Alla Libreria Palazzo Esposizioni nasce “Roma Capitale d’imprese”, il libro multimediale che sfida la narrazione della città
Roma è spesso raccontata da chi viene da fuori. Come ha fatto notare il giornalista Massimiliano Cacciotti, questo è successo con Federico Fellini, con Carlo Emilio Gadda. Grandi sguardi, certo. Ma raramente la città ha preso parola in prima persona. È da questa constatazione che nasce “Roma Capitale d’imprese”, progetto ideato da Mauro Antonini e presentato ieri alla Libreria Palazzo Esposizioni: non solo un libro, ma un esperimento narrativo e multimediale che prova a restituire voce a chi Roma la vive e la costruisce ogni giorno.
Il volume raccoglie sei esperienze imprenditoriali raccontate in prima persona, attraverso un dialogo guidato da Cacciotti con altrettanti protagonisti del tessuto produttivo romano: Mauro Antonini, Stefano Cocco, Stefano Maina, Giada Giorgia Mattei, Marco Travaglini e Valerio Savaiano. Non semplici interviste, ma conversazioni costruite anche grazie all’uso delle nuove tecnologie linguistiche (le cosiddette LLM, strumenti di intelligenza artificiale come la ben nota ChatGPT) che hanno permesso di sviluppare e trascrivere dialoghi articolati su passato, presente e futuro dei diversi settori di loro competenza. Il risultato è un libro nato in pochi mesi ma stratificato, personale e dinamico.
La multimedialità è infatti uno degli elementi centrali del progetto: nelle prime pagine un QR code rimanda a contenuti video di approfondimento, ampliando il racconto e restituendo al lettore parti di dialogo che per esigenze editoriali sono state sintetizzate. È un modo nuovo di concepire il libro: non più oggetto chiuso, ma noto di una rete di contenuti.
Il capitolo introduttivo firmato da Antonini traccia un bilancio degli ultimi trent’anni. Secondo l’autore, la politica –al di là delle diverse amministrazioni—non è riuscita a sostenere in modo sistemico la realtà produttiva romana e metropolitana. I problemi non vengono elencati come lamentele isolate, ma letti come parte di una “trama unica”: permessi che non arrivano, affitti in crescita, cantieri che paralizzano interi quartieri e scarsa coordinazione tra enti. “Una città non è una frana inevitabile”, scrive Antonini riflettendo sulla crisi post-pandemica. “È un insieme di scelte, di regole, di tempi, di accessi, di costi. Se quelle cose funzionano, la città si adatta. Se non funzionano, la città si sfarina”.
Eppure il libro non indulge nel pessimismo. Ogni autore, accanto alla diagnosi, propone soluzioni. Un punto chiave è l’idea di Roma come città metropolitana, che richiede continuità logistica e strategica tra centro e provincia. Migliaia di persone vivono fuori dal raccordo ma lavorano in città: senza una visione unitaria, ogni intervento rischia di essere parziale.
Emblematico è il caso raccontato da Stefano Maina, che da anni sviluppa il turismo sul Tevere con una flotta di quattro battelli e circa 70mila visitatori l’anno, per il 98% stranieri. Il fiume, più percepito come problema che come risorsa, sconta una gestione frammentata e una scarsa integrazione con la strategia turistica complessiva. Eppure potrebbe rappresentare un asset identitario e competitivo, se adeguatamente valorizzato.
Giada Giorgia Mattei, attiva nell’organizzazione di eventi aziendali, sottolinea invece le difficoltà operative: tempi di risposta lunghi, informazioni poco accessibili, carenza di infrastrutture adeguate a ospitare eventi di grande indotto. In un mercato globale dove Milano risponde a un preventivo in pochi giorni, Roma rischia di apparire poco competitiva, soprattutto nel settore privato.
Il tema della narrazione torna con forza nel contributo di Valerio Savaiano, esperto di comunicazione. Roma – sostiene – non solo non si racconta, ma lascia che siano altri a farlo, spesso in modo superficiale. L’esempio dei “nasoni”, le storiche fontanelle pubbliche, finiti al centro di polemiche virali sui social, dimostra quanto sia fragile un’identità non presidiata: senza conoscenza del contesto, anche un simbolo può diventare bersaglio di fraintendimenti.
Infine Marco Travaglini parla di “democratizzare l’impresa”: i vecchi modelli economici, sia di stampo liberista sia redistributivo, non bastano più. In un mondo complesso serve redistribuire conoscenza, insegnare organizzazione, gestione, comunicazione. “Non dare il pesce, ma insegnare a pescare”, è la sintesi.
Dalla serata emerge un tratto comune: non la nostalgia per una Roma immobile, ma l’urgenza di innovare. È il racconto di imprenditori che hanno conosciuto crisi, notti insonni, frustrazione, ma che continuano a investire nella città per amore e responsabilità. “Roma Capitale d’impresa” non è un atto d’accusa, né un’operazione celebrativa. È un invito a nominare la trama, per poterla riscrivere.




