La nuova Serie B che avanza

La nuova Serie B che avanza

CCarpi‘era una volta la Serie B delle grandi deluse, cadute giù dall’Olimpo del grande calcio, costrette a rimboccarsi le maniche per poter tornare a respirare immediatamente – o quasi – aria d’alta nobiltà. C’era una volta e c’è ancora, perché Parma e Cagliari scenderanno e dovranno lottare con le unghie e con i denti in una Serie B sempre più equilibrata grazie alle gestioni virtuose di alcuni nuovi club. C’era una volta perché c’è chi scende ma anche chi non sale, almeno per ora. Grandi candidate con una discreta tradizione nella massima divisione come Livorno e Catania hanno deluso le aspettative, con i toscani ancora in lotta per l’ultimo posto per i play off e i siciliani ancora in bilico su una fune che li divide dalla Lega Pro, in piena zona play out. C’è il Bari che doveva confermarsi dopo la scorsa stagione vissuta sulle ali dell’entusiasmo, ma a quanto pare la nuova dirigenza targata Paparesta, per ora, tutto fa fuorché instaurare fiducia per il futuro. Per non parlare del Brescia, presenza semi permanente in Serie A a cavallo tra gli anni ’90 e ’00, la quale ha visto indossare la propria maglia a giocatori del calibro di Hagi, Baggio, Pirlo, Hubner, Toni e che ora, inesorabilmente, è retrocessa in Prima Divisione di Lega Pro.

Dall’altro lato però c’è stato un ricambio. L’avanzare della crisi mondiale ha visto sparire numerosi club, in seguito a gestioni sciagurate e a strategie poco opportune. Alcuni sono risorti grazie a grandi investitori – vedi Lotito con la Salernitana – altri rigenerati dopo anni d’oblio, come il Vicenza ripescato, a proposito di gestioni sciagurate, in seguito al fallimento del Siena.

E poi ci sono loro, le cenerentole. Le nuove società nate e gestite in tempi di tempesta e di crisi che sono diventate dei lupi di mare, capaci di navigare nel bel mezzo di un uragano forza 5 e, a volte, di vincerlo.
Carpi, Frosinone, Spezia, Latina ma anche Trapani e Virtus Lanciano sono solo alcuni dei nomi di spicco di questa Serie B, capaci di impressionare e di far ‘innervosire’ personaggi del calibro di Lotito. Il Carpi è in Serie A, e c’è poco di miracoloso in questo a dispetto di quanto si dica: la società emiliana arriverà a scontrarsi contro Juventus, Milan ed Inter (67 Scudetti in tre) dopo solo due anni di B, grazie ad una pianificazione societaria pressoché perfetta. C’è pochissimo frutto del caso in una società che nel giro di 15 anni passa dalla rifondazione, dalla Serie D nel 2010 fino alla A nel 2016. Merito di chi, calcolatrice alla mano e occhio vispo per il calcio di provincia, ha saputo portare questa realtà a giocare su palcoscenici come il Meazza di Milano.

500 chilometri più giù, scendendo attraverso l’Autostrada del Sole si arriva a Frosinone, capoluogo ciociaro che giocherà anche lui per la prima volta in Serie A. E per la prima volta nella storia tre compagini del Lazio si affronteranno nello stesso campionato professionistico. Vicenda simile ma differente quella del Frosinone rispetto agli emiliani. La squadra allenata oggi da Stellone aveva già calcato i campi della serie cadetta, prima di essere retrocessa in Lega Pro e di arrivare in Serie A dalla porta principale addirittura da neo promossa in B.
All’appello per la prossima Serie A manca una sola squadra, che uscirà dai play off. E c’è la possibilità che si materializzi l’incubo più recondito di Lotito: avere tre squadre debuttanti su altrettante promosse. E’ possibile perché lo Spezia è in piena corsa. La società ligure, fallita e rifondata nel 2008, possiede un’altra di quelle ‘storie’ fatte di sali e scendi tra serie B e C, e chissà se  questo sarà effettivamente il momento propizio per il salto di qualità.
Piccole realtà di piccole città avanzano in Serie A, facendo temere i grandi presidenti per una decrescente appetibilità del nostro ‘grande’ calcio da parte delle TV, distogliendo l’attenzione dal vero problema che affligge le gloriose società italiane: la mancanza di una programmazione seria, intelligente e attenta al libro contabile, basata sul giusto equilibrio tra ricavi e perdite, con il tasso tecnico/tattico che continua a cadere in picchiata e le fromazioni giovanili sempre meno al passo del calcio degli adulti. Ma il problema, si sa, sono solo i soldi che non entrano. E pure, queste piccole società potrebbero insegnare management.

Jacopo Trevisani

17 maggio 2015

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