Samir Hulileh: un volto tra le macerie di Gaza
Quando si pronuncia il nome di Gaza, il pensiero corre subito a un paesaggio che sembra uscito dall’apocalisse: muri crollati, finestre vuote come orbite, bambini che giocano con pezzi di metallo arrugginito. In mezzo a questo scenario di distruzione, tra piani di pace discussi nei palazzi del potere e vite sospese nei campi profughi, è comparso un nome che, fino a poco tempo fa, circolava soprattutto nei corridoi dell’economia palestinese: Samir Hulileh.
Chi lo conosce lo descrive come un uomo di poche parole, di quelli che ascoltano molto prima di rispondere. Non ha il passo del politico abituato ai comizi né l’eloquenza del leader populista. Preferisce le stanze sobrie delle riunioni, i dossier pieni di grafici e la calma di un ragionamento articolato. Eppure oggi, quasi suo malgrado, è stato trascinato sotto i riflettori come possibile “governatore” della Gaza del futuro.
Non è nato a Gaza. Viene dal Kuwait, dove ha visto la luce nel 1957, in una famiglia palestinese costretta all’esilio. Ma porta dentro di sé il filo invisibile della diaspora: quella condizione di chi vive sempre con la testa in due mondi, quello che lo ospita e quello che gli manca. Dopo gli studi a Beirut, in piena guerra civile, ha imparato che l’economia non è un gioco accademico: è ciò che permette a una comunità di resistere, di restare viva.
Per anni Hulileh ha indossato il vestito del manager. Ha diretto aziende, fondazioni, grandi holding. Ha parlato con banche e investitori, ha fatto piani industriali. Ma chi lo ha visto lavorare dice che non ha mai perso di vista il lato umano. Quando discuteva di linee telefoniche, ricordava che per molti palestinesi una chiamata è l’unico modo di abbracciare a distanza un figlio lontano. Quando affrontava il tema dell’energia, la sua preoccupazione era come ridurre le ore di buio in cui interi quartieri rimangono isolati.
È questa sua capacità di tenere insieme numeri e persone a renderlo interessante per chi, oggi, si interroga sul futuro di Gaza.
In uno scenario in cui Hamas è delegittimato e l’Autorità Palestinese appare debole, la comunità internazionale cerca un volto “neutro”, qualcuno che non appartenga a nessuna fazione e che sappia gestire la ricostruzione con metodo. Hulileh, con la sua immagine sobria e la sua lunga esperienza da tecnocrate, sembra fatto su misura per quel ruolo.
L’idea è semplice solo sulla carta: un uomo incaricato di coordinare l’arrivo degli aiuti, di aprire i valichi, di rimettere in piedi scuole, ospedali, case. Un lavoro da ingegnere della speranza. Ma dietro a questa ipotesi si muovono interessi enormi: miliardi di dollari promessi dai Paesi del Golfo, il controllo delle risorse energetiche, le tensioni tra Israele, Stati Uniti, Egitto e le stesse leadership palestinesi.
Non tutti, però, vedono di buon occhio questa prospettiva. L’Autorità Palestinese ha già fatto sapere di non voler accettare soluzioni “calate dall’alto”, temendo che Gaza venga separata ancora di più dalla Cisgiordania. Hulileh, dal canto suo, ha cercato di rassicurare: non prenderà alcun incarico senza il consenso di Ramallah. Ma il sospetto resta. E per un popolo che da decenni vede figure esterne decidere del proprio destino, la diffidenza è comprensibile.
A complicare il quadro c’è anche la figura controversa di chi ha promosso il suo nome a livello internazionale, un lobbista legato ai servizi segreti israeliani. Un dettaglio che rischia di macchiare l’immagine di Hulileh, indipendentemente dalle sue intenzioni.
Immaginarlo oggi, seduto nel suo ufficio, è vederlo di fronte a una scelta difficile. Da una parte la possibilità di usare la sua esperienza per ricostruire davvero, pezzo dopo pezzo, una terra devastata. Dall’altra il rischio di essere percepito come l’ennesimo emissario esterno, incapace di conquistare la fiducia di chi vive sotto le bombe.
Eppure, chi ha parlato con lui racconta che Hulileh non è spinto da ambizione personale. Non sogna il potere, non cerca il titolo da prima pagina. Piuttosto, sembra muoversi per una responsabilità quasi morale: quella di non lasciare il futuro di Gaza appeso solo a slogan e trattative diplomatiche.
Perché il punto, alla fine, non è soltanto ricostruire case e strade. È ricostruire fiducia, ridare dignità a un popolo stremato, offrire ai giovani la sensazione che esista un domani diverso dalle macerie. Se Hulileh riuscirà o meno in questa impresa, è ancora tutto da vedere. Ma la sua figura, discreta e lontana dagli eccessi, ha già un merito: ricordarci che dietro i conflitti ci sono persone che cercano, con strumenti concreti, di rimettere insieme i pezzi.
E forse è proprio questo, oggi, il compito più difficile e più necessario.




