L’Ufficio Affari Riservati: il lato nascosto della Repubblica

Torniamo indietro all’Italia degli anni Sessanta e Settanta: un Paese giovane, uscito dalla guerra da poco, che cerca di diventare moderno ma vive con il fiato corto. Le piazze si riempiono di studenti e operai in protesta, i giornali parlano di colpi di Stato, bombe, spie. È la Guerra fredda, e l’Italia è il campo da gioco perfetto: geograficamente a metà tra Est e Ovest, politicamente spaccata tra la Democrazia Cristiana al governo e il Partito Comunista, che cresce sempre di più.
Dentro questo clima nasce e lavora un ufficio di cui pochi cittadini sanno l’esistenza: l’Ufficio Affari Riservati. Non aveva targhe sulla porta, non aveva divise, non compariva nei bollettini ufficiali. Eppure da lì passavano rapporti, nomi, dossier, informazioni capaci di cambiare il corso della politica italiana.
Tecnicamente era un ufficio interno al Ministero dell’Interno. Ufficialmente doveva solo raccogliere dati utili a garantire l’ordine pubblico. Niente arresti, niente pistole. Solo carte, rapporti, relazioni. Ma chi ci lavorava sapeva bene che quelle carte valevano più di qualunque manganello.
L’Ufficio teneva d’occhio tutto ciò che poteva turbare la Repubblica: assemblee studentesche, cortei, gruppi extraparlamentari, eventuali neonazisti in cerca di rivincita, ma anche sindacati e persino scrittori o giornalisti ritenuti “influenti”. Avere il polso del Paese significava poterlo governare, o, in certi casi, manipolare.
Per capire davvero l’Ufficio bisogna immaginarsi l’Italia di allora. Non era solo una questione interna: a Washington e a Mosca l’Italia interessava moltissimo. Gli Stati Uniti temevano che Roma cadesse sotto l’influenza sovietica; l’URSS vedeva nel PCI una pedina fondamentale.
In mezzo c’erano gli italiani, che scendevano in piazza, occupavano università, si radicalizzavano a destra e a sinistra. L’Ufficio Affari Riservati doveva essere il sensore che avvisava lo Stato: “attenzione, qui può esplodere qualcosa”. E per farlo usava confidenti, informatori, infiltrati. Gente che partecipava a riunioni politiche fingendosi attivista, e poi la notte scriveva relazioni riservate.
Col tempo l’Ufficio non si limitò a prevenire disordini: cominciò a raccogliere veri e propri dossier. C’erano fascicoli su politici, su intellettuali, su giornalisti scomodi. Una sorta di schedatura nazionale, che oggi fa rabbrividire ma che allora era considerata “normale amministrazione”.
È qui che la sua immagine si fa più ambigua. Alcuni magistrati e storici lo hanno descritto come una struttura “deviata”, capace di depistare indagini, e di fornire informazioni sotto banco a personalità di dubbia morale.
Se c’è una persona che incarna l’Ufficio Affari Riservati, è Federico Umberto D’Amato, il suo direttore più noto. Personaggio elegante, raffinato, ottimo conoscitore della politica internazionale, D’Amato era allo stesso tempo stimato e temuto.
Per gli americani era un interlocutore fidato, per molti italiani un uomo che sapeva troppo. Il suo nome è comparso in più di un’inchiesta sulle stragi e sulla strategia della tensione. Non fu mai condannato, ma restò sempre avvolto dalla nomea di chi “sa cose che non può dire”.
Negli anni ’70 e ’80 lo Stato decise di riorganizzare l’intelligence. Nascono SISDE e SISMI, i servizi segreti come li intendiamo oggi. L’Ufficio Affari Riservati perde progressivamente potere e alla fine viene chiuso. Nessun colpo di scena, nessuna cerimonia: semplicemente scompare, lasciando dietro di sé montagne di documenti e tanti interrogativi.
Oggi, a distanza di decenni, l’Ufficio Affari Riservati rimane una sorta di fantasma della Repubblica. Non esiste più, ma la sua ombra compare ogni volta che si parla di stragi impunite, di depistaggi, di misteri italiani.
Per qualcuno fu un baluardo che permise allo Stato di resistere a tensioni enormi; per altri fu un potere oscuro, che usava la segretezza come scudo. Probabilmente, la verità sta nel mezzo. L’Ufficio è stato lo specchio di un’Italia fragile, che cercava di difendersi ma spesso rischiava di perdere se stessa.




