Henry Kissinger: il diplomatico che ha ridisegnato gli equilibri del mondo
C’è una fotografia, scattata nel 1972, in cui un uomo minuto, con gli occhiali spessi e l’aria da professore universitario, stringe la mano a Mao Zedong. Alle sue spalle Zhou Enlai osserva la scena con un’espressione che non tradisce nulla. L’uomo si chiama Henry Kissinger, e fino a pochi anni prima era un ragazzo ebreo tedesco arrivato in America come rifugiato. Nessuno, guardando quella foto, avrebbe indovinato la distanza percorsa.
Kissinger è morto il 29 novembre 2023, nella sua casa di Kent, nel Connecticut, a cento anni compiuti da pochi mesi. Due anni e mezzo dopo, la sua eredità resta un oggetto scomodo da maneggiare; troppo ingombrante per essere liquidata, troppo compromessa per essere celebrata senza riserve.
Il fuggiasco che divenne stratega
Nasce a Fürth, in Baviera, nel 1923, in una famiglia ebraica borghese: il padre insegnante, la madre casalinga, un fratello, Walter. Nel 1938 la famiglia lascia la Germania nazista, prima per Londra, poi per New York, a Washington Heights. Heinz diventa Henry, si iscrive alla George Washington High School e si dimostra uno studente brillante.
Arruolato nell’esercito americano nel 1943 insieme al fratello, ottiene la cittadinanza statunitense lo stesso anno e viene impiegato come traduttore in un’unità di controspionaggio in Germania. A Krefeld gli viene affidata la riorganizzazione dell’amministrazione civile della città, allo sbando dopo la fine della guerra: la porta a termine con successo e viene promosso sergente. L’esercito gli propone di restare come insegnante civile. Rifiuta: vuole tornare a studiare.
Ad Harvard trova la sua vocazione. Il dottorato, nel 1954, è dedicato a Castlereagh e Metternich, agli architetti dell’equilibrio europeo dopo Napoleone: un tema che non abbandonerà mai, nemmeno quando smetterà i panni dello studioso per indossare quelli del funzionario. Nel 1958 pubblica un libro sulle armi nucleari e la politica estera che diventa un caso editoriale. Diventa consulente di Eisenhower grazie all’intermediazione di Nelson Rockefeller, poi di Kennedy, poi di Johnson, per cui viaggia più volte in Vietnam a verificare l’attendibilità dei rapporti della CIA.
L’uomo dell’equilibrio
Nel 1968 è ancora al fianco di Rockefeller, sconfitto alla convenzione repubblicana da Richard Nixon. Ma Nixon, appena eletto, lo chiama comunque, in un incontro all’Hotel Pierre di New York, e gli offre il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale. Kissinger accetterà, pur avendo lavorato, come ammetterà lui stesso in un’intervista a Oriana Fallaci, contro Nixon in tre elezioni consecutive. In quella stessa intervista, del 1972, pronuncerà una frase che vale come dichiarazione di metodo più di qualunque trattato accademico: quel che gli interessa è cosa si può fare con il potere.
Con Nixon condivide un gusto per la diplomazia segreta e un pragmatismo che non concede molto spazio alla morale. Insieme smontano la logica binaria della Guerra Fredda; non più contenimento e blocchi contrapposti, ma un negoziato permanente, un sistema di pesi che tenga insieme superpotenze in declino relativo e nuovi centri di forza. Da questa impostazione nasce l’apertura alla Cina, preparata da due viaggi segreti di Kissinger a Pechino nel 1971 e coronata dalla visita di Nixon l’anno successivo: la mossa che ridisegna, più di ogni altra, la mappa geopolitica del secolo. Nasce anche la distensione con Mosca, i colloqui sul controllo degli armamenti nucleari, il trattato SALT.
Sul Vietnam lavora per anni a una via d’uscita che permetta agli Stati Uniti di lasciare il conflitto senza il marchio della sconfitta. L’accordo di pace di Parigi, firmato il 15 gennaio 1973, gli vale il Nobel per la pace insieme al negoziatore vietnamita Le Duc Tho, che però lo rifiuta perché il conflitto prosegue. Anche Kissinger, scusandosi, non si presenta alla cerimonia.
Il prezzo dell’equilibrio
È lo stesso anno, il 1973, a mostrare l’altra faccia del metodo Kissinger. L’11 settembre un colpo di Stato militare guidato da Augusto Pinochet rovescia il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, in Cile: muoiono lo stesso Allende e circa tremila cittadini cileni. Kissinger ebbe un ruolo di sostegno attivo al golpe. Nel 2001 la magistratura francese gli notifica un mandato di comparizione per la sparizione di cinque cittadini francesi nei primi giorni della dittatura cilena: Kissinger lascia Parigi la sera stessa. Un giudice argentino, sempre nel 2001, lo indaga per la sua presunta complicità nell’Operazione Condor, il coordinamento repressivo tra le dittature sudamericane.
Sempre nel 1973, in ottobre, negozia la fine della guerra del Kippur tra Israele, Egitto e Siria, ponendo le basi per il riavvicinamento che porterà agli accordi di Camp David. In Africa, dopo il crollo dell’impero coloniale portoghese, l’amministrazione Ford appoggia con Kissinger le forze anticomuniste in Angola e Mozambico, mentre ha un ruolo nella fine del regime razzista bianco in Rhodesia. Nel dicembre 1975 Ford e Kissinger incontrano a Giacarta il presidente indonesiano Suharto e danno la loro approvazione all’invasione di Timor Est, che nell’arco di ventiquattro anni di occupazione costerà, secondo le stime, tra le 103.000 e le 183.000 vite.
Kissinger sopravvive al Watergate, restando uno dei membri più popolari dell’amministrazione mentre Nixon crolla attorno a lui: sarà proprio a lui, come segretario di Stato, che Nixon indirizzerà la lettera delle dimissioni.
Resta difficile racchiudere Kissinger in una sola immagine. C’è l’uomo che ha letto la Guerra Fredda con lucidità, capace di trasformare la rivalità sino-sovietica in un’apertura storica verso Pechino. E c’è l’uomo il cui nome resta legato al golpe cileno e all’invasione di Timor Est. Le due cose convivono nella stessa biografia, senza risolversi l’una nell’altra.




