Esiste ancora il razzismo? Il pericolo delle tradizioni

Esiste ancora il razzismo? Il pericolo delle tradizioni

Il razzismo si basa su poche e semplici regole che, se non osservate attentamente, rischiano di non far comprendere come si arrivi ad esserlo. Molto spesso si sente utilizzare il termine xenofobia, ossia paura del diverso, ma, per calarsi di più nei quartieri e nelle strade di paese, si parla di “schifare” il prossimo. Il colore della pelle di una persona o il suo orientamento sessuale mi disgustano, pertanto la voglio lontano da me.

Eppure sarebbe riduttivo ridurre il razzismo ad un semplice conato di vomito, come quando si osserva qualcosa di disgustoso, ed inoltre non renderebbe giustizia ad una piaga a livello mondiale.

Dire che il razzista sia semplicemente suscettibile alla vista di una persona diversa, portando il livello della discussione sul campo, se vogliamo, dell’estetica sarebbe ingiusto per la parte lesa, e renderebbe il razzista non solo meno colpevole, ma anche un po’ più intelligente di quello che, in realtà, non è.

Il razzismo ha radici più lunghe ed importanti e, come dicevo, si basa su poche e semplici regole:

  • Non conosco la storia e la vita di un certo popolo
  • Non conosco la storia e la vita di quell’individuo
  • Formulo un giudizio generalizzando, forte di alcuni fatti di cronaca o impressioni personali, o basandomi sul sentito dire
  • Difendo la mia tradizione, il mio popolo, e tutto ciò che ci rende diversi, forte della mia maggiore presenza sul territorio, utilizzando il concetto di normalità

Se i primi tre punti sono un passaggio che ha coinvolto inevitabilmente (e tristemente) molti di noi, e che si manifesta ogni giorno nel parlare comune, è il quarto punto che, pur essendo strettamente collegato al terzo, rende l’individuo un soggetto più pericoloso.

Il terzo punto, in realtà, è insidioso e preoccupante quanto il quarto, ma si trova ancora sul terreno dell’ingenuità, se così vogliamo chiamarla, ossia su un terreno in cui il giudizio è formulato frettolosamente e che si arresta quasi sempre nella sfera privata.

Quando il giudizio invece si apre alla sfera pubblica allora la situazione diventa, se possibile, addirittura più preoccupante.

La genesi

Forse è bene fare qualche esempio di un personaggio a tutti noto, ma di cui non si conoscono quasi mai pensieri e scritti diretti:

Incontrai improvvisamente un essere con un lungo caffettano con chiusure laterali nere. Il mio primo pensiero fu: è un ebreo? A Linz non erano così. Osservai l’uomo di nascosto e con cautela, ma più osservavo quello strano viso e lo studiavo in ogni caratteristica, più si formava nella mia mente in diverse maniere la mia domanda: questo è un tedesco?”

Le parole che avete appena letto sono state scritte da Adolf Hitler nel suo Mein Kampf. Parlare di un personaggio così determinante per la storia dell’umanità, purtroppo in senso tragico, non è mai facile seppur necessario.

Proviamo per un secondo a dimenticare di chi stiamo parlando ed analizziamo qualche passo di questo testo che testimonia, anche se parzialmente, la genesi di un pensiero fortemente razzista e che ha portato ad una fine che tutti conosciamo.

In questo primo passo si evince già l’interesse di Adolf Hitler, allora a Vienna, per le diverse etnie e, in particolare, per gli ebrei. Si domanda se il possessore di quel lungo caffettano fosse o meno un ebreo, ma soprattutto se fosse o meno un tedesco.

Non appena cominciai a studiare l’argomento e a prestare attenzione agli Ebrei, Vienna mi apparve sotto un’altra luce. Quindi ovunque andassi vedevo degli Ebrei, e più li vedevo, più mi appariva evidente e ovvio che erano diversi dalle altre persone […] una popolazione che non aveva alcuna somiglianza con i Tedeschi.”

Bisognerebbe leggere per intero quelle pagine per comprendere meglio i motivi di questo suo interesse verso gli ebrei, che poi sfocerà in un odio crescente e che lo porterà a vederli come una minaccia; come una nazione dentro un’altra nazione pronta ad acquisirne il controllo della stampa, dei partiti politici e delle istituzioni.

Non potevo continuare a dubitare che fosse una questione non dei Tedeschi e di un’altra religione, ma di una nazione separata”

Tornando ai quattro punti esposti precedentemente qui vi è un chiaro esempio di come siano stati applicati alla lettera. Nelle pagine lette del Mein Kampf appare un Hitler dubbioso e completamente gettato in una spasmodica ricerca sulla vita politica del suo paese e quando inizia a sospettare di un controllo e di una ramificazione nelle sedi del potere da parte degli ebrei, considerati una razza straniera, vi è un cambiamento.

Un cambiamento che porterà a considerare tutti gli ebrei come nemici, nessuno escluso, generalizzando, non conoscendo la vita del singolo, facendo leva su considerazioni personali, su fatti di cronaca interpretati per tirar l’acqua al proprio mulino, fino a formulare pensieri di odio nei confronti di quella che viene considerata una razza straniera, diversa, che minaccia l’identità del suo popolo, della sua nazione, delle sue tradizioni.

Ma c’era un fatto impressionante: non esisteva un singolo giornale a cui gli Ebrei fossero collegati che potesse essere descritto come genuinamente nazionale, nel senso che la mia educazione e le mie opinioni mi avevano insegnato […] Allora mi divenne chiara una cosa: la leadership del partito, di cui avevo combattuto duramente e per mesi i minori sostenitori, era quasi interamente nelle mani di una razza straniera”

E ancora (da notare come ci fossero degli “studi” per avvalorare le sue tesi. Il virgolettato è d’obbligo)

Durante i miei studi sull’influenza della nazione Ebraica lungo periodi estesi della storia umana, mi sorse l’oscura domanda per cui l’imperscrutabile Destino, per ragioni sconosciute a noi poveri mortali, non abbia decretato la vittoria finale di quella piccola nazione”

N.B: i passi scelti sono quelli meno duri, quelli dove si pronuncia con una manifestazione d’odio inferiore verso gli Ebrei, perché l’Olocausto, a mio avviso, è stato fin troppo etichettato come un evento funesto causato dal delirio del singolo e, in secondo luogo, di una nazione.

Quello che certamente è anche un delirio, è stato in primo luogo frutto di una logica ben precisa e marcata. Parlare di Olocausto come delirio del singolo, sottolineando soltanto i passi di maggiore impatto, non renderebbe assolutamente giustizia all’evento.

Perché citare Hitler?

Perché è soltanto uno degli innumerevoli esempi che si potrebbero chiamare in causa, ma resta pur sempre quello più sconvolgente per noi contemporanei. Ma oggi, in soldoni, come siamo messi? Abbiamo superato questi pericoli? Ce ne sono di nuovi? Sono più potenti o meno?

La risposta di sicuro non vi piacerà (spero). Non posso pronunciarmi sulla presenza o meno di un certo tipo di razzismo, perché non possiedo studi e dati che mi consentano di affermare con forza una o l’altra posizione. Certo, i fatti riportati dalla cronaca mondiale non sono rassicuranti, ma il punto che vorrei analizzare è un altro.

Qui non si discute il razzismo, ma la presenza forte di teorie con questo stampo. È il caso di Renaud Camus, tanto per fare un esempio, il quale sostenne nel 2010 che in Europa è in atto una Grande Sostituzione secondo cui i migranti islamici provenienti dal Medio Oriente starebbero sostituendo la popolazione europea. La sostituzione porterebbe il continente ad un “genocidio bianco”.

Tutti dovremmo svegliarci e sostenere qualcosa senza dover avere paura di essere censurati o multati, ma quando questo porta ad un incitamento all’odio razziale, e soprattutto quando viene pronunciato, senza alcun dato reale, da uno scrittore, politico e professore universitario, allora la situazione diventa preoccupante.

Perché è preoccupante? è davvero necessario allarmarsi? La risposta è si. E non è un caso se nel 2014 fu condannato proprio per incitamento razziale.

A rendere pericolosa la teoria del genocidio bianco e della Grande Sostituzione non è soltanto la teoria in sé, che mi ricorda “vagamente” i passi sopra riportati di Adolf Hitler, ma il fatto che venga pronunciato da persone in possesso di una certa rilevanza sociale e politica.

Se il sottoscritto pronunciasse qualcosa in un bar avrebbe un seguito ridicolo, qualora lo avesse; se a pronunciarle è un personaggio pubblico la situazione è differente. Se queste parole poi vengono condivise sui social network si inizia a dar voce ai deliri del singolo e viene meno quel metodo scientifico di approccio verso il mondo che tutti dovremmo avere. Di queste cose ne ho parlato nei miei due articoli precedenti.

La difesa delle tradizioni

L’enciclopedia Treccani parla delle tradizioni come: Trasmissione nel tempo, da una generazione a quelle successive, di memorie, notizie, testimonianze; anche le memorie così conservate.

È bello ricordare un evento del passato, festeggiarlo, o custodire un’antica ricetta per riproporla rigorosamente secondo il metodo originale ai posteri. Ogni giorni in Italia ci sono feste per celebrare un evento, religioso o meno, una specialità culinaria e via dicendo. Ricordare e trasmettere i ricordi ci rendono più responsabili e attenti verso il futuro, perché ciò che è stato potrebbe essere ancora, di nuovo, domani.

Quante volte abbiamo sentito queste frasi? Non c’è nulla di sbagliato, eppure non si parla mai delle nuove tradizioni. Sembra quasi che il presente abbia esaurito la possibilità di compiere nuovi passi e di trasmettere qualcosa ai nostri futuri nipoti. Guardiamo con sospetto alle novità e qualsiasi cosa minacci le antiche tradizioni viene setacciato con estremo sospetto.

Ciò che rappresenta un popolo va tutelato, perché si è formato nel tempo, sedimentandosi e rispecchiando una determinata generazione che non deve e non vuole essere dimenticata. L’errore sta nel credere che vada tutelata da una minaccia esterna e non dall’inevitabile logorio del tempo.

Certo, quando ci viene proposta la pizza con l’ananas forse il dubbio che nasce è più che lecito, ma quando si parla di una sostituzione di popoli, cosa significa? I migranti vengono qui davvero con l’intenzione di sostituire quello che oggi è l’italiano? O fuggono da una situazione disastrosa in terra propria? Salireste su un gommone con la vostra famiglia se non foste disperati?

In questo articolo non ho intenzione di analizzare la questione immigrazione, ma balza subito all’occhio quanto questo tema stia dividendo parte dei cittadini dell’Europa e del mondo (Trump con il suo muro, ad esempio). Balza anche all’occhio quanto stia cambiando questa parte di cittadini. Persone insospettabili pronunciano frasi sull’autobus che mai avremmo pensato di ascoltare in un mondo civilizzato, perché?

Nei due articoli precedenti, fondamentali per la comprensione di quest’ultimo, ho cercato di fare un punto (assolutamente personale) sul perché ciò accada, ma cercherò di riassumerlo in poche parole: la politica e la politica nei social network. (Articolo 1 ed Articolo 2)

Perché se lo stesso Matteo Salvini nei suoi post social riprende, in parte, temi della Grande Sostituzione, e se Giorgia Meloni inasprisce la sua politica in nome delle tradizioni e delle radici, allora la portata di queste teorie non è più del singolo nel bar sotto casa, ma di milioni di elettori.

Tradizione – Radice – Normalità

Su queste tre parole chiave si genera l’odio e/o qualsiasi pensiero volto a conservare una situazione vista come perfetta ed imperitura nel tempo. Quello che vediamo oggi sembra uno status quo, non il risultato di numerosissimi eventi. Il nostro modo di essere, i confini, le mode, i gusti culinari, la percezione che abbiamo del corpo, le conoscenze, la lingua; è tutto così perfetto ed è sempre stato così.

Le tradizioni finiscono per diventare le radici di un albero eterno e sempre uguale. Non si riconosce il cambiamento delle cose, e quello che è usuale finisce per essere normale. Ciò che oggi ci sembra frequente finisce per essere uno stato di diritto che non deve essere toccato, cambiato, migliorato.

Tutto ciò che viene dall’esterno è una minaccia, senza rendersi conto che la quasi totalità delle tradizioni è il risultato di percorsi e di cambiamenti. Ma da sempre non deve significare necessariamente per sempre.

Il terrorismo psicologico che viene fatto da una certa fazione politica mondiale ci porta a guardare il prossimo (e non mi riferisco solo al migrante) come ad un grande pericolo. C’è il sentore che qualcuno voglia portarci via quello che è nostro.

Attentato in Nuova Zelanda

Il 15 Marzo scorso Brenton Tarrant aprì il fuoco in una moschea in Nuova Zelanda, registrando il tutto in una diretta Facebook. Cosa rende questo attentato diverso da quelli che siamo soliti sentire? Che a farlo non è un membro dell’ISIS, non è Bin Laden, ma un ragazzo bianco, 28 anni, e che sposando la teoria della sostituzione dei popoli e affini, decise di compiere la carneficina a Christchurch.

Sapete quanti musulmani ci sono in tutta la Nuova Zelanda? Secondo il censimento del 2013 sarebbero soltanto l’1,2% della popolazione religiosa (la quasi totalità è cristiana ed induisti e buddisti sono maggiormente presenti)

Eppure un ragazzo di 28 anni ha sentito il pericolo e la necessità di compiere una sorta di pulizia etnica, uccidendo almeno 49 persone e ferendone altrettante. Qualcuno ha attaccato le sue radici e le sue tradizioni, alimentando una brutta aria che tira ormai da troppo tempo, Italia compresa.

Non è un caso infatti se su uno dei suoi caricatori ci sia il nome di Luca Traini, colui che sparò all’impazzata a Macerata contro degli africani, senza alcun motivo se non appunto quello razzista.

E se pensate che questi siano casi sporadici vi basterà cercare sul vostro motore di ricerca preferito termini come Charlottesville, alt-right, Stormfront Forum, così da avere una panoramica diversa da quella europea.

Cosa deve essere normale e non soltanto usuale?

Il rispetto. Che non significa tolleranza, un termine che ho sempre mal digerito: cosa bisogna tollerare? Cosa devo sopportare? perché devo tenere a freno la lingua? Non dovrei neanche avere nei miei pensieri qualsiasi idea di odio.

Ciò che deve essere normale è il rispetto, che non significa neanche amore: se non conosco quella persona non significa che io debba farla entrare in casa mia ed offrirgli il mio cibo, non chiedo questo.

Rispetto significa considerare il prossimo al tuo stesso livello, guardarlo negli occhi, dargli un lavoro per le sue competenze e fidarti di lui, non passare dall’altra parte della strada, non stringere forte a te la borsa se vedi quel diverso passare al tuo fianco. I delinquenti ai bordi delle strade sono uguali che siano bianchi, neri, credenti o meno.

Radicare le tradizioni utilizzando il termine normalità è quanto di più pericoloso possa esserci. È uno strumento che nelle mani sbagliate può davvero essere potente, perché fa leva sulle paure di tutti.

Tutti noi abbiamo avuto paura dello straniero in stazione, di notte, ma nessuno ci fa notare che avremmo avuto paura di qualsiasi persona in quel posto di notte. È una dialettica pericolosa che possiamo ancora fermare ed arginare, informandoci, evitando di condividere cose di cui non siamo certi sui social network, leggendo, sforzandoci con la testa di non credere a tutto quello che vediamo.

Non voglio alimentare un inutile complottismo, ma diffondere l’idea che dovremmo avere in mente un metodo scientifico per analizzare ciò che abbiamo intorno e ciò che leggiamo, e non i nostri sentimenti, che vengono dalla pancia e non dal cervello.

Dobbiamo uscire dalla nostra comfort zone e prendere in considerazione un mondo diverso per interrogarci davvero sulla sua bontà o meno. Ed è fondamentale evitare di condividere, di alimentare, di sostenere qualsiasi cosa che non sia provata, analizzata, studiata e che non sia stato lungamente processato dalla propria mente.

Da sempre non significa necessariamente per sempre.

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