Il plastismo che silenzia il senso critico
Se le parole contassero, saremmo sommersi dai relitti. Ogni giorno milioni di plastismi finiscono nei talk show, nei titoli dei giornali e nei discorsi di un politico qualsiasi. Ogni giorno milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani. E mentre il mare si trasforma in una discarica invisibile, anche il linguaggio pubblico si intasa, soffocato da frasi prefabbricate, slogan frizzanti e parole di plastica che sembrano dire tutto ma non dicono nulla.
Il plastismo è la monouso del discorso: parole già pronte, facili da riciclare, comode da usare, ma incapaci di nutrire davvero il pensiero. È il nuovo latinorum: Don Abbondio usava il latino per confondere Renzo e tenerlo a distanza; oggi i ministri usano “ce lo chiede l’Europa” o “cabina di regia” con la stessa funzione: far sembrare importante ciò che in realtà è vuoto.
Non riguarda solo le parole abusate, ma anche i contenuti svuotati come involucri da buttare. Prendiamo la discussione sulla separazione delle carriere: invece di un confronto serio sui modelli giudiziari europei, sulle garanzie per i cittadini, sugli equilibri tra poteri dello Stato, assistiamo a un susseguirsi di formule preconfezionate — “riforma epocale”, “giustizia più giusta”, “garanzia di imparzialità”. Ma chi ascolta capisce davvero cosa cambierebbe nel quotidiano dei processi? Oppure resta sommerso da parole che galleggiano e basta?
E l’opposizione, che dovrebbe rompere questa gabbia linguistica, spesso cade nello stesso vizio: slogan pronti all’uso, indignazioni rituali, richiami vaghi alla “Costituzione sotto attacco” o al benedettissimo “campo largo”. Ma quando mancano dati, argomenti, anche la proposta politica, la vecchia agorà greca, rischiano di svuotarsi, diventando plastica verbale che non incide.
Così il dibattito pubblico somiglia sempre più a un mare agitato in superficie, ma senza profondità. Ciò che dovrebbe essere scontro di idee si riduce a scambio di etichette. Il risultato è una politica che perde credibilità, un’opinione pubblica che si disaffeziona, e una democrazia che si indebolisce. Perché se le parole servono solo a coprire il vuoto, a che punto siamo arrivati della nostra democrazia? Forse al punto in cui il linguaggio non è più strumento di chiarimento, ma barriera che divide cittadini e istituzioni.
Un problema di fondo
Il problema non è solo estetico: alimentare il plastismo significa ridurre la capacità di comprensione e di ragionamento. L’Italia ha un tasso alto di analfabetismo funzionale: secondo i dati Ocse-Piaac, quasi il 28% degli adulti italiani fatica a comprendere testi complessi o a usare il linguaggio per prendere decisioni informate. Un dibattito pieno di parole di plastica non colma questa lacuna: la amplifica. Se già è difficile orientarsi tra riforme, bandi e leggi, il linguaggio plastico rende tutto ancora più opaco, trasformando la politica in una lingua esoterica, buona per gli addetti ai lavori e per respingere tutti gli altri.
Gli esempi non mancano. Ogni crisi economica viene definita “epocale”, ogni legge è una “svolta storica”, ogni finanziaria promette una “ripartenza”. Sono parole che rassicurano chi le pronuncia e tranquillizzano chi le ascolta, perché suonano importanti. Ma nel frattempo non chiariscono nulla: cosa significa davvero “governance” quando si parla di ospedali? Che cos’è la “resilienza” per una famiglia che non arriva a fine mese? Senza la traduzione concreta, la parola resta plastica che galleggia.
E il giornalismo non è innocente. La cronaca politica si affida sempre più a un vocabolario prefabbricato, che si ripete all’infinito. Il rischio è che la lingua giornalistica diventi l’equivalente del fast food: veloce, facile, replicabile, ma povera di nutrienti. Una lingua che non racconta più la complessità, ma la riduce a slogan.
Ripulire il linguaggio è un atto titanico e doveroso. Come la plastica nei mari, il plastismo soffoca la biodiversità linguistica: riduce il vocabolario, appiattisce le sfumature, rende ogni discorso intercambiabile. Altrimenti il rischio è che il mare della lingua rimanga morto, pieno di relitti e di strutture vuote. Senza varietà di parole non c’è varietà di pensiero; e senza varietà di pensiero la società diventa più vulnerabile a slogan e propaganda.




