LA ROMA ALLA RICERCA DELLA CHAMPIONS PERDUTA

LA ROMA ALLA RICERCA DELLA CHAMPIONS PERDUTA

Dopo quasi 10 anni di gestione a stelle e strisce la Roma si ritrova, e bisogna anche ringraziarlo, con l’ultimo allenatore dell’era Sensi, voluto da Rosella dopo le dimissioni di Luciano Spalletti che ha consumato la sua prima “era”, dopo anni di successi importanti ma non decisivi, dopo quattro anni e dopo due brutte sconfitte consecutive arriva nella capitale Claudio Ranieri di San Saba tifoso romanista.

Il popolo giallorosso, si sa, è romantico e sogna un’abbinata, Presidente e Allenatore, di tifosi come lui. E questo accade, si accende la magia, il testaccino Claudio porta una Roma non eccelsa fino all’ultima giornata di campionato sognando il tricolore che sfiora per mezz’ora ma che sfuma con grande rimpianto ma nessun rimorso.

Quel passeggiare durante il riscaldamento a prendersi l’abbraccio dello stadio, il suo saluto e le sue battute che respirano Roma, esaltano i tifosi romanisti ma durano il tempo di una stagione. La seconda infatti non conferma le promesse del primo anno ed anche Claudio lascia il posto all’esordiente “aeroplanino” Vincenzo Montella.

Nel 2011 lo strappo, una ferita ancora aperta, il cuore si dilania per la cessione, obbligata, da parte della Italpetroli dell’asset As Roma calcio. Arrivano i dollari, come recita il titolo di un vecchio film con Alberto Sordi o meglio, così credono i tifosi, che, nell’immaginario collettivo, riconoscono nello stereotipo americano, il riccone che viene a far finalmente grande la Roma.

Purtroppo le fantasie, o le speranze, non vengono ripagate, anzi, lo “zio” americano si tramuta in quel Decio Cavallo italo americano al quale Totò vuole rifilare la Fontana di Trevi.

Decio Di Benedetto, tacciato anche di essere un uccello del malaugurio, lascia il posto ad un più imponente e serio James Pallotta di Boston con tutta la sua corte, Italo Zanzi in testa.

I proclami sono di quelli da giurin giurello: “Stiamo lavorando per una grande squadra”, “Puntiamo a costruire un team di giovani che cresceremo per iniziare un’era di successi che durerà nel tempo”, “Lasceremo il segno in Italia ed in Europa”.

A latere di queste sensazionali dichiarazioni comunicheranno anche che una squadra che vuole diventare grande ha bisogno di uno stadio di proprietà che, come concetto potrebbe anche essere giusto se solo non fosse l’unico obiettivo che la nuova società, in realtà, persegue.

Da quella data ad oggi sono passati ben 6 allenatori, alcuni sbagliati come Luis Enrique o Zeman, alcuni illusi dalla società come Garcia, altri troppo presuntuosi vedi Spalletti, traghettatori alla Andreazzoli, con l’imperitura infamia di una coppa Italia persa contro la Lazio, ed in ultimo il buon Eusebio Di Francesco, che riesce a trasformare un gruppo di ragazzi in una squadra unita e consapevole dei propri mezzi, con un cuore che batte fino in semifinale di Champions League e riporta l’immaginazione dei tifosi a livelli insperati ed inaspettati.

Comune denominatore di queste stagioni americane sono state le campagne acquisti estive che hanno visto passare nella città eterna calciatori, a volte sconosciuti, ma di tutto rispetto, la maggior parte dei quali, con un futuro da campioni, finiti nelle migliori squadre europee e pagati a suon di milioni, stavolta di euro, alla società del bostoniano James. Grazie ad un direttore sportivo enormemente bravo a scovare talenti nascosti ed a dargli visibilità la Roma monetizza plus valenze che fanno bene alle casse della società ma non allo spogliatoio e danno la misura di quanto non si guardi al futuro.

Chi viene a giocare a Roma infatti la ritiene un trampolino di lancio, una vetrina per andare poi in squadre più titolate. A Trigoria ci sono i bilanci da rispettare e si compra solo se si vende. Giusto per una società a scopo di lucro ma controproducente se poi si vuole pure vincere.

Come si può costruire una squadra, gettare le basi per un futuro tecnico quando ogni anno si vendono i pezzi migliori, quando tutte le offerte vengono ascoltate e recepite con fervore senza alcuna esclusione?

La squadra va, il direttore Sabatini, eccetto qualche inciampo, ha un fiuto eccezionale e, nonostante cessioni importanti, riesce a ripristinare i reparti con giocatori abbastanza simili a quelli volati via, se si eccettua la dolorosa cessione di Pianjc alla Juventus e di Salah al Liverpool.

Va via Spalletti ma anche Totti, tra le lacrime di un Olimpico che non voleva ammettere che il Capitano, “c’è solo un Capitano”, lasciava il calcio giocato.

Si volta di nuovo pagina, arriva un nuovo mister, arriva Eusebio Di Francesco tra i fantasmi di Spalletti e l’addio di Sabatini.

Il “giovane” Eusebio buono per il Sassuolo, ma non si sa per la Roma, riesce nel miracolo calcistico di portare i suoi ragazzi fino alla semifinale di Champions League contro il Liverpool e fa sognare ed esaltare i tifosi come non succedeva da anni. Alla fine della stagione 2017-2018 Di Francesco, oltre alla semifinale europea, regala il terzo posto in campionato che vuol dire di nuovo Champions. L’estate però porta via prima il Ninja Nainggolan, poi, nonostante le promesse, anche Alisson trova casa nella perfida Albione e, a campionato in corso, anche Strootman raggiunge il suo mentore Garcia in Provenza.

Come gettare tutto il lavoro, tecnico, tattico e psicologico dell’allenatore e del suo staff, alle ortiche. I calciatori, ragazzi fortunati e viziati, vivono di motivazioni; capiscono che chiunque, per un’offerta vantaggiosa, può partire, che non c’è progetto, che non c’è costruzione, che a Roma non si vince.

A Roma non si vince, a Roma non si lascia traccia, a Roma ci si trova di passaggio.

Questo è il messaggio che trapela chiaramente dalle azioni e dalle dichiarazioni della dirigenza e che colpisce il cuore di una traballante e difficile operazione di costruzione di una squadra le cui fondamenta si basano sulla temporaneità, sulla sabbia.

Se poi si aggiunge che quest’anno i giocatori che sono arrivati non sono stati in grado di sostituire degnamente quelli partiti allora la frittata è fatta.

Di Francesco, colpevole di non aver preso posizione, ma anche di questo non possiamo esserne certi, è stato gettato, come i suoi predecessori nel tritacarne dei capri espiatori perché alla fine della fiera gli allenatori sono quelli che pagano anche colpe non proprie.

Chi viene sollevato, come il medico sociale e tutto lo staff, chi si dimette (?) come il direttore sportivo Ramón Rodríguez Verdejo al secolo Monchi, che non ci pensa due volte a lasciare un’asfissiante capitale troppo indigesta agli spagnoli e con un contratto in tasca con un suo vecchio e caro amico.

Ed ecco che arriva il buon Claudio che, al richiamo di Roma giallorossa, lascia la serenità di Chelsea per un vorticoso fine stagione con Pallotta & co.

Da apprezzare il gesto di Ranieri che non avrà comunque colpe o meriti, qualsiasi sarà la posizione della Roma a fine campionato, senza velleità di rimanere, almeno nelle intenzioni, sulla panchina di una squadra che sinceramente non sappiamo quale fine farà.

Centrando il quarto posto, forse, avremo la speranza di mantenere alcuni giocatori importanti, altri sbarcheranno altrove, e la Roma veleggerà a fatica sia in Italia che in Europa. Mancando il traguardo della qualificazione in Champions League verranno sicuramente a mancare le basi per sostenere costi ed ingaggi di valore e quindi saremo spettatori di un livellamento verso il basso sia per quanto riguarderà gli interpreti sia per i traguardi.

Nonostante i proclami o le velleità di diventare una grande società ed una grande squadra dobbiamo ammettere, alla luce dei fatti, che la Roma non è, speriamo non ancora, una grande squadra o una grande società ma gioca solo a sembrare tale, illudendo così chi ne è innamorato.

E sono tanti. E siamo tanti. Questo nessuno lo può e lo deve dimenticare.

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