Il Giro d’Italia: storia, mito e letteratura.

Il Giro d’Italia: storia, mito e letteratura.

Il ciclismo riparte dopo l’uragano Covid19. Tra incertezze e linee guida sanitarie il calendario del nuovo Giro d’Italia prende forma. Bloccata dalle misure anti-contagio tra maggio e giugno la “corsa rosa” si svolgerà eccezionalmente dal 3 al 25 ottobre. Prima tappa, dopo la rinuncia dell’Ungheria ad aprire la competizione dalla capitale Budapest, sarà il capoluogo siciliano Palermo. Dovrebbero rimanere invariate le successive frazioni con la classica tappa finale di Milano, sede della Gazzetta dello Sport, sponsor storico della corsa.

Pur restando da definire i protocolli di sicurezza per limitare il pericolo coronavirus, la ripartenza del Giro d’Italia assume un significato simbolico importante per la nuova sfida storica che aspetta il sistema Italia. La “corsa rosa” ha attraversato, intrecciandosi e specchiandosi in essa, pressoché tutta la recente storia unitaria della penisola. Nato nel 1909 per opera dei giornalisti Tullo Morgagni, Eugenio Camillo Costamagna e Armando Cougnet, il Giro d’Italia ha rappresentato l’aspirazione ad un progetto di unificazione culturale, linguistica e sportiva della penisola. Un paese diversificato per tradizioni, dialetti e sistemi politico-amministrativi, era ora percorso da una sola competizione e da una sola passione su due ruote. Le tappe che attraversavano l’Italia divennero l’occasione per scoprire le diversità regionali e le bellezze di un paese che nella molteplicità si riscopriva unito nello sport e nel tifo per i medesimi corridori. Percorrendo l’Italia dei mille campanili e della provincia strapaesana, ogni spettatore poteva emozionarsi nella percezione di una evento che intercettava la sua realtà, proiettando il suo io della piccola patria nel noi nazionale e affermando il senso di una comunità che iniziava a riconoscersi come tale. Non casuale dunque la scelta del titolo Il Garibaldi” per la guida che illustrerà le tappe del Giro d’Italia a partire dal dopoguerra e non casuale sarà il legame che legherà fin dalle origini il giornalismo culturale e la penna di numerosi letterati  alle vicende della competizione.

Achille Campanile e Dino Buzzati raccontano il Giro d’Italia

Giornali e riviste divengono allora il luogo della narrazione del Giro d’Italia. La penisola che riscopriva se stessa come autocoscienza unitaria diveniva oggetto, attraverso la “corsa rosa”, di un racconto in grado di cogliere tutte le implicazioni politiche, sociali ed economiche del primo vero evento nazionale del paese. La competizione diveniva contenitore privilegiato per il racconto, forma per riflettere sulla società italiana ma anche immaginare e poetare. Nel 1932 sulle colonne del “Il Giornale del Popolo di Torino” il surrealismo di Achille Campanile giungeva ad elaborare un personaggio di fantasia, corridore e maggiordomo, in competizione e relazione con la corsa reale ma secondo una logica sportiva inversa: la vera vittoria è giungere ultimi al traguardo. Il personaggio ideato da Campanile, Battista, arrivava ad una notevole notorietà attirandosi anche gli strali, in pieno fascismo, dello svuotamento irrisorio dell’ethos agonistico della competizione. Paesaggi, montagne, strade, la scrittura di Campanile dava prova della sua sensibilità anche tinteggiando con grazia il panorama dell’Italia dei corridori e le dolci, selvagge bellezza del territorio italiano:

 

Le strade d’Italia sono come le sinfone di Rossini. Cominciano serene, larghe, a correre spensieratamente, a scherzare con mari, i fiumi, i laghi, i ponticelli, i prati fioriti, le ville, i castelli in rovina, i paesini che s’infilano l’uno appresso all’altro, si che pare di traversare tutto un solo paese pieno di vita e di varietà che non finisce mai. Poi elevano il tono e s’abbandonano alla vena melodica degli aerei poggi. Ed ecco che comincia il crescendo. Il prodigioso giocoliere raccoglie le sue forze per l’esercizio finale: a un tratto ci si accorge che da un pezzo paesi non se ne trovano più; le case sono scomparse, il panorama diventa aspro. Si sale. Ci si trova tra i boschi, sempre più soli. Le cime si moltiplicano, le valli si inseguono, gli abissi invocano gli abissi. La solitudine diventa più vasta, il silenzio più profondo, il panorama più selvaggio. Ormai si è soli fra cielo e montagne.

 

L’attenzione riservata al Giro d’Italia dal mondo letterario superava e integrava la sola funzione nazionale della competizione. La peculiarità insita nell’essenza stessa del ciclismo, lo sforzo del pedalare verso un obiettivo, e il senso del suo mezzo, la bicicletta, assumevano un carattere centrale nella nuova Italia. Nato come hobby di lusso, la bicicletta divenne ben presto strumento e traporto della working class. Fattorini, muratori, operai, calcavano le strade a bordo di leggeri due ruote e la bicicletta diveniva parte integrante della cultura di massa. Vittorio De Sica immortalava il dramma del furto e del variegato indotto para-legale della biciclette nella Roma del finire degli anni 40’. Lo sforzo fisico dei corridori sublimava nell’agone sportivo lo sforzo di una generazione per uscire dalla povertà, per avviare quel processo di trasformazione del paese “dalla periferia al centro” del sistema economico mondo. Il primo Giro d’Italia veniva vinto da Luigi Ganna, un muratore. Ognuno poteva immedesimarsi nei corridori, nelle loro storie e condividere il medesimo ethos del riscatto attraverso il lavoro, l’impegno per il raggiungimento di una meta, un traguardo di vita migliore. L’epos diveniva allora la forma stilistica più adeguata per dispiegare la forza del mythomoteur insito nella simbologica ciclistica. E’ Dino Buzzati a cogliere tale sfumatura eroica della competizione seguendo il XXIII Giro d’Italia per il Corriere della Sera nel 1949 e raccontando della sconfitta di Bartali ad opera di uno straordinario Coppi nella tappa di Pinerolo:

 Quando oggi, su per le terribili strade dell’Izoard, vedemmo Bartali che da solo inseguiva a rabbiose pedalate, tutto lordo di fango, gli angoli della bocca piegati in giù per la sofferenza dell’anima e del corpo, allora rinacque in noi, dopo trent’anni, un sentimento mai dimenticato. Trent’anni fa, vogliamo dire, quando noi si seppe che Ettore era stato ucciso da Achille. Fausto Coppi certo non ha la gelida crudeltà di Achille. Ma in Bartali anche se scostante e orso, anche se inconsapevole, c’è il dramma come in Ettore, dell’uomo vinto dagli dei. Contro Minerva stessa si trova a combattere l’eroe troiano, ed era fatale che soccombesse. Contro un potenza sovrumana ha lottato Bartali e doveva perdere per forza contro la potenza malefica degli anni..

Una metafisica del Giro d’Italia?

L’interesse, la passione suscitato dal Giro d’Italia, ma anche allo stesso tempo il progressivo disinnamoramento delle generazioni più giovani per la competizione appare infine riconducibile ad un ulteriore aspetto. Oltre al mutamento della storia tecnologica del paese, l’affermarsi della macchina come mezzo di trasporto e desiderio materiale, e del compimento, coscio o inconscio, del processo di unificazione nazionale post risorgimentale, centrale appare per comprendere fortuna e disincanto del Giro d’Italia l’essenza stessa di una escatologia laica della competizione. Prefigurando la corsa verso un obiettivo, verso un traguardo sempre posticipato nella tappa successiva, il ciclismo ha offerto al paese le basi per una ricerca continua verso la possibilità di una realizzazione di un progetto, di una salita verso la realizzazione personale e collettiva. L’intersecarsi del Giro d’Italia con la sviluppo economico e sociale del paese ha posto il ciclismo come sovrastruttura di una “pastorale italiana” fondata sulla dedizione, la fatica e il culto del lavoro. In tal senso, sic parva licet, il Giro d’Italia ha rappresentato la raffigurazione dell’utopia nell’accezione nazional popolare della progettualità realizzabile attraverso la centralità dell’homo faber. La crisi del ciclismo dettata dagli scandali del doping e il progressivo allontanamento del grande pubblico dalla competizione del Giro d’Italia possono allora essere letti, seguendo questa chiave, come il necessario corollario della crisi della visione utopistica odierna in favore del presentismo congenito alla contemporaneità. Non è forse la distopia il genere letterario del contemporaneo?

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