LA CUMPARSITA, storia di un tango perverso

Occhi negli occhi, gambe fra le gambe, un corpo schiacciato contro l’altro. La mano di lui sulla schiena nuda di lei che indossa un abito rosso troppo scollato, troppo corto, un tantino volgare.  La fronte di lei poggiata sulla guancia di lui che, giacca nera, camicia nera, cravatta bianca, capelli impomatati, invia piccoli  lampi ogni qualvolta si gira e porge ai riflettori il suo lato sinistro, dove riluce un diamante all’orecchio. Con virile sicurezza lui la conduce, la trascina, la solleva, la indietreggia, la tocca, lei lo asseconda, ne esegue gli ordini con provocante sensualità e con una totale fiducia nelle prese vigorose del suo tanguero. A questo punto se lui la schiaffeggiasse, nessuno se ne meraviglierebbe.

 

Slanci, sfioramenti, spacchi e spaccate, profane genuflessioni, un vorticare di volcadas, gauchos, boleos, e una mimica facciale chiamata ad esprimere l’ultimo consapevole e disperato appuntamento, bacio o amplesso che sia. Una sfida di sentimenti, un’esibizione di voluttà, un andare, tornare, arrestarsi, allontanarsi, riprendersi. Proprio come in una tormentata storia d’amore.

Questo pretende il tango.

Non solo una danza, non solo una musica. Forse un triste addio. Comunque sempre passione pura.

I polpacci s’incastrano, le dita s’intrecciano, le frange ondeggiano alle torsioni veloci delle anche. La caviglia femminile si struscia sui pantaloni maschili, le mani di lui agganciano i fianchi di lei e la sollevano fino ad averne il sedere in faccia. E’ un attimo, la rimette giù e lei torna a ballare  in punta di piedi, come se i 7 cm di tacco non le bastassero a slanciare le sue gambe impazienti. Le teste scattano a destra e a sinistra, gli sguardi si perdono, immediatamente si ritrovano per poi camminare paralleli in un guancia a guancia dalle mascelle tese.  Non vi sono sorrisi nel tango, solo espressioni seriose che accompagnano una melodrammatica gestualità, alla quale pone fine il classico caschè.

Musica tormentata e inquieta, danza esagerata, troppo corporale, allusiva e provocatoria.

Il bandoneòn diffonde note che implorano, supplicano, forse pregano o piuttosto imprecano, il pianoforte martella un basso ritmo ossessivo, il violino si strugge in un accorato rimpianto. Si sa il tango è triste,  racconta di nostalgie e struggimenti. Certamente lo sapeva Gerardo Matos Rodriguez, giovane musicista uruguayano,  che una mattina del 1916 al caffè La Giralda di Montevideo compose una marcetta per il circolo studentesco della sua facoltà d’ architettura;  diventerà il tango più inciso e conosciuto al mondo, La Cumparsita.

Cinzia Albertoni
29 marzo 2012

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