“Come nascono i classici. Gli autografi della letteratura italiana”
A Roma, dal 27 gennaio al 25 aprile 2026, Villa Farnesina diventa il luogo in cui i classici tornano a essere materia viva. L’Accademia Nazionale dei Lincei, insieme alla Sapienza Università di Roma e con il supporto della Fondazione CHANGES, presenta “Come nascono i classici. Gli autografi della letteratura italiana”, una mostra che sposta l’attenzione dal libro compiuto al lavoro che lo precede.
Qui i capolavori non si presentano come li abbiamo ereditati, ordinati e stabilizzati dalla tradizione, ma come superfici attraversate da interventi, ripensamenti, correzioni. Il percorso nasce dal progetto Autografi dei letterati italiani, diretto da Matteo Motolese ed Emilio Russo, che in vent’anni di ricerca ha censito oltre ottomila manoscritti dal Medioevo all’età moderna, restituendo ai testi la loro dimensione materiale.
Scorrendo le teche, si passa dal Decameron di Boccaccio ai tormentati autografi dell’Orlando furioso, dalle carte leopardiane delle Operette morali fino agli appunti di Montale. È un attraversamento che mette in crisi l’idea stessa di “classico” come forma chiusa: ciò che oggi consideriamo definitivo è stato a lungo mobile, discusso, riscritto.
Basta leggere le parole di Ariosto per capire cosa significhi osservare un classico nel suo farsi: “…con infinite chiose e liture, e trasportato di qua e de là…”, scrive a proposito del proprio poema, ammettendo che solo lui riesce a orientarsi tra quelle carte. Il Furioso, prima di diventare un monumento editoriale, è un organismo instabile, riscritto e riorganizzato nel tempo.
Lo stesso accade con Petrarca, le cui postille ai testi latini -Orazio in primis – non sono semplici note di lettura ma strumenti di lavoro che confluiscono nella costruzione progressiva del Rerum vulgarium fragmenta, ordinato e riordinato fino agli ultimi anni. Con Boccaccio, invece, l’attenzione si sposta anche sulla forma-libro: la copia della Commedia e l’autografo del Decameron mostrano una consapevolezza precisa dell’impaginazione e della gerarchia grafica, segno della volontà di attribuire al volgare un’autorevolezza culturale pari a quella dei testi latini.
La riflessione sulla lingua attraversa i secoli: Alberti ne indaga la struttura, Bembo propone un modello fondato sul fiorentino trecentesco, Manzoni interviene sulle diverse redazioni dei Promessi sposi con l’obiettivo dichiarato di avvicinare la lingua letteraria all’uso vivo. Tra controllo e tensione si collocano anche Ariosto e Tasso, diversi nel rapporto con la revisione e con la stampa.
Nel passaggio all’Ottocento e al Novecento il laboratorio si fa ancora più leggibile: Leopardi annota possibili varianti, mostrando come ogni parola sia ponderata e ripensata; Pirandello attraversa anni di riscritture prima di fissare la forma definitiva di Uno, nessuno e centomila; Gadda interviene ossessivamente sulla lingua, stratificando registri e dialetti per ottenere il ritmo e la complessità che conosciamo; Montale interviene con piccoli spostamenti che modificano radicalmente la lettura dei testi e la loro disposizione all’interno delle raccolte. In ciascuno di questi casi, l’autografo diventa prova tangibile di un pensiero che si sviluppa sulla pagina, di un confronto tra intuizione e costruzione.
Visitare Villa Farnesina in questi mesi significa camminare tra fogli che respirano, vedere l’idea di un verso nascere tra annotazioni e cancellature, seguire il percorso tortuoso di un romanzo prima che diventi definitivo. Abbiamo la possibilità di sorprenderci davanti a ciò che di solito resta invisibile: il momento in cui un classico non lo è ancora.




