Macbettu. Al Teatro Vascello di Roma Shakespeare in sardo
Dopo più di 200 repliche, diversi premi nazionali ed internazionali tra cui il premio Ubu per lo spettacolo dell’anno nel 2017, il visionario Macbettu di Alessandro Serra torna in scena a Roma, al teatro Vascello, dove resterà fino al 19 marzo.
Tanto si è scritto su questa rappresentazione del Macbeth tradotto in lingua Sarda e il clamore che suscita a cinque anni dal suo debutto resta ancora molto forte, a giudicare dall’affluenza e il calore che il pubblico del Vascello gli ha riservato. Tanto si è scritto fino ad oggi, ma ci sembra giusto provare a dare una ricollocazione allo spettacolo, una ri-contestualizzazione alla luce di questo infausto marzo 2022, con i fantasmi di guerra che si sono fatti reali e che gettano sul Macbettu una nuova ombra.
La disperata e sanguinaria salita al potere, con la regia di Serra è trasformata in una visione invernale e notturna. Otto attori in scena, tutti uomini, nel più radicale rispetto della tradizione Elisabettiana, otto attori che in scena diventano un corpo unico e trasformano lo spazio scenico in un autentico corpo scenico.

L’idea alla base dello spettacolo è tanto semplice quanto ricca di suggestioni. Shakespeare è recitato in lingua sarda, ma dalla Sardegna arriva in scena anche la sterminata materia multiforme di suoni, tradizioni, pietre, ferro, vento e soprattutto voci. A partire da un reportage fotografico realizzato tra i carnevali della Barbagia, Serra utilizza gli innumerevoli suoni cupi dei campanacci e degli antichi strumenti, oltre ai materiali tradizionali come le corna, il sughero, le pelli di animali e le maschere dei carnevali che sono perfettamente sovrapponibili ai personaggi della tragedia Shakespeariana. La potenza vibrante della voce umana, unita ad un radicale lavoro sui suoni, sulle luci e sugli oggetti, fanno dello spazio scenico il nono attore in sena. È un teatro di immagini, in cui Serra e i suoi attori creano una sinfonia ancestrale, che traduce sulla scena la più antica e disperata lotta dell’uomo: il potere.
Il simbolo del potere è indubbiamente il trono. In Macbettu siamo di fronte ad un trono che è poco meno di una sedia per bambini, ornata ai vertici della spalliera con dei triangoli in legno, che fanno di questo trono il potente simbolo di una lotta tanto ridicola quanto seria, proprio come i giochi dei bambini, che prendono tremendamente sul serio il momento del gioco, senza mai essere ridicoli. Ad esserlo sono gli adulti, gli ambiziosi attori di questo gioco del potere, che tra i rumori e il delirio si ritrovano alla ricerca di un senso, che alla fine si rivela essere il nulla. La regia fa degli otto corpi in scena, più lo spazio scenico, un corpo unico che si muove organicamente, seguendo un ritmo infernale che lascia lo spettatore senza la possibilità di un respiro, di una pausa.

Macbettu è un’apnea notturna di novanta minuti fatta di ferro e pietre, dove i lazzi e un preciso lavoro di commedia dell’arte si mescolano sapientemente con la tradizione Elisabettiana, per dare vita ad un incubo disperato.
Il formicolio infernale delle streghe danno allo spettacolo una luce da commedia, momenti e vocalità divertenti in cui le streghe diventano maschere della commedia dell’arte, per poi integrarsi perfettamente con l’incubo del gioco del potere e delle sue conseguenze tragiche. Anche qui lo spirito del bardo non solo viene rispettato e ripreso, ma viene quasi superato, calato in una dimensione ancora più radicale, anche grazie allo straordinario lavoro sulla lingua sarda. Sulla scena, tre tavole di ferro come tre monoliti danno il ritmo ai personaggi, che le usano come quinte per comparire e scomparire, ma le trasformano in materia viva, oggetti calpestabili e fruibili dai personaggi nelle scene più spaventose. Così come il ferro delle tavole si sente in tutta la sua proprietà vibratoria, anche il legno, la pietra, il pane carasau e la voce umana scandiscono e fanno sprofondare il testo Shakespeariano in una radicale trasposizione, che potrebbe essere messa in scena in ogni epoca.

Macbettu è teatro radicale, ostinato, dove la potenza dell’immagine si coniuga con la ricerca sulla tradizione orale e sonora della Sardegna, e un intenso lavoro sui movimenti di scena. Anche la musica, fatta di pietre sonore, cala la tragedia negli scenari più selvaggi e antichi dell’isola.
L’imponenza di Lady Macbeth incombe sull’ambizioso consorte come un’ombra. I due personaggi sono legati dalla comune sfida, e il regista crea, col corpo degli attori, delle immagini glaciali, contrastate e oscure, in perfetta coerenza col tema della tragedia. Un plauso particolare va riservato agli otto attori in scena, che in questa apnea notturna sembrano molti di più: Fulvio Accogli, Andrea Bartolomeo, Alessandro Burzotta, Giovanni Carroni, Maurizio Giordo, Mirko Iurlaro, Stefano Mereu, Felice Montervino. In attesa di vedere La tempesta, nuovo allestimento di Alessandro Serra, riscopriamo Macbettu. Shakespeare viene portato tanto lontano per finire per essere spaventosamente vicino alla sua natura più oscura. Rappresentazioni di questo livello, ideate ed eseguite con un tale coraggio sono rare, e mai come in questi tempi difficili dobbiamo correre a teatro, entrare in apnea e respirare solo alla fine, quando l’incubo si schiarisce e la realtà si mostra come nuova, piena di ombre che avevamo lasciato in altre epoche.
Articolo di Agostino Devastato




