Generazione Derby, passioni senza tempo – Vite giallorosse

Generazione Derby, passioni senza tempo – Vite giallorosse

Esiste una partita, nell’ immaginario dei tifosi di Roma e Lazio, tanto attesa con impazienza ed ardore, quanto temuta ed odiata, al punto che qualcuno, tra i più inquieti e superstiziosi, avrebbe scelto senza esitazione di evitare, se solo fosse stato possibile: il derby.
Tuttavia ogni atto memorabile, da raccontare con entusiasmo a coetanei, giovani o anziani, viene necessariamente compiuto da chi con coraggio, tenacia e convinzione fronteggia il destino senza spavento e lo modella col proprio valore, per farne pagine di esempio e di ispirazione. Ma il romano questo lo sa bene. Il piacevole peso della storia aleggia sulla rivalità della capitale, rendendo il confronto, agli occhi dei coinvolti e non, una sfida unica nel suo genere.

Gli antichi condottieri che presidiano striscioni, bandiere e stendardi impugnati con vigore, sembrano allora animarsi, tremando la stoffa dal fermento, e anch’essi vibrare con partecipazione emozionata, al brivido che una semplice parola basta a suscitare, infiammando d’amore la tifoseria romanista, alla sola esclamata pronuncia:“ Roma!”. Una stagione a dir poco deludente, l’incertezza del futuro immediato e di quello più distante, i dubbi crescenti nei confronti di una proprietà percepita come assente, tutto spazzato via da un desiderio soltanto: sconfiggere gli storici avversari e ristabilire sul campo le gerarchie che si erano instaurate nel decennio antecedente il cambio societario.
Tra vicoli e vie principali di realtà genuine come quelle dei Castelli Romani, tra la fibrillazione di spazi di aggregazione sociale e multiculturale come quello dell’Università di Tor Vergata, si articola la piccola indagine che segue, con l’intento di carpire un assaggio dell’attesa e delle aspettative verso una stracittadina che da sempre accomuna, tra passioni e tradizioni, generazioni lontane l’una dall’altra, eppure unite dalla stessa immortale fede nei colori giallorossi.

Sono le 16 e 30 del giovedì che precede Roma-Lazio, e qui, per il cortile della scuola elementare “Giovanni Falcone” di Grottaferrata, sembrano mancare una manciata di minuti all’inizio della sfida. Uno scatto uniforme al suonare della campanella che segnala l’uscita scolastica, una merenda trangugiata in fretta e furia e subito di corsa a calciare qualsiasi oggetto tondeggiante trasformato all’occorrenza in un pallone. “Posso restare 5 minuti?” è la preghiera più gettonata, rivolta da bambini a genitori, perplessi da quell’insolita bramosia di permanenza tra quelle mura di studio, prima di capire poco dopo: è la settimana del derby. In questi giorni più che mai ci sono campioni da emulare, giocate da imitare e immaginare, previsioni da simulare tra compagni di banco e classi rivali. In tutta la sua vitalità, l’età delle prime volte, della nascita del tifoso. Le prime sciarpe, portate nella loro smodata grandezza da corpicini inorgogliti da buffi atteggiamenti adulti; le prime maglie indossate e custodite con devozione e vanto. Emidio, 9 anni, non tiene a freno la sua voglia di vittoria. Così, incalzato su un possibile pronostico, sventola repentino la sua sciarpetta prontamente slegata, urlando come dovessero ascoltarlo tutti: “ 2 a 0, doppietta di Lamela!”. Ma subito Lorenzo, un suo amichetto, gli strattona scherzosamente il braccio, quasi a redarguirlo, e lo corregge: ”Uno lo segna Totti!”. Più in la, un gruppetto di quattro bambini si avvicina velocemente, come fosse stato attirato dal solo nominare il capitano tanto ammirato. E’ Emanuele a farsi largo e a dire la sua. Ci tiene a specificare che andrà allo stadio col nonno e poi preannuncia: “ Finisce 2 a 0, Totti-Totti.” Tra le risa soddisfatte dei suoi, prende la parola il suo vicino, Francesco, che conclude, asserendo convinto: “ Un goal lo segna pure Florenzi…E forse uno anche la Lazio…” al che, su esplicita richiesta di informazione sul marcatore biancoazzuro, chiude pragmatico: “ Segnasse chi gli pare, tanto vinciamo noi.”

Per le piazzette universitarie di Tor Vergata,in un ambiente solitamente scandito dal chiacchiericcio rumoroso, si abbassa il tono, si controllano, diffidando, i dintorni, quando l’argomento in questione diviene quello della stracittadina tanto attesa. Gli anni sono quelli della piena maturazione e l’esito del derby, forse, non conterà mai tanto quanto adesso. Una sconfitta, nel migliore dei casi, si paga per l’intera settimana successiva. Subentrano perciò gli antagonismi più accesi, le scaramanzie più radicali. Andrea, laureando in Ingegneria, taglia corto, non pronunciandosi sulla benché minima forma di previsione del risultato. Al massimo, rievocando la paradisiaca sensazione scaturita dal 5-1 del 2002, si concede un’utopistica visione di quello che sarebbe il suo Roma-Lazio ideale: “ Sogno di vincere il derby che li manda in B, per 7 a 1, così non potranno nemmeno più attaccarsi a Manchester.” Più audace è Angelo, da Fisioterapia. Pretende che la Roma finalmente “ricambi l’affetto e la passione che i suoi tifosi le hanno sempre dimostrato, spesso oltre il risultato”e pur non negandosi una sana dose di scaramanzia (“vedrò la partita obbligatoriamente con gli amici di sempre”) continua sull’onda di una fiera sicurezza riguardo la storia dei derby: “ Quelli che ricordo con più gioia sono davvero molti: dall’autogoal di Negro, passando per quello delle 11 vittorie, fino ad arrivare al 2-1 che poteva sancire il nostro scudetto e la loro retrocessione. Il più brutto? Forse il 4-2 di qualche anno fa, ma sinceramente… ne ricordo pochi!”. Si ritorna su toni più pacati, giungendo a Lettere. Cristiano, abbonato oramai in Sud da anni, rammenta con sofferenza ancora viva il 3-1 subito dai giallorossi nel 2005, con goal e derisione subita da Di Canio. Si dice nervoso per il confronto imminente: “ Cerco di non pensarci e di parlarne solo con chi condivide la mia stessa fede. Senza dubbio è la settimana più brutta dell’anno.” Non esita ad esprimersi in merito ad un pronostico:” Sicuro vincono loro…” e prosegue mediante un suo caro amico, in diretta telefonica da Urbino, dove studia Giornalismo. Francesco sottolinea la sua grande amarezza per questa distanza obbligata. Vedrà la partita in casa “rigorosamente da solo” e pur fantasticando su una vittoria al 90’ con autogoal “di qualche pecoraro a caso” procede sulla linea di Cristiano, terminando con un “Finirà 2-1 per la Lazio.”

“A Roma pe’ fa fortuna ce vonno tre d: donne, denari e diavolo” recita un vecchio detto romanesco. Passeggiando tra i luoghi più popolati del Centro Anziani Frascati, interrogando su umori ed opinioni inerenti la gara di lunedì sera, le considerazioni che prevalgono riflettono proprio sulla perdita di alcuni valori costitutivi e ormai persi, che anni addietro caratterizzavano il calcio, quando questo era ancora strettamente sinonimo di gioco, sport e piacere. Le rughe sui volti stanchi e solitari sembrano esplicitare rivelazioni che non richiedo parole. Le priorità, i resoconti esistenziali, la comprensione di quel qualcosa che immancabilmente sfugge ad un’età meno avanzata. Eppure c’è chi non lesina pareri divertiti e sornione anticipazioni sul derby venturo. Bruno è fiducioso: “ La Roma trionferà per 3-0, con reti di tutti i romani, Totti, Florenzi e De Rossi…e rimetterà la Lazio al posto suo.” In bilico tra pessimismo e scaramanzia gli fa eco il suo amico, Alfredo: “ La Lazio ce ne farà quattro…” e poi continua inveendo pittorescamente contro l’attuale presidenza: “Questi so’ Americani come Alberto Sordi, non c’hanno una lira come Lotito, ma fanno finta de avecce i soldi!”. Qualche metro all’interno dell’edificio ed ecco scovare il cuore pulsante del centro; i tavoli, le carte, il vino, la compagnia, le risate. Qui la partita più importante si gioca con allegria su questi campi e all’incauto tentativo di interruzione di mano, per la proposizione di un paio di domande sul match prossimo tra Roma e Lazio, l’unica attenzione ottenuta è quella di Giancarlo, che risponde sbrigativo e lapidario nel suo cinismo travolgente: “Pareggeranno. Sono due squadre finite, morte. Due società fallite”. Della serie: “La vecchiaia ci segna più rughe nello spirito che nella faccia”.
Ma il tifoso romanista è anche questo. Come percepisse una sorta di parallelismo esistente tra vita e calcio, mostra i segni di delusioni e veleni, pur rimanendo eternamente innamorato della sua Roma.

Mattia Coletti

8 aprile 2013

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