“La strana coppia”, Guidi e Ingrassia portano in scena la convivenza impossibile
Scritta negli anni ’60, sorprendentemente moderna, la commedia, tradotta e riadattata da Gianluca Guidi, parla ancora al presente raccontando le medesime fragilità delle relazioni di oggi
Sarà capitato ad ognuno di trovarsi a condividere spazi comuni con altre persone, anche per brevi periodi o perché costretti dalla necessità di sopravvivere al carovita delle città.
Ma che si tratti di convivenze nate per opportunità logistiche legate ad affitti troppo cari, o che siano altrimenti frutto di scelte di cuore, è difficile non aver avuto modo di assaporare l’ebbrezza di quella discussione figlia di una luce lasciata accesa, di ante di armadi non chiuse, di dentifrici spremuti non come si conviene. É proprio in quel momento che la scelta di vivere insieme diventa un banco di prova importante, nonché, molto più spesso, un atto di resistenza all’altro capace di generare i conflitti più profondi.
Neil Simon, prolifico sceneggiatore e drammaturgo della seconda metà del secolo scorso, trasforma queste piccole tragedie quotidiane in una commedia brillante, “La Strana Coppia“, in questi giorni portata in scena dal duo Guidi-Ingrassia al Teatro Manzoni di Roma.
Felix Ungar (Giampiero Ingrassia) e Oscar Madison (Gianluca Guidi) sono due uomini freschi di divorzio che dividono un appartamento situato nel quartiere Riverside Drive, a New York. Personalità agli antipodi e abitudini incompatibili sono i principali ingredienti di una commedia che Neil Simon costruisce con sapiente maestria, senza trascurare una riflessione più profonda sulle fragilità umane. Gianluca Guidi, che cura la regia di questa riedizione romana, si dimostra abilissimo nel ricreare quello che per certi versi sembra un campo di battaglia domestico in cui l’arma più importante è rappresentata dalla parola: il dialogo vivace dei due protagonisti discende da una scrittura lineare del testo e riesce a realizzare uno degli obiettivi più importanti per i teatranti, intrattenere e divertire il pubblico. In sala si segue con estrema attenzione il ritmo serrato dello spettacolo cadenzato dallo scambio di botte e risposte che Oscar e Felix hanno sul palcoscenico; lo spettatore sembra essere rapito dal punzecchiarsi canzonatorio dei due protagonisti, in un climax crescente che delizia e non annoia ma che anzi permette di instaurare una connessione emotiva ed una vicinanza empatica all’uno o all’altro dei protagonisti: “Questo sei tu!”, “Quella sono io”.
Entrambi figli d’arte, Guidi ed Ingrassia, nel corso degli anni, hanno saputo gestire il peso dell’eredità artistica dei propri padri, costruendo ciascuno il proprio modo di saper stare in scena ma mantenendo un prezioso collegamento con il passato.
Questo spettacolo, in particolare, conferma il già noto talento dei due attori che, accompagnati da un cast altrettanto di livello, si dimostrano in grado di non essere ostaggio del proprio cognome.
Tra le altre, una nota positiva è rappresentata dalla scelta degli altri attori della compagnia; anche nelle scene più affollate e caotiche, il caos viene accuratamente gestito grazie all’abilità degli attori di non sovrapporsi: ogni voce ha il suo tempo, rispettato dagli altri, e a risplendere è la bravura degli attori che sanno restare in scena, nel proprio personaggio, anche mentre gli altri parlano: se un attore deve essere valutato come di talento, non può di certo trascurarsi l’espressività e la capacità di riuscire a gestire anche i silenzi.
La scenografia punta all’essenzialità e sembra lavorare con discrezione e per sottrazione
Seppur a prima vista il contesto possa apparire monotono poiché l’intero spettacolo è ambientato nell’appartamento condiviso dai due amici, la ricreata essenzialità degli interni domestici risponde ad una scelta ben precisa, quella di togliere il superfluo per lasciare spazio alla parola. L’assenza di artifici spettacolari, che abbiamo visto in altre differenti rappresentazioni, qui non impoverisce lo sguardo, ma costringe lo spettatore a seguire rapito il testo e il gioco attoriale, dove si concentra la vera dinamica della commedia. Pochi mobili e oggetti di scena che invitano il pubblico a “sentire” quanto viene detto, a “provare” insieme ai protagonisti, spingendo quanti sono in sala a guardare al testo con maggiore profondità, quella profondità che deriva dal significato che si nasconde dietro le gag: Felix e Oscar non sono solo due caratteri diversi e dalle abitudini incompatibili, ma incarnano soprattutto due modi di vivere sulla propria pelle le conseguenze di ciò che nella vita viene etichettato come fallimento: che sia un matrimonio, come in questo caso, o una qualsiasi disavventura in cui l’essere umano sia incappato nel corso della vita. Entrambi si interfacciano con la solitudine in modo differente: Felix, estremamente attento e meticoloso, pensa di poterla gestire adottando atteggiamenti di maniacale controllo; Oscar, che incarna il modo leggero e disordinato di vivere la vita, è la rappresentazione della persona che pensa di poter nascondere il proprio malessere.
Sul finale entrambi capiranno che riempire una casa porta soltanto a colmare le proprie solitudini senza darsi modo di poter guarire le proprie ferite, poiché certi schemi tendono a ripetersi se ciò che non cambia è l’attitudine a non voler superare certi limiti.
“La strana coppia” di Neil Simon
Teatro Manzoni, via Monte Zebio, 14 Roma dal 9 dicembre all’11 gennaio traduzione e adattamento Gianluca Guidi con Gianluca Guidi, Giampiero Ingrassia, Fabrizio Corucci, Riccardo Graziosi, Antonio Coppola, Simone Repetto, Claudia Tosoni e Chiara Ruta
Scene e costumi Carlo De Marino
Luci Cristian Milandri
Musiche Maurizio Abeni
Traduzione, adattamento e regia Gianluca Guidi
Assistente alla regia Francesca Somma




