Perché proprio io? La sensibilità storica ed una Scuola che non funziona

Perché proprio io? La sensibilità storica ed una Scuola che non funziona

Alcune immagini in questo articolo potrebbero urtare la vostra sensibilità

Mi spoglio, entro nella doccia e giro la manopola dell’acqua calda, aspettando qualche secondo che la temperatura si stabilizzi al punto giusto. Lascio al vapore il compito di creare una cortina di fumo impalpabile, chino la testa verso il basso così che l’acqua tolga via di dosso le impurità, i pensieri e le fatiche di una lunga giornata: sono rigenerato.

Mi lamento un po’ del fatto che, quando uscirò, il bagno non sarà così caldo ed allungo la mano in cerca del mio accappatoio. Poi un pensiero, che forse vi farà ridere un pochino, mi assale all’improvviso e mi sento fortunato. Un pensiero probabilmente banale, a volte ipocrita, ma che mi ha dato modo di andare oltre.

Io, quasi 30 anni, fresco, pulito, rilassato, lui Giovanni Givone, militare della prima guerra mondiale, senz’altro più giovane di me, dopo la battaglia sul Piave, stanco, affamato, lontano dagli affetti, scrive:

Al di qua del Piave tutto a piedi chi con zoccoli chi con scarpe rotte chi addirittura scalzi. Molti invalidi seguirono la nostra sorte. Nemmeno accampamenti onde ricoverarci la notte, scarsi posti di ristoro e quei pochi istituiti ben poco davano. Al 1° GRADISCA giunto alla sera i viveri erano terminati, non ricevei più niente, al 2° San Vito una mezza pagnotta e mezza scatoletta, al 3° Motta di Livenza dove mi tennero fermo per tre giorni 1/3 di pagnotta ed un mestolo di riso. Dimodochè chi ne aveva doveva mangiare del suo e chi non ne aveva era costretto a domandare l’elemosina ai borghesi”

Con questa premessa non voglio intraprendere il percorso che, alla fine, si concluderà con la logica dell’accontentarsi di quel poco che si ha, di vedere nelle piccole cose la gioia della vita (discorso, in ogni caso, importante), ma, piuttosto, altri due.

Perché io, e non Giovanni, sono sotto la doccia? Questo primo pensiero si risolve, crudelmente, in maniera immediata: sono nato nel posto giusto e nel momento giusto, tu no. Non c’è bisogno di andare oltre, nessuna spiegazione, a meno che non si tirino fuori dal cilindro dottrine escatologiche valide, in questi casi, come il miele con l’assenzio.

Il secondo percorso, quello che credo sia più opportuno approfondire, è, non solo il dovere di allenare la memoria per non dimenticare, ma quello di affinare la sensibilità il più possibile verso tali racconti per non ridurli a fatti di cronaca.

La scrittura, il tempo, la vita visti come una freccia scagliata verso l’orizzonte, il futuro, che, quasi certamente nell’immagine della vostra testa, andrà da sinistra verso destra.

Così le memorie, le storie, il sudore, gli appetiti e le mode di un essere umano o di un’epoca vengono ridotti a fatti di cronaca, a racconti lineari, procedurali, svuotati da qualsiasi contesto emotivo reale e che, qualora presente, in grado di durare una manciata di attimi.

Senza sentirvi in colpa per qualcosa che non avete fatto, fermatevi un secondo e domandatevi il perché voi siete qui, a leggere questo articolo, e non a conficcare una baionetta nel cuore di un altro essere umano. Cosa avrà pensato, Giovanni, che forse sognava di metter su famiglia, nel momento in cui ha fatto esplodere con una granata pezzi di carne umana che prima erano Luca, Antonio, Simone?

Aiutatemi, in questo articolo, a non cadere nella tentazione della logica delle piccole cose precedentemente descritta, ma, piuttosto, sforziamoci insieme a comprendere qualcosa cui non siamo stati educati.

A scuola la storia è fatta di date, di nessi logici e ricostruzioni storiche arbitrariamente designate dai posteri (quasi sempre), ma solo in rari casi di vite e veri racconti. È inutile descrivere le fasi geopolitiche di una guerra se non si spiegano i ruoli degli attori in campo, o se, in qualche scheda di approfondimento, non si leggono testimonianze dirette.

Il rischio del restare fermi ad assistere al volo di una freccia è proprio questo: vederla bene solo nel punto in cui ci è più vicina. E non solo nel tempo, ma anche nello spazio. Sentire sulla propria pelle le gioie e le disgrazie altrui non ci è mai stato insegnato adeguatamente, quindi è da qui che parte il mio percorso: non mi sto chiedendo perché io sono così fortunato e Giovanni no, o meglio non soltanto questo, ma mi chiedo, ora che sono così fortunato, ho, oppure no, il dovere di ricordare, amare, diffondere il suo messaggio?

Non posso avere sensi di colpa per qualcosa che non ho fatto, ma posso avere la capacità, e dunque il dovere, di non abbandonarlo. Perché è così che funziona: se non c’è memoria non esisti. Sia chiaro, non si tratta di salvare il singolo individuo, un’impresa impossibile e forse anche inutile, ma di salvare la sua esperienza, la sua diversità, i suoi sogni ed imparare a ragionare nel presente e nel futuro.

Cosa significa ragionare nel presente e nel futuro, attraverso il passato? Non intendo il mantenere le tradizioni, il restare fossilizzati su ciò che è stato dimenticando la potenza delle nostre azioni, della vita che pulsa nel petto e nelle mani, ma di essere in grado, in un secondo, di vivere più vite, di pensare con migliaia di teste, di sentire, gioire, soffrire, perché abbiamo una sensibilità storica.

Una sensibilità che ci fa uscire da un inevitabile egoismo, da un soliloquio in cui ci si dà continuamente ragione, anche quando non si dovrebbe. Il presente ed il futuro possono essere meglio di così.

Le foto non vanno guardate ma osservate

Guardiamo insieme questa foto. Il pensiero va inevitabilmente al numero di vite spezzate, alla montagna di cadaveri, al loro corpo ridotto all’osso, alla loro dignità massacrata, ma non ci fermiamo a pensare cosa deve aver pensato, provato, sentito uno di quei morti poco prima di morire. Perché, nel caso dei campi di concentramento, non sempre si moriva uccisi con un colpo alla testa, ma, magari, buttati ancora semi-vivi in quelle fosse.

https://www.mirror.co.uk/news/world-news/gallery/horrors-holocaust-terrible-colour-photographs-13211292

Filip, nome polacco diffuso, scelto arbitrariamente da me per l’occasione, cosa deve aver pensato alzando gli occhi al cielo, qualora non fosse stato ricoperto, a sua volta, da cadaveri? Prima di procedere fermatevi per pensarci.

Oppure guardiamo quest’altra foto.

https://www.mirror.co.uk/news/world-news/gallery/horrors-holocaust-terrible-colour-photographs-13211292

Qui, anche se in condizioni pessime, non ci sono morti, anzi, esseri umani che, essendo fotografati, significa che sono scampati alla morte (la foto sarà sicuramente da parte degli Alleati). Ma guardate bene le loro scarpe. Il ragazzo di destra ha un piede nudo ed un altro che non si comprende per bene. Il ragazzo sulla sinistra ha un paio di scarpe e, stando alle testimonianze dei sopravvissuti come Primo Levi, era già una fortuna, di diverse taglie superiore. Non avere scarpe della propria taglia significa camminare male, vesciche, infezioni, dolore, freddo, ed infine morte.

Le due foto scelte sono entrambe a colori, non a caso, perché il bianco e nero rende gli eventi più distanti, fermi, immobili a fatti di cronaca. I colori, al contrario, ci danno sfumature, vita e vicinanza. Interessante il film di Peter Jackson al riguardo.

Studiare diversamente

Gli esempi potrebbero e dovrebbero andare avanti per ore, perché bisogna affinare la propria sensibilità storica verso una documentazione, verso delle testimonianze così importanti da non poter essere dimenticate. Un brano di Nina Simone, per la morte di Martin Luther King, non può essere soltanto una canzone

Bisogna allenare la propria sensibilità storica per vivere un piccolo pezzo di quel dolore (o in altri casi gioia!), non per onorare un debito di cui non siamo debitori, ma per comprendere fino in fondo i processi storici attuali, la politica, la vita dell’essere umano in generale. Per andare avanti nel modo giusto.

La scuola, da questo punto di vista, dovrebbe adoperarsi di più per far entrare nel vivo di alcune questioni gli studenti. E non deve avere paura di urtare la loro sensibilità. Non deve aver paura di perdere qualche lezione per sollevare discussioni tra gli studenti, perché quelle discussioni resteranno nel loro bagaglio culturale e sociale più di qualsiasi altra lezione. Il dialogo tra studenti, tra pari, pur essendo un mio pensiero, potrebbe far crescere un senso civico fin troppo trascurato.

I giovani devono essere allenati al confronto storico, all’essere attenti agli indizi, a scoprire e ad interrogare la propria mente. Devono essere stimolati.

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