Il caos trionfale di Salomè al Teatro dell’Opera
Una sola luce, quella della luna, fende il palco e apre il sipario del Teatro dell’Opera di Roma con un’inedita Salome. Dramma in un atto del dramma di Oscar Wilde con la più radicale delle partiture di Strauss. Partitura che annunciò negli anni della sua nascita: modernità e shock senza mai togliere nulla al suo vero intento: essere musica d’amore. Il caos trionfale di tutta l’opera, trova placidamente nei minuti finali la sua chiave magica, chiave di serenità e misticismo.
L’organo eseguirà una sola nota e lì la fanciulla di Giudea finalmente avrà tra le sue mani la persona amata. Anche se nel modo più macabro. Un capolavoro musicale narrativo e visivo della drammaturgia. Il simbolismo delle parole scelte da Wilde con continui richiami onirici ed esotici entra in perfetta comunione con la messa in scena e l’ardito componimento. Rendendo l’opera una delle più ammalianti di sempre. Opera che con le più vaste reinterpretazioni va in scena dagli inizi del novecento.
Il direttore d’orchestra Marc Albrecht, il regista Barrie Kosky e la scenografa e costumista Katrin Lea Tag, portano a teatro una Salome ben lontana dall’immaginario collettivo. Il gruppo si trova per la prima a volta a lavorare insieme nella città di Roma trovando una perfetta collaborazione. Tutti, raccontano nelle interviste, sono ammaliati da questa figura femminile fin dagli anni della loro adolescenza e toccherà ora loro dipingerne nuovi tratti. Lo faranno con l’unico fine di volerci fare assistere soprattutto ad una storia d’amore.
Spoglia: dagli abiti kitsch degli scenari biblici a cui appartiene solo per immaginario comune, pulita dal suo sguardo infimo, priva dell’etichetta di necrofila, principessa danzante, figlia di Babilonia, non più vittima degli abusi del patrigno Erode, non più sottomessa all’egemonia materna, e smentita femmina fatale.
Questa Salome appare al pubblico come una donna bambina libera. Non è madre come Medea, non è sorella come Elettra, non è moglie come Erodiade. È libera.
Priva di falsa morale, etichette, e cliché, vestita come una diva degli anni venti Salome non è un mostro, ma solo una donna che ama e sa cosa vuole. Unico personaggio ad amare e a non mentire mai su quel palco. Ella amando veramente descrive con dovizia di particolari il corpo Jochanaan (Nicholas Brown lee, baritono) , come qualsiasi innamorata farebbe quando l’amore acceca ogni bagliore di ragione. Quando le parole non bastano alle parole ma solo codici e simboli possono riportare alla strada di casa. E questo è possibile grazie al poeta Wilde. Il suo simbolismo contaminato dalla più alta delle febbri francesi, culla Salome per tutto l’atto nella poesia. I capelli saranno grappoli d’uva, il copro bianco gigli mai tagliati, della bocca neppure un rosso le si avvicina. Ed è da quei capelli al suo corpo bianco fino alla bocca rossa che Salome desidera, e nonostante l’epoca non si vergogna mai di farlo. Kosky salva la protagonista da innumerevoli cliché ed etichette. La danza dei sette veli portata in scena per anni viene sostituita con una lunga scena di simbolismo puro, la soprano, (Lise Lindstrom) estrarrà dal suo corpo lunghe ciocche di capelli di Jochanaan come se ormai lui fosse parte integrante di lei. Ossessione pura che invade le membra. Capriccio di bambina , desiderio di donna. Forse proprio per questo la continua definizione datagli in questo spettacolo del 2024 è : donna bambina. Definizione che ci piace libera e commuove. E non ci fa vergognare di amare anche se dentro ad un incubo. Le scelte stilistiche e descrittive della compagnia sono un esperimento altamente riuscito. La storia d’ amore narrata non è quella di un amore sano che nessuno promuove, ma ricorda il regista che questo altro non è che un incubo. Un incubo in cui la storica protagonista viene destrutturata per essere vista affascinante e non mostruosa. Con tratti di black humor senza essere la voluttuosa danzatrice. In fondo questa altro non fa che amare in modo errato. E l’amore nella realtà è il miglior terreno in cui poter sbagliare, peccare, inciampare, desiderare, impazzire, nutrirsi di particolari massacranti che Salomè elenca ossessivamente, e purtroppo chiedere. Chiedere di essere amati. Mai domanda fu più fallimentare per il cuore di chi la riceve. Il regista riuscirà magistralmente in questa reinterpretazione a farci provare tenerezza per questa Salome e non terrore. Il suo chiedere incessante infantile, il suo non saper farla ballare facendole accennare solo due passetti ironici di swing davanti la bramosia di Erode, il suo vero amare tutto di Jochanaan; sono i tratti della nuova conoscenza di questa figura femminile. Servitale la testa del Battista la protagonista gli parla in un lungo monologo, finalmente può baciare colui che le era sfuggito perché accecato dall’amore per il suo Dio.
Continua ad amarlo Salome, ricordando ogni pezzetto del suo corpo che la fece desiderare e impazzire, paragonando la sua voce ad incensi accesi, chiedendogli e chiedendosi se forse il mistero dell’amore non sia peggio di quello della morte.
Il palco è buio. Sembra una tela di Francia Bacon. Per tutta la messa in scena è solo la luce della luna ad illuminare i personaggi, ed il buio come conferma il regista porta ad ascoltare e guardare diversamente persone e cose illuminate. Le mani di Salome sono sporche di sangue, vorrebbe quasi che Johanaan tornasse a guardarla, domanda alla sua testa perché ha gli occhi chiusi, cerca la sua lingua con le mani nella sua bocca. Ella ha consapevolezza che egli è morto e probabilmente che dopo poco toccherà a lei ma non le importa, ora sono lì e sono insieme, ed oltre alla disperazione essendo questo comunque un sogno ci regala il lusso di poterci vedere anche l’amore. Perché come scrisse qualcuno qualche secolo dopo:
“ […] l’ amore ha l’amore come solo argomento”.




