Tommaso Fabbri, l’aeroporto che l’Italia si dimentica di volere

C’è un pezzo di storia italiana che vola basso da quasi novant’anni, letteralmente. È l’aeroporto “Tommaso Fabbri” di Viterbo, tre chilometri a nord-ovest della città dei Papi, in mezzo alla Tuscia. Un posto che avrebbe tutte le carte in regola per diventare qualcosa di grande, e che invece resta lì, a metà tra la memoria di un eroe e il sogno mai realizzato di un terzo scalo per Roma e il Lazio.
Partiamo da chi era Tommaso Fabbri, perché in Italia si intitolano le cose e poi ci si dimentica del perché. Fabbri era un tenente pilota, nato nel 1908, morto nel 1936 durante la Guerra d’Etiopia, abbattuto in combattimento nella battaglia del Lago Ascianghi. Gli fu conferita la Medaglia di bronzo al valor militare alla memoria. Un ragazzo che è salito su un aereo per il suo Paese e non ne è più sceso: questo era il tipo di gente a cui una volta si intitolavano gli aeroporti, non ai comitati e agli assessorati.
L’aeroporto che porta il suo nome nasce infatti nel 1937, in pieno slancio aeronautico del Ventennio, quando l’Italia investiva sul volo militare come strumento di potenza e prestigio. La scelta di Viterbo non fu casuale: posizione centrale rispetto a mezza penisola e un clima che garantiva operazioni per oltre 350 giorni l’anno. Ci sarà stato pure il regime di mezzo, ma un ingegnere sapeva ancora scegliere un buon terreno di volo.
Da lì in poi la storia dello scalo è tutta in divisa. Ospitò il 9° Stormo Bombardamento e l’8° Stormo, fu scuola di addestramento durante e dopo la guerra, e attraversò la Guerra Fredda come base logistica dell’Aeronautica Militare. Oggi è casa del 1° Reggimento Aviazione dell’Esercito “Antares”, del 4° Reggimento Sostegno e, dal 2004, della Scuola Marescialli dell’Aeronautica Militare, trasferita lì da Caserta. Insomma: uniformi, elicotteri, addestramento serio. Non un aeroportino qualunque, ma un presidio vero delle nostre Forze Armate nel cuore del Paese. Ed è anche giusto ricordarlo, in tempi in cui va di moda vergognarsi delle basi militari invece di essere fieri che esistano.
Poi, a un certo punto, qualcuno a Roma ha avuto un’idea sensata: perché non farne anche uno scalo civile? Nel 2007 il Ministero dei Trasporti designò Viterbo come possibile secondo aeroporto passeggeri del Lazio, pensato per alleggerire Ciampino e dare finalmente un’infrastruttura moderna a tutta la fascia tra Roma nord, la Tuscia e l’Umbria meridionale. Un bacino di milioni di persone, escursioni termali, turismo religioso ed etrusco, aziende che aspettano solo di avere un aeroporto a mezz’ora invece che due ore di macchina su Fiumicino.
E invece cosa è successo? Il solito film italiano. Studi di fattibilità, tavoli tecnici, comitati, ricorsi, preoccupazioni ambientali vere o presunte, e il 29 gennaio 2013 il Piano di Sviluppo Aeroportuale ha cancellato tutto con un tratto di penna. Un progetto sepolto non da chi lo voleva, ma da chi non ha mai avuto il coraggio di portarlo a termine. Nel frattempo Fiumicino si è affollato all’inverosimile e Ciampino ha continuato ad essere un far west tra rumori e proteste, mentre a Viterbo la pista restava lì, perfettamente funzionante, aspettando solo che qualcuno decidesse di usarla.
La buona notizia, quella vera, arriva a fine 2025. Il 30 dicembre ENAC Servizi ha pubblicato un bando che avvia concretamente i lavori di ammodernamento dello scalo: due milioni di euro, 165 giorni tra progettazione ed esecuzione, riqualificazione della pista e adeguamento agli standard dell’aviazione civile. Non sarà ancora il grande hub sognato nel 2007, più probabilmente l’inizio con voli a corto raggio e aviazione generale, ma è la prima mossa concreta dopo quasi vent’anni di chiacchiere.
Se davvero l’Italia vuole smettere di sprecare infrastrutture già pronte per inseguire faraonici piani B che poi non partono mai, Viterbo è il classico esempio da cui ripartire: una pista che c’è, una storia che merita rispetto, un territorio che aspetta lavoro e collegamenti. Tommaso Fabbri ci ha lasciato il nome e il coraggio. Sta a noi, finalmente, non sprecare anche questa occasione.




