Liberazione d’Italia. Le vite libere e rivoluzionarie della Resistenza

Liberazione d’Italia. Le vite libere e rivoluzionarie della Resistenza
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«La Resistenza inizia quando nasce il fascismo». Giuseppe Longo, figlio di Luigi Longo

Il 25 aprile è la ricorrenza della Liberazione d’Italia dal nazifascismo e no, non può essere ridotta ad una festa unificata in cui commemorare tutti i caduti.

Sono state tante le persone che hanno combattuto per difendere un’ideale politico e la libertà, da Luigi Longo a Giorgio Amendola, da Ferruccio Parri a Giuseppe Saragat, ma tre sono le storie che verranno raccontate.

Tre simboli della Resistenza, tre storie cardine, tre fisionomie diverse ma ugualmente significative per la Liberazione italiana.

Sandro Pertini. «Nella vita talvolta è necessario saper lottare non solo senza paura ma anche senza speranza» (lettera alla madre, 31 ottobre 1933)

Socialista e antifascista, fu tra i primi, nel 1926, ad essere costretto all’esilio con l’avvento del fascismo. L’amico Giuseppe Saragat, con cui affrontò la prigionia nel carcere politico di Regina Coeli, lo definì un «uomo eroico», perché sembrava non temesse mai per la sua vita.

La militanza e la partecipazione politica iniziavano già prima della Prima guerra mondiale, nella quale Pertini, pur disprezzando profondamente la guerra, conobbe l’atrocità della trincea a Caporetto.

Rappresentò uno dei primi bersagli delle violenze e dei soprusi squadristi: il suo studio nella casa di Savona fu devastato diverse volte. «Sono stato bastonato perché il 1 maggio andavo in giro con una cravatta rossa. Sono stato mandato all’ospedale perché il giorno della ricorrenza della sua morte ho appeso alle mura di Savona una corona di alloro in memoria di Giacomo Matteotti. Sono stato arrestato per aver diffuso un giornale significativo sotto il barbaro dominio fascista. Ho vissuto i miei 20 anni così e non me ne pento», con queste parole Sandro Pertini ricordava non soltanto il periodo in cui il fascismo si faceva una realtà violenta e oppressiva in Italia, ma soprattutto la sua strenua lotta per la libertà.

Decise di andarsene dal Paese insieme a Turati, prima in Corsica, poi da solo a Parigi e infine a Nizza. Si ritrovò a vivere tutte le difficoltà degli esiliati e svolse qualsiasi lavoro, lavamacchine, muratore, imbianchino e comparsa cinematografica. E poi stanco e nostalgico del suo Paese tornò con dei documenti falsi.

Il 14 aprile 1929 è la data del suo arresto a Pisa: il giorno in cui avrebbe dovuto incontrare Ernesto Rossi del Partito D’Azione, per organizzare un attentato a Mussolini, venne arrestato.

Condannato a 10 anni e 9 mesi di reclusione, trascorse 14 anni tra confino e carcere, la sua detenzione all’ergastolo di Santo Stefano iniziava nel 1930. Fu recluso fino al 1935 e poi confinato a Ponza, Tremiti e Ventotene.

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Entrò nella prigione di Santo Stefano con il numero di matricola 6955: «ritorno spesso alla mia segregazione, alla cella 36. Ero solo con i miei libri, vivevo serenamente perché sapevo per quale motivo ero lì dentro».

Era lì, sull’isola di Santo Stefano. All’interno di una cella di isolamento dell’unica costruzione presente sull’isola, il carcere che fece costruire Ferdinardo IV di Borbone nel 1794 con il solo scopo di separare il più possibile i reclusi dal resto della società.

Nemmeno questo riuscì a scalfire la lotta socialista di Sandro Pertini: «il carcere era un posto di combattimento e noi eravamo caduti nelle mani del nemico. Sapevo che con la mia presenza in carcere e con la mia condotta senza cedimenti infondevo ai miei compagni in Italia e all’estero una più decisa volontà di resistere e dunque non spendevo vanamente quei giorni. Questa era la mia libertà».

Quando arriva nel carcere di Turi, a Bari, è l’unico socialista in una camerata di comunisti ed è qui che conosce Antonio Gramsci, filosofo e fondatore del Partito Comunista. Prima che Gramsci si ammali fortemente, i due antifascisti stringono un’amicizia che Pertini ricorderà per tutta la vita.

Venne trasferito dal carcere di Turi, perché malato di tubercolosi, al sanatorio giudiziario di Pianosa, dove scoprì che la madre aveva richiesto per lui la grazia a Benito Mussolini. A quel punto dopo averla minacciata di chiudere ogni rapporto con lei, in una lettera del 23 febbraio 1933 indirizzata al presidente del Tribunale Speciale scrisse: «la comunicazione che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore mi umilia profondamente. Non mi associo, quindi, a simile domanda perché sento che macchierei la mia fede politica, che più d’ogni cosa, della mia stessa vita, mi preme».

Dopo la caduta di Mussolini, Badoglio concesse la libertà a tutti i prigionieri e agli esiliati politici. Pertini era libero dopo 14 anni di isolamento. A Roma incontrò Pietro Nenni e Giuseppe Saragat per costituire il primo gruppo dirigente del rinato Partito Socialista di Unità Proletaria.

La sua libertà però durò solo qualche mese: il 18 ottobre 1943, dopo una riunione per la formazione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), fu di nuovo arrestato, stavolta insieme a Giuseppe Saragat, con loro c’era anche Pietro Nenni ma riuscì ad andarsene senza essere riconosciuto.

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini con il Senatore a vita Giuseppe Saragat durante la crisi del 4° Governo Andreotti, gennaio 1979. Fonte immagine: Wiki

Saragat e Pertini si ritrovarono nel braccio della morte, nel terzo braccio del carcere di Regina Coeli, dal quale, come dirà Giuseppe Saragat «si usciva solo per andare alla fucilazione», ma riuscirono ad evadere con altri 5 socialisti, tramite certificati falsi.

Quando il 9 settembre 1943, nel pieno caos in cui precipitò l’Italia in seguito alla fuga del re e di Badoglio, si costituiva il CLN, Pertini tornava ad essere un clandestino: diventò il rappresentante del Partito Socialista nella giunta militare che affiancava il CLN, insieme a Riccardo Bauer per il Partito D’Azione e a Giorgio Amendola per il Partito Comunista. Fu anche capo del CLN del nord Italia e con queste parole descrisse la liberazione di Milano: «un popolo che è diventato grande perché ha respirato l’aria della libertà e del socialismo».

Lontano dai giochi di partito, fu sempre un leader del popolo, l’uomo degli operai, l’uomo del fare. E lo dimostrò sia da presidente dalla Camera quando si rifiutò di firmare l’aumento degli stipendi dei parlamentari, che quando divenne presidente della Repubblica il 9 luglio 1978. In un momento storico dunque in cui l’Italia doveva redimersi agli occhi dell’Europa, perché completamente dilaniata dalla criminalità organizzata, dagli anni del terrorismo delle Brigate Rosse e della P2, divenne uno dei presidenti della Repubblica più amati dal popolo italiano, profondo osservatore e fiducioso nelle nuove generazione. Non smise mai, nelle numerosissime visite al Quirinale che organizzò per le scolaresche, nel suo invio alla lotta: ai giovani chiedeva “continuate a lottare per la libertà”.

Al suo insediamento da presidente della Repubblica riassunse così il suo impegno politico: «bisogna che la Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana. Forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo vent’anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione».

Teresa Mattei. «Io non credo agli eroismi senza paura, credo che l’unico eroismo sia di vincere la paura e di fare lo stesso quello che abbiamo deciso di fare»

16enne e già espulsa da tutti i licei di Firenze per essersi rifiutata di seguire la lezione sulla difesa della razza ariana. Insieme al fratello Gianfranco si iscrisse al Partito Comunista e insieme si spostarono a Roma per combattere la Resistenza partigiana nell’ottobre del 1943. Nome di battaglia: Chicchi.

Poco dopo aver perso il fratello, che venne arrestato e morì suicida nella sua cella per salvare il resto dei compagni arrestati con lui, fu anche lei arrestata mentre cercava di raggiungere Roma. «In una stazione della polizia a Perugia stetti ore e ore sotto le loro sevizie. Mi avevano rotto un rene con il calcio del fucile e mi avevano orrendamente violentata. Nella disperazione avevo capito che il comandante aveva detto che la mattina mi avrebbero fucilata e allora saltai giù da un muro di tre metri in piena notte e per caso, in un modo romanzesco, bussai alla porta di un convento di una chiesa e dentro questo convento c’era la più cara amica di mia madre. Mi curò un po’ e poi dopo pochi giorni riuscii ad avere un carbonaio che mi portò via».

Fonte immagine: Luini Notizie

Partecipò all’insurrezione e alla liberazione di Firenze, l’11 agosto 1944, come comandante di brigata: «era combattere casa per casa. Dovevamo seppellire i morti nel giardino, se c’era un morto tedesco lo nascondevamo. L’unica volta che ho messo un rossetto in vita mia è stata per mettere una bomba, nessuno pensava che potessi essere una gappista».

Finita la guerra, fu tra le 21 donne elette all’Assemblea Costituente e deputata PCI. Prese parte ai Gruppi di difesa della donna e successivamente del direttivo dell’UDI.

Pietro Nenni. «Senza la presenza, l’iniziativa, la partecipazione dei partigiani, senza il sangue partigiano, l’Italia sarebbe stata non soltanto un mucchio di rovine, ma un mucchio di rovine senz’anima e senza voce»

Diceva di se stesso: «nacqui animale politico». Il socialismo lo accompagnò fin dai primi anni di vita, lo definiva il «portare avanti tutti quelli che sono nati indietro».

Da bambino, all’uscita di scuola, si trovò di fronte ad un’insurrezione di operai e contadini contrapposti all’esercito che cercava di sedare la rivolta: «sentii senza che nessuno me lo spiegasse che io ero con quegli operai e con quelle donne per difendere un diritto che allora era profondamente offeso».

Gli anni del suo attivismo politico trascorsero tra scioperi, carcere ed esili. All’inizio sullo stesso fronte repubblicano e poi socialista, Nenni e Mussolini diressero lo sciopero generale di Faenza contro la guerra a Tripoli e finirono insieme in carcere. Ma mentre Mussolini si avvicinava sempre più all’idea della costituzione di un potere forte, Pietro Nenni era sempre più vicino agli ideali rivoluzionari del socialismo, ai quali aderì totalmente dopo la distruzione squadrista della redazione dell’Avanti.

Fonte immagine: Risorgimento Socialista

In seguito a diversi episodi di violenza, nel 1926 Nenni capì che l’unica alternativa al manganello o alla galera era emigrare a Parigi, insieme a Rosselli e Parri. Dalla Francia continuò la sua attività politica all’estero, cercando di far comprendere che il fascismo non era un problema solamente italiano o mediterraneo, la guerra civile di Spagna per sua stessa ammissione fu «un banco di prova per la Resistenza italiana».

Insieme alla sua famiglia prese parte alla Resistenza francese, una delle sue quattro figlie fu arrestata e portata in un campo di concentramento in Germania, dove morì.

L’8 febbraio 1943 la Gestapo arrestò anche Nenni, che venne estradato in Italia, dove scontò prima il carcere e poi l’esilio. Dopo qualche mese di confinamento a Ponza fu liberato e incontrò per l’ultima volta Mussolini «per una sorta di nemesi della storia» Nenni usciva dall’esilio a cui lo aveva costretto il duce e questo iniziava il suo per volontà del re. Fu tra le prime file per la costruzione del Comitato di Liberazione Nazionale e divenne padre costituente.

«E se i miei giorni parevano tristi dietro le sbarre è per il reato d’amore verso l’umanità»: lettera alla famiglia dal carcere di Bressanone, 10 aprile 1943.

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