Giro d’Italia: senza fenomeni…vince un tenace Hesjedal

Conclusa a Milano la 95° edizione di una corsa (forse) mai così di basso livello. Fuori dal podio gli italiani

La vittoria

L’hanno presentata come “la corsa più bella del mondo nel paese più bello del mondo” ma forse hanno esagerato o, più probabilmente, hanno parlato con toni e termini anacronistici, in entrambe i termini. Il Giro d’Italia 2012, terminato senza acuti né emozioni particolari in piazza del Duomo a Milano, regala al canadese Ryder Hesjedal l’emozione più grande dopo tanti anni passati nella pancia del gruppo con alcune (poche) emozioni. Passare dal 60° posto al gradino più alto del podio nel giro di quattro anni è un qualcosa che lascia stupefatti ed increduli ed i suoi occhi, nel momento dell’inno canadese che lo celebra sotto la “Madunina” di Milano, dicono molto dell’emozione accumulata. Vince, il ragazzone canadese, strappando la maglia rosa ad un generoso Joaquim Rodriguez giunto secondo in generale a soli 16′. Terzo l’eroe dello Stelvio, Thomas de Gendt staccato di 1’39”. Nulla da eccepire sul successo, cercato, voluto a tutti i costi e meritato dal 31enne di Victoria (British Columbia), ma molto ci sarebbe da dire riguardo alla lista dei partenti di una corsa che molti ritengono, potenzialmente, più bella ed emozionante del più blasonato Tour de France.

I dubbi

Quando si parla di Giro d’Italia c’è sempre il condizionale di mezzo. Tanti luoghi mozzafiato, scenari unici, arrivi di tappa in città d’arte incredibili, salite a non finire, vialoni fantastici per le volate e poi tanta, tanta passione da parte di un pubblico che, nel ciclismo, sa dare il meglio di sé. Eppure il livello va calando di anno in anno, con piccole riprese effimere e tracolli vertiginosi. Inutile parlare di quel che fu con le rampe alpine stracolme di gente al passaggio di Marco, degli allunghi di Miguel, della strenua resistenza di Pavel, delle vittorie di Evgenij o delle accelerazioni del “Diablo”. Una volta bastava un nome per definire un mito; oggi nemmeno un cognome basta ad infiammare il tifo come ai tempi d’oro, quando non vedevi la strada difronte alla ruota del fuggitivo, tanta era la passione. E se anche gli Schleck, i Contador, gli Evans o magari i Menchov danno forfait per motivi diversi, il Giro resta quella corsa mediocre ma, potenzialmente, fantastica. Il perchè il Tour attiri tanta passione e tanta fama, a dispetto di una corsa spesso monotona, rimane un “mistero” spiegabile solo sotto una luce economica e commerciale.

Italiani dove siete?

Quello che forse realmente manca a questo Giro è l’idolo, inteso nel senso più genuino e semplice del termine, colui che possa accendere la passione di migliaia di persone che in nome di un amore fanno 20 km di salita per poter dire “allez!”, “vai!” “gora!”…
Un atleta vero insomma; magari non un fenomeno, non un campione di razza, ma un semplice ciclista che infiammi gli animi dei tifosi al suo passaggio. Non un nuovo “Pirata” (non ce ne saranno di altri), ma un Nibali si…che abbia il coraggio di tentare, che sappia attirare a sé la passione di un “popolo”, quello fatto dai tifosi pazzi dello Stelvio o dello Zoncolan. Che abbia il carattere per dire “o la va o la spacca” e che magari sappia perdere con dignità, “scoppiando” e pagando dazio con 3-4 minuti di ritardo…ma avendo tentato. Costui vincerà lo stesso, perchè accenderà il tifo al suo passaggio, anno dopo anno; chilometro dopo chilometro; salita dopo salita. E gli avversari sarebbero intimoriti da questo amore smisurato che solo il ciclismo sa far nascere. Quello che si nota oggi è attendismo, paura di prendere 30” di distacco in più o in meno, non riuscendo a capire che perdere senza provare, vuol dire perdere due volte. Non a caso non abbiamo un italiano sul podio dopo 17 anni: non si può provare a vincere un Giro a 2 km dall’arrivo della penultima tappa…o peggio ancora non si può lottare per un quarto o quinto posto finale.
Il ciclismo è tante cose assieme ma vive e sopravvive grazie alle emozioni dei tifosi. Ignorare queste emozioni vuol dire far morire poco a poco il Giro d’Italia…
E allora ben vengano gli scatti di un grande Rodriguez,le fughe di Pirazzi e Rabottini, la tenacia di Cunego, gli scatti degli Euskadi, le imprese di De Gendt e la forza di volontà dell’immenso Cavendish, il quale supera le Dolomiti per poter portare la “maglia rossa” a Milano, ma che poi perderà nell’ultima salita. Loro hanno già vinto, più di chi non ha tentato, pur non portando il simbolo del primato.

Luca Bolli

28 maggio 2012

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