Uno, nessuno, centomila…vincitori: l’essenza del Tour de France

di Luca Bolli

C’era una volta una maglia gialla. “La” maglia gialla. La maglia del leader per eccellenza, del più forte, del campione. La “Maillot Jaune”, quel giallo che sa più di oro che di grano; che dà gloria e se la riprende dietro una curva o al di là di un colle. C’era una volta la corsa per le vie della Francia. Tra pianure, colline e montagne; volate, fughe e scalate infinite. A volte quella corsa non si palesava ma era latente. Ferma, in attesa che qualcosa accadesse; avanti piano, ma avanti, senza infamia e senza gloria. E allora giù critiche. Nessun vincitore, nessun eroe, nessun campione da osannare perché chi scrive di ciclismo vuole l’impresa. Sempre. Comunque. La desiderano spasmodicamente molto di più di quanto la ricerchi il pubblico del ciclismo. Un pubblico che è “diversamente” pubblico: paziente, appassionato, ardente sostenitore del campione così come del gregario. A volte il confine è talmente labile tra corridore e sostenitore che le parti si invertono: il tifoso aiuta chi soffre. Chiunque: idolo o avversario che sia. L’atleta si sente riconoscente e magari lancia dei guanti. Una borraccia. Un “grazie”.  Perché  il pubblico del ciclismo sa della fatica che ogni eroe compie nel fare oltre 3000 chilometri in meno di un mese .

Comprende la sete e la fame dell’atleta, perché le sofferenze le vive sulla sua pelle. Scala come gli eroi del ciclismo il Mortirolo, lo Zoncolan, l’Angliru. E poi il Galibier, L’Izoard e l’Alpe d’Huez. E alla fine, dopo ore di attesa si esalta in 30 secondi o meno di passaggio, ma tanto basta per rendere memorabile il momento. Ma quel momento può durare un’eternità se un campione sfodera la “stoccata d’altri tempi”. Una fuga, un tentativo suicida di far saltare il banco e le gambe degli avversari. Poco cambia se a saltare in aria siano i muscoli dell’attaccante. Ci ha provato e questo basta al tifoso della strada. Perché il ciclismo, questo sport popolare che si circonda della carica della gente, vive di queste imprese e se è vero che è il Tour che fa grande un atleta è altrettanto sempre vero che sono imprese di tal fatta che fanno grande la singola edizione della Grand Boucle. A quel punto il vincitore non a quasi più valore: uno nessuno o centomila vincitori. Non importa chi essi siano. Ieri sull’Alpe d’Huez  c’erano molti più vincitori del Tour di quanti una vita umana potrà mai vedere: 167 corridori o migliaia di tifosi. Molto più di centomila. Un oceano in visibilio per il “Pistolero”, per il “ragazzino francese” in fuga, per il “biondino lussemburghese”, per il “leone giallo” e quello australiano, per il “costaricano”…sul Galibier anche il “Pirata” ha avuto la sua fetta di gloria. Eterna. Perché lui, si sa, non è morto in quel freddo hotel di Rimini. E non morirà mai, perché le salite erano, sono e saranno per sempre la sua terra. Il suo e il nostro paradiso. Tutti hanno gloria dal Tour. E tutti ne restituiscono il doppio. Il triplo. A dismisura. Il doping, gli scandali, nulla conta più ormai. Contador arranca. Voeckler impreca. Schleck ragiona. Evans incontra la Dea “Sfortuna” e la sconfigge a suon di pedalate. Sanchez porta in alto l’urlo “Gora Euskadi!”. Hoogerland ancora ripensa a qual filo. Filo metallico. Filo spinato. Di quel ferro che ti entra nella carne e poi nello spirito e non ti lascia più. Fortuna che c’è il pubblico: “Allez Johnny!”, “Allez Thomas!”, “Allez Alberto!”. E giù pedalate scaricate sull’asfalto e sulla salita. E vedendo la faccia di Voeckler, eroe nazionale per 10 giorni, vedendo la sua pedalata, ti pare di vedere la sua anima davanti al suo corpo. Lei che lo trascina perché le gambe poco possono fare oramai. Il cuore oltre l’ostacolo. Oltre la vetta. Oltre ogni sofferenza. E ti chiedi: “ma chi glielo fa fare?”. La vittoria? No di certo! Nessuno lo sa. Perché questo è il ciclismo!

Chi vincerà il tour? Poco importa…di certo non uno solo.

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