11 settembre 2001, venticinque anni dopo

Sono passati venticinque anni dall’11 settembre 2001. Le immagini degli attacchi alle Torri Gemelle appartengono ormai alla memoria collettiva, mentre le conseguenze politiche di quella giornata continuano a interrogare il presente. Diciannove terroristi di al-Qaida presero il comando di quattro aerei di linea in viaggio verso la California. I dirottatori condussero due Boeing 767 a schiantarsi contro le Torri Nord e Sud del Worls Trade Center.
Il primo velivolo, il volo American Airlines 11, si schiantò contro la Torre Nord, tra il 93° e il 99° piano, alle 8.46. Il secondo, il volo United Airlines 175, colpì la Torre Sud tra il 78° e l’84° piano alle 9:03. 56 minuti dopo l’impatto il grattacielo crollò su se stesso in diretta tv mondiale a causa delle fiamme. Alle 10.28 anche il primo edifico colpito collassò: furono così cancellate dallo skyline di New York le inconfondibili Torri Gemelle. Il terzo aereo, il volo American Airlines 77, si schiantò contro il Pentagono. Il quarto volo, lo United Airlines 93, con cui i terroristi volevano colpire il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, precipitò vicino Shanksville in Pennsylvania. Dalla registrazione delle scatole nere è emerso che i passeggeri e i membri dell’equipaggio tentarono, senza riuscirci, di riprendere il controllo del velivolo. Il bilancio degli attentati sarà di 2996 morti, 6400 feriti e 24 dispersi.
L’11 settembre 2001 è una data storica. Corrisponde non solo al primo attacco al territorio statunitense da quasi due secoli, e quindi alla fine del mito dell’invulnerabilità americana, ma anche all’inizio di una rivoluzione geopolitica. Tale sconvolgimento non è stato provocato dall’azione di uno Stato o di un gruppo di Stati, come era accaduto finora nella storia moderna, ma da ignoti.
L’unica certezza è che si tratti di terroristi, molto probabilmente legati alla rete di Al Qa’ida (“La base”), che fa capo a Osama Bin Laden, fautore della ‘guerra santa’ contro ‘gli ebrei e i crociati’. È intuibile che i terroristi disponessero di collegamenti e appoggi in apparati statali di paesi islamici, non necessariamente nemici degli USA, oltre che di basi logistiche negli stessi Stati Uniti. In quella data è cominciata quindi una ‘lunga guerra’ (definizione del presidente americano George W. Bush) al terrorismo internazionale, cui si è opposta, da parte di Bin Laden e dei talebani afghani che lo ospitano, la ‘guerra santa’ islamica.
A seguito dell’intensificarsi degli atti di terrorismo internazionale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite è andata progressivamente abbandonando la tendenza, che si era affermata negli anni Settanta, a recepire la contrapposizione tra terrorismo di Stato e terrorismo di individui. Secondo questa impostazione, in numerose risoluzioni adottate da quell’organo, alla dura condanna del primo, inteso come perpetrazione di atti di repressione da parte di regimi coloniali, razzisti e stranieri, volti a privare i popoli del diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza, si accompagnava, se non la legittimazione, certamente una giustificazione di quelle manifestazioni del terrorismo individuale che potevano essere inquadrate nel contesto delle lotte di liberazione nazionale.
La risoluzione nr. 49/60 del 9 dicembre 1994 (Dichiarazione sulle misure per eliminare il terrorismo internazionale) ha espresso invece la condanna nei confronti di tutti gli atti criminali concepiti per provocare il terrore nell’opinione pubblica, e indirizzati contro gruppi o singoli individui, quali che siano i motivi di natura politica, filosofica, ideologica, razziale, etnica, religiosa, che possano essere invocati per giustificarli. La risoluzione, inoltre, afferma l’obbligo degli Stati, da considerarsi vincolante in quanto già vigente nell’ordinamento internazionale in virtù di norme convenzionali, di astenersi dal prestare sostegno, in qualsiasi forma, all’organizzazione o all’esecuzione di atti terroristici.




