato, da poco è stata inaugurata all’interno dei Musei vaticani, la riproduzione virtuale della tomba Regolini-Galassi, noto esempio d’arte etrusca scoperto a Cerveteri nel 1836.
Il progetto chiamato “Etruscanning”, elaborato in maniera congiunta dall’Istituto per le Tecnologie applicate ai beni culturali del CNR, e da un team internazionale di esperti, si basa su una nuova modalità di fruizione dei beni culturali, che prevede l’uso di interfacce di interazione naturale nell’ambito di quella che abbiamo indicata in precedenza come realtà aumentata. In altre parole, i visitatori potranno spostarsi all’interno dell’installazione interagendo, attraverso un dispositivo che percepisce i loro movimenti, con gli oggetti che componevano il corredo funerario della tomba. Etruscanning, è stato recentemente, esposto nella mostra “Italy in Japan 2013” promossa dal Ministero degli Affari esteri, e realizzata dalla sezione divulgazione scientifica dell’Ufficio promozione e sviluppo collaborazioni del CNR.
Le vecchie audioguide hanno anche da noi i mesi contati? Lo speriamo un po’ tutti.

Massimo Pasquetto

19 maggio 2013

 

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