Quando il vento soffia troppo forte: il paradosso dell’energia verde sprecata
“Eppure il vento soffia ancora”, cantava Pierangelo Bertoli in un autentico capolavoro musicale: ebbene, c’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel cuore del sistema energetico europeo, perché mentre i prezzi dell’elettricità continuano a salire e la dipendenza dai combustibili fossili si rivela sempre più rischiosa, miliardi di euro in energia pulita vengono letteralmente buttati via ogni anno, non perché manchi il vento o il sole, ma perché le reti elettriche del continente non riescono a gestire tutta quella energia.
I numeri in materia fanno impressione. Solo nel 2025 il Regno Unito ha bruciato oltre 1,47 miliardi di sterline, riducendo la produzione delle turbine eoliche e acquistando energia da centrali a gas per compensare. In Germania la cifra si aggira sui 435 milioni di euro, e, più in generale, secondo uno studio di Aurora Energy Research i costi legati alla congestione della rete in tutta Europa hanno sfiorato i 9 miliardi di euro nel 2024, mentre, in quello stesso anno, circa 72 TWh di energia rinnovabile sono stati soppressi a causa dei colli di bottiglia, vale a dire una quantità equivalente all’intero consumo elettrico annuo dell’Austria.
Il paradosso è stridente, soprattutto in un momento in cui il conflitto – ennesimo – in Medio Oriente ha fatto schizzare il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, alimentando discussioni su nuove trivellazioni nel Mare del Nord. Un’analisi dell’Università di Oxford, però, mette le cose in prospettiva: massimizzare l’estrazione di petrolio e gas nel Mare del Nord farebbe risparmiare alle famiglie britanniche al massimo 95 euro l’anno sulle bollette, mentre puntare su un sistema energetico interamente rinnovabile potrebbe fargliene risparmiare fino a 510, e chissà di quanto ancora potrebbe alzarsi questa cifra se si immaginasse un mix energetico con anche una componente atomica.
Il problema è evidentemente strutturale. Le reti elettriche europee sono state progettate decenni fa attorno al carbone e al gas, realizzando grandi centrali in posizioni centrali, che producono energia distribuita in modo prevedibile, mentre i parchi eolici, spesso collocati in aree remote o in mare aperto, funzionano in modo completamente diverso, per cui quando il vento soffia forte immettono nella rete più elettricità di quanta il sistema riesca ad assorbire e distribuire. Il risultato è l’ingorgo energetico di cui sopra, che fa sì che si paghi per spegnere le turbine e poi di nuovo per riaccendere le centrali a gas. Infatti, sebbene gli investimenti nella rete siano aumentati del 47% negli ultimi cinque anni, raggiungendo circa 70 miliardi di euro annui, gli esperti concordano che ciò non basti ancora.
Di fronte a questo spreco, il governo britannico ha annunciato una soluzione creativa, per cui invece di pagare i parchi eolici perché si fermino, sperimenterà un sistema in cui le famiglie che vivono vicino alle zone più ventose riceveranno elettricità a prezzo ridotto o addirittura gratuita nelle giornate di sovrapproduzione.
L’idea in sé ha una sua logica, tanto che Greg Jackson, amministratore delegato di Octopus Energy, una delle voci più attive nel dibattito sull’energia pulita in Gran Bretagna, ha accolto la notizia con favore, avvertendo però di come i progetti pilota rischino di avere un impatto limitato se rimangono esperimenti temporanei. Il vero cambiamento infatti, secondo Jackson, arriverà solo con misure permanenti, che diano ai consumatori la certezza necessaria per investire in pompe di calore, auto elettriche o sistemi di accumulo domestico.
La storia dell’energia verde europea è, in fondo, una storia di potenziale inespresso, l’ultima metafora in senso cronologico della stessa Unione europea. Le fonti rinnovabili ci sono, producono e costano sempre meno, ma manca un sistema nervoso capace di distribuire quell’energia in modo intelligente.




