Profondo Rosso…tan tan tan!
Sono discorsi ostici quelli che parlano di donne, figuriamoci se l’argomento principe di tali discorsi riguardi il fulcro del nostro essere donne con cui ci confrontiamo, beh, mensilmente. In un modo ben costruito ad immagine e somiglianza degli uomini, dove e come trovano posto questi fenomeni tanto strani, lontani e misteriosi chiamati mestruazioni?
“Il sangue mestruale è l’unico tipo di sangue non indotto da un trauma. Tuttavia, nella cultura moderna si tratta del più nascosto, di quello di cui si parla meno e che non si vede quasi mai se non in privato, tra donne, che si rinchiudono in piccole stanzette per cambiare l’assorbente in tutta fretta e, in qualche caso, con disgusto, avvolgono il cotone insanguinato in un pacchetto di carta perché non lo veda nessuno, storcono il naso all’odore mentre gettano via e ripuliscono ogni traccia” (Judy Grahn)
Chi ne soffre, chi no: di fronte alle mestruazioni ognuna di noi si comporta in modo differente, esprimendo un’intima relazione con il proprio corpo… in segreto, lontano da sguardi indiscreti. Corpi segnati, disegnati, manipolati, trasfigurati da canoni impossibili imposti da qualche inutile e retorica visione maschilista. Nel nostro attuale contesto, non bisognerebbe stupirsi se ciò che riguarda il nostro apparato riproduttivo, e non, sia gestito, organizzato, amministrato, un po’ come il noto scrittore dell’horror gotico H.P. Lovecraft descriveva le sue terrificanti creature.
“Questo è il periodo in cui la donna sperimenta più penosamente il suo corpo come una cosa opaca, alienata, in preda a una vita ostinata ed estranea che in esso ogni mese fa e disfa una culla…” (Simone de Beauvoir)
È proprio in questa opacità imposta al corpo femminile che il dolore mestruale diventa rumore di fondo: tollerato, mai completamente riconosciuto. Un dolore, che, per molte di noi, torna… e torna, non sempre puntuale, in una società che esige produttività continua e presenza ininterrotta. The blood starts pumping, cantava Dolly Parton in 9 to 5 (1980), evidenziando come il lavoro, strutturato secondo una precisa logica che non ci appartiene affatto entri nei nostri corpi e ne forzi sistematicamente i ritmi.
“Il corpo delle donne è stato storicamente il primo territorio di sfruttamento e di disciplinamento del lavoro” (Silvia Federici)
Qui è nello scarto tra un’esperienza corporea reale e un sistema che pretende invisibilità di ciò che non sa e non nomina, che si collocano le scelte politiche in merito alle normative sul congedo mestruale.
“Dire che il dolore delle donne è naturale è uno dei modi più efficaci per non doverne mai rispondere” (Roxane Gay)
La possibilità di introdurre il congedo mestruale per legge è sostenuta da differenti associazioni ma anche molto dibattuta e discussa a livello mondiale. In Giappone, già nel 1947, venne stabilita, con l’articolo 68 della legge sulle norme del lavoro, una norma che permetteva alle lavoratrici di prendere dei giorni di congedo per i dolori mestruali.
Il congedo, diffuso poi in alcune regioni della Cina, prevedeva la concessione di una giornata, di mezza giornata oppure di un numero preciso di ore, mentre la retribuzione non era obbligatoria. In Indonesia, per aiutare le minatrici e le operaie, costrette a lavorare anche in mancanza di servizi igienici adeguati, il congedo mestruale fu istituito nel 1948. In teoria può essere retribuito (1-2 giorni al mese), ma l’applicazione rimane disomogenea oppure poco rispettata. Dal 2001, invece, le lavoratrici in Corea del Sud hanno diritto di richiedere un giorno di congedo al mese, non retribuito. Con l’arrivo del 2018, le aziende che non concedono il congedo mestruale, qui, possono essere sanzionate. Modificato nel 2013 e introdotto nel 2002, il congedo mestruale a Taiwan consente un massimo di tre giorni di congedo all’anno e una retribuzione al 50%. Dal 2017, le lavoratrici in Zambia possono prendere un giorno di congedo retribuito ogni mese senza fornire un certificato medico.
Nel resto del mondo, inclusa l’Italia, il congedo mestruale non è stato ancora legiferato, nonostante un disegno di legge presentato nel 2016 (n.3781), e mai stato approvato: la gestione del congedo mestruale rimane, dunque, a discrezione delle aziende. Un argomento principale contrario all’introduzione del congedo mestruale riguardava l’eventuale progressiva perdita di competitività delle donne nel mondo del lavoro. Inoltre, altre interpretazioni, resuscitando flaccide superstizioni e leggende del passato, hanno affermato che l’idea di adottare il congedo mestruale rafforzi gli stereotipi sulla condizione emotiva e ormonale delle donne.
“Riconoscere il dolore mestruale nel lavoro non significa patologizzare il corpo delle donne, ma smettere di fingere che tutti i corpi siano uguali” (Cristina Carrasco)
Il 16 febbraio 2023, il Parlamento spagnolo ha approvato, per la prima volta, la Legge organica per la tutela dei diritti sessuali e riproduttivi e la garanzia dell’interruzione volontaria della gravidanza. Con tale legge è stato introdotto, sotto un controllo medico, anche un congedo retribuito di tre giorni per le donne che soffrono di dismenorrea primaria, ovvero, intense contrazioni uterine dovute alle prostaglandine – sostanze chimiche che inducono contrazioni troppo forti, riducendo l’afflusso di sangue e ossigeno all’utero, causandone dolore.
La dismenorrea interferisce notevolmente sulla qualità della vita di una donna, essendo invalidante durante lo svolgimento delle attività quotidiane.
Riconoscere il congedo mestruale non è né una concessione né un privilegio, ma un’intelligente presa d’atto politica: significa dare un nome, uno spazio e un tempo a questo dolore, permettendo ai corpi femminili di esistere liberamente.
“La società chiede alla donna di lavorare come se non avesse un corpo, e di vivere il proprio corpo come se non lavorasse” (Simone de Beauvoir)




