Condividere il Terrore – La Politica 2.0

Condividere il Terrore – La Politica 2.0
Immagine prelevata dalla testata Today.it

“Il potere risiede dove gli uomini credono che il potere risieda. È un trucco, un’ombra sul muro. E un uomo molto piccolo è in grado di proiettare un’ombra molto grande.”
George R.R Martin

La politica ai tempi dei social network aggiunge qualcosa alla politica precedente, qualcosa in grado di cambiare radicalmente non solo l’approccio degli elettori nei suoi confronti, ma soprattutto l’inverso, ossia l’approccio della politica nei confronti degli elettori: gli elettori possiedono qualcosa che non avevano mai avuto, il coraggio di premere Condividi.

Ogni mattina, quando vado al lavoro, assisto in un Bar a meravigliosi dibattiti da parte dei soliti noti: un piccolo gruppo di anziani che fermenta sul lievito madre, il giornale. Oltre a provare stima e simpatia nei loro confronti, non posso non notare la fretta e l’assenza di qualsiasi riferimento politico nei dialoghi, se non, appunto estremamente veloce ed occasionale, da parte degli altri avventori.

Nei bar, nelle piazze, al supermercato, il popolo, incontrandosi, discute verbalmente sulla vita politica del proprio paese, giusto un paio di battute, coinvolgendo un numero relativamente piccolo di persone.

Forse non c’è tempo, voglia, ma soprattutto è cosa rarissima, seppur giustificata, quella lettura critica di un testo come il classico quotidiano che sarebbe invece l’unico antidoto capace di portare alla bocca (per alcuni prima ancora alla mente) dei contenuti.

Non sappiamo più di cosa parlare e come parlarne.

Umberto Eco ultimamente è stato chiamato in causa più del dovuto per la sua frase riguardante i social network, con i quali si è data voce ad una legione di imbecilli. Potremmo discutere su questa affermazione per ore, anche perché non la condivido pienamente, ma ad essere interessante è il seguito di questa affermazione: “prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività.”

In sostanza non potevano condividere un contenuto e non potevano condividere le loro reactions ad un pubblico esteso e per un tempo relativamente lungo, come invece avviene ora. Sì, perché se sono arrabbiato con l’interlocutore che ho fisicamente di fronte poco dopo tutto finirà. Se lo sono con una comunità online, invece, questa rabbia resterà viva per un po’. Verba volant, scripta manent.

Il Social Network si inserisce in questa voragine, in questo vuoto, perché sazia con le stesse capacità di un antipasto la fame di comunicazione. Siamo affamati, tutti, io compreso. Vogliamo tutti dire qualcosa, a costo di non saper dire nulla e così sfogliando il nostro Feed diamo sfogo, con le reactions, ai nostri appetiti:

“La Roma pensa di vendere l’attaccante Edin Dzeko” – Reaction Arrabbiata

“L’ingrediente segreto della Carbonara” – Reaction Sorpresa

Finché non arriva lei, la notizia (o il meme) che scuote le nostre coscienze, quella che nel gergo del web ci porta a dire “mi ha triggerato”, che potremmo tradurre con “mi ha sorpreso negativamente facendomi arrabbiare”.

Oppure arriva lei, la notizia (o il meme) che ci riempie di felicità, quella per cui facciamo il tifo (non ho utilizzato casualmente questo termine), quella che vogliamo nel nostro profilo, perché ci rappresenta, e quella che vogliamo far conoscere a più persone possibili.

Risultato? Le reactions, ma soprattutto le condivisioni, salgono verso cifre vertiginose aumentando dunque la diffusione di quella notizia con un semplice tocco sullo schermo. L’ironia della sorte vuole che a condividere, e spesso anche a commentare, siano gli stessi che incontro nel Bar che vanno di fretta.

Con questo non voglio avanzare una critica verso questa società frenetica che azzera il substrato su cui potrebbe crescere rigoglioso un pensiero critico e l’amore verso il prossimo e via dicendo (ormai è una moda!). La società è questa, cerchiamo nuovi modi e nuovi mondi senza piangerci addosso.

Capisco, dunque, se il cliente del bar che prende il cappuccino alla mia destra non ha alcuna voglia di discutere la manovra finanziaria di prima mattina. Capisco che avrà molti pensieri per la testa, forse anche pessimi, e capisco anche che leggere i vari giornali (perché non basta leggerne uno) gli è quasi impossibile.

Però è bene ricordarci che potrebbe e dovrebbe farlo, che è possibile essere un cittadino migliore impegnandosi di più, dedicando del tempo alla propria formazione e cultura. Non smetterò mai di sottolineare quanto non si debba smettere di imparare al termine degli studi canonici.

Ma, per tornare al discorso iniziale, non ne ha il tempo, la voglia (o le energie?) ed i contenuti per farlo e, probabilmente, non è stato neanche educato ad una lettura approfondita, anche se le scuole, anacronisticamente, propongono ancora di acquistare almeno tre quotidiani ogni mattina per confrontarli: utopia.

Lui queste cose non le sa, non perché sia uno stupido, probabilmente è anche un plurilaureato, o una persona molto intelligente, ma, semplicemente, non ci pensa.

La politica però lo sa. E lui condivide. Pericolosamente.

Sei ciò che condividi. Il contenuto

Una volta si soleva dire: sei ciò che mangi. Oggi invece siamo ciò che condividiamo, perché, per farci l’idea di una persona andiamo a visualizzare il suo profilo, o sbaglio? Esattamente come le cose che mangiamo, il contenuto delle nostre condivisioni ci costruisce, ci determina, ci delinea, almeno esteriormente.

Ogni volta che clicchiamo Condividi mettiamo nel “Bar virtuale” non più una semplice chiacchiera, o una battuta sferzante verso l’amico notoriamente contrario ad un certo partito politico, ma un vero e proprio contenuto, superficiale o meno, come una notizia o, meglio ancora, un meme o un video.

Attraverso un tocco condividiamo una serie di informazioni, un messaggio in grado di arrivare come un dardo forte e dritto negli occhi del lettore e, anche se non lo dovesse colpire (o triggerare, ormai avete imparato) lo ha visto comunque passare. È un po’ come la pubblicità: nessuno l’ha vista eppure tutti ne cantano il motivetto.

Il contenuto e la continua campagna elettorale

Su questo terreno fertile cresce la Politica 2.0, in grado di studiare a tavolino dei contenuti vincenti, in grado di prevedere una certa reazione da parte di un certo pubblico, in grado di applicare le leggi del marketing al bene pubblico.

Nulla di nuovo, per carità! La politica è sempre stata rappresentata da uno slogan, da un leader forte, da promesse verso una fetta precisa di elettorato, proprio come per la legge della domanda e dell’offerta.

Oggi, però, nel web vige la regola della borsa, con ritmi che cambiano repentinamente ed ogni ora, minuto, il politico ha la possibilità di postare ed arrivare così a milioni di persone, senza aspettare il nuovo comizio o servizio televisivo.

Perché lasciare ai media il potere di parlare della mia politica? Perché combattere il sistema della comunicazione a suon di smentite, dichiarazioni, uffici stampa, quando posso fare un post, ben studiato a tavolino, con calma, e decidere il mio futuro?

Oppure, perché rinunciare alla continua corsa al consenso? Perché aspettare le elezioni, quando posso fare, quotidianamente, la mia campagna elettorale?

Ma soprattutto, perché investire in pubblicità quando è il mio elettorato, seppur piccolo, che con le condivisioni la farà per me?

Il potere – Il difficile gioco del trono

Piero Angela in un’intervista ad Huffpost esprime il proprio pensiero riguardo la comunicazione digitale: “Internet è una cosa straordinaria, ma anche uno strumento di distruzione di massa. E soprattutto uno strumento molto dispersivo, attraverso il quale l’attenzione dura 40 secondi. Così vince l’emotività, non il ragionamento.”

Non è più una propaganda, seppur aggressiva come quella fatta da tanta politica del passato, ma un trading finanziario. Grafici in tempo reale che non esprimono l’andamento di un mercato, ma le reazioni delle persone; l’acquisizione del potere.

Ogni cosa postata può spostare velocemente gli equilibri del potere, senza dare spazio alla dialettica ed al pensiero. Succede a tutti noi, come detto in precedenza, e così l’informazione si riduce ad una caption accattivante, provocatoria, che non permette al lettore neanche di vagliarne la veridicità. Un braccio di ferro tra numerosi ed invisibili tentacoli.

Il potere, in democrazia, è nelle mani del popolo, chiamato in causa principalmente nel momento delle elezioni. Il potere non è mai della politica, anche se ad essa deleghiamo tutto il lavoro che c’è da fare. Colui a cui è stato affidato e che lo detiene è, in realtà, in costante pericolo perché può perderlo improvvisamente.

Pertanto, invece di utilizzare il social network per comunicare genuinamente il proprio lavoro, le battaglie vinte, i propri pensieri esposti adeguatamente, la Politica 2.0 propina ciò che il lettore vuole leggere in una meschina adulazione, perché per vincere bisogna essere rapidi, non onesti, in questo caso.

Su queste nuove modalità e su questi nuovi ritmi si inserisce il post, il meme, la storia Instagram, in grado di “rinfrescare” la mente degli elettori, in grado di dire la parola giusta che conforta i malumori.

La velocità e la Responsabilità. Le Fake News

Internet è immediato. Non c’è alcun viaggio da affrontare, nessun percorso migliore, nessun tempo stimato: tutto e subito o, forse, tutto è subito. Perché non è importante veicolare un contenuto, ma un’emozione e, dunque, una reazione, che viene poi condivisa con la propria rete.

La politica mondiale, non solo italiana, è allora direttamente responsabile di ciò che pubblica, perché qualsiasi siano l’orientamento e le scelte prese, il cittadino non può essere ingannato con notizie false – o meglio note come fake news grazie a Trump.

Fake news non soltanto condivise da un popolo arrabbiato, ma anche costruite ad hoc per l’occasione (e purtroppo verificate soltanto da poche persone). Qualcuno potrebbe accusarmi di essere in malafede, eppure vedere figure di spicco della politica italiana e mondiale condividere continuamente fake news deve far crescere quantomeno il sospetto.

Tuttavia esiste una grande differenza tra una epochè, sospensione di giudizio in attesa di elementi certi, ed una cultura del sospetto complottista, che smantella un’opinione senza elementi certi per affermarne un’altra senza tali elementi.

E quando mi trovo a pensare che alcune notizie false vengono costruite ad hoc per inserirsi nelle logiche dei social e del potere sopra descritti, io sospendo il mio giudizio ed inizio ad indagare.

Ho scoperto che basta scrivere il nome di un politico italiano su Google con accanto il termine bufala per scoprire decine e decine di interventi infondati. Non contento del sito che mi ha appena svelato il fatto, seguito la mia ricerca, per accorgermi che, nella stragrande maggioranza dei casi, quel sito aveva ragione.

Vincere la Politica 2.0 – Epoché

Lo scenario da me descritto può sembrare catastrofico (ed effettivamente lo è), ma c’è una speranza, o meglio una falla del sistema. Il Verba volant, scripta manent qui gioca a nostro vantaggio, perché su Internet nulla si distrugge.

Ogni cosa è lì, al suo posto. Ogni dichiarazione, video, frase scritta non cadrà nell’oblio, perché ci sarà sempre qualcuno che digiterà su un motore di ricerca e troverà ciò che stava cercando.

Le bugie hanno le gambe corte, e così le fake news. Google e Facebook stanno introducendo nuovi strumenti per contrastarle, ma sta a noi cittadini leggere (e verificare) prima di condividere il terrore.

Ogni volta che clicchiamo Condividi stiamo aiutando quel messaggio, lo stiamo supportando, a volte in maniera davvero pericolosa, magari incitando odio senza rendercene conto o veicolando una notizia che potrebbe compromettere qualcosa di serio ed importante.

Epoché, forse questo è l’unico modo per mettere un tampone ad una situazione critica che, chiaramente, deve essere risolta ai vertici della politica, del giornalismo, dei motori di ricerca, perché non è giusto dare la colpa interamente al cittadino.

L’educazione civica, che nelle scuole è sempre messa da parte, dovrebbe essere il fulcro dell’insegnamento, ma la colpa maggiore è di chi si approfitta dei problemi e delle negligenze di tutti noi, nessuno escluso.

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