L’Islam e la libertà, di Mohammad Taqi Mesbah Yazdi (Irfan Edizioni)
Mohammad Taqi Mesbah Yazdi, teologo di Qom e tra i principali sostenitori e teorici della velayat-e faqih nella sua versione più estesa, firma un testo che si presenta come introduzione alla concezione islamica della libertà. L’impostazione è quella di un trattato sistematico; ogni sezione parte da una premessa teologica o giuridica e ne sviluppa le implicazioni in modo progressivo, senza mettere in discussione le premesse stesse.
Il libro richiama il dibattito classico tra mu’taziliti, ash’ariti e jabriti sul libero arbitrio – piena autonomia dell’agire umano, azioni create da Dio e “acquisite” dall’uomo, predestinazione totale – per poi spiegare che nei tempi moderni la questione della libertà si è spostata dal piano teologico a quello giuridico e politico. Per introdurre il tema, l’autore usa l’immagine di un uomo in viaggio verso una destinazione, la perfezione: gli serve il libero arbitrio, ma sapere di essere liberi di guidare non basta, dice, serve anche conoscere il codice della strada, altrimenti la libertà si risolve in un incidente.
Il nucleo argomentativo del libro è la distinzione tra libertà negativa (da qualcosa, senza fine dato) e libertà positiva (per qualcosa, orientata alla trascendenza), una distinzione con una storia filosofica solida, che si ritrova, con esiti diversi, anche in pensatori occidentali come Isaiah Berlin. Su questa base il libro affronta anche il liberalismo e il socialismo, sostenendo che entrambi collochino l’autorealizzazione dell’individuo nella sola sfera materiale, o al più psicologica, senza toccare quella metafisica. Il socialismo, in particolare, viene criticato per puntare a soddisfare bisogni materiali che sono per natura diversi da individuo a individuo, rendendo difficile una redistribuzione uniforme. L’Islam, secondo il testo, supererebbe questa impostazione proponendo un’autorealizzazione che comprende anche la dimensione spirituale, in vista della prossimità divina.
Il punto più scoperto arriva quando il testo affronta il limite della libertà individuale. Qui l’argomento si fa netto: il limite occidentale (non nuocere agli altri) viene giudicato insufficiente, e gli si sostituisce un limite che include il bene della persona anche contro il suo consenso. È il punto in cui la tesi generale tocca terra in una conseguenza concreta e verificabile, e proprio per questo è anche il punto in cui si misura meglio cosa comporti davvero la libertà “positiva” di cui si parlava in astratto nelle pagine precedenti; non un arricchimento della libertà negativa, ma la sua subordinazione a un’autorità che ne stabilisce i confini.
Un passaggio è dedicato alla critica di posizioni intermedie, chi propone di prendere dall’Islam la legge e dall’Occidente lo spirito, o viceversa. L’autore la definisce un’incoerenza, richiamando un versetto coranico (IV, 150-151) sui miscredenti che vogliono separare Dio dai Suoi messaggeri, e non prevede vie di mezzo tra i due sistemi.
Una delle sezioni riguarda la libertà di stampa, dove il libro mette a confronto due casi reali: Roger Garaudy, condannato in Europa per un libro sulla questione ebraica, con conseguenze dirette sul suo editore tedesco, e Salman Rushdie, protetto dal governo britannico, che ne finanziò la sicurezza personale e chiese all’Iran di ritirare la fatwa. Il confronto viene usato per segnalare una differenza di trattamento tra i due casi: la negazione dell’Olocausto è reato in diversi paesi europei, mentre la blasfemia religiosa non lo è. Da questa differenza l’autore trae una conclusione: se l’Occidente applica già limiti diseguali alla libertà di espressione, allora questa non era comunque un principio assoluto, e una restrizione basata sulla legge religiosa si configurerebbe come coerente con una pratica già esistente, non come un’eccezione a un principio universale. Sulla stessa linea, l’autore sostiene che la libertà di stampa, come ogni valore, appartenga al piano del dover essere e non a quello dell’opinione pubblica, sostiene che se i valori dipendessero dai sondaggi, un giornale potrebbe scrivere ciò che vuole senza alcun vincolo.
L’autore affronta poi il tema dei mass media in generale, trattando parola, scrittura, immagine e vignetta come forme di comunicazione soggette alle stesse regole di una conversazione privata -diffamazione, pettegolezzo e accuse infondate restano vietati qualunque sia il mezzo, e l’autore chiede anzi alla stampa uno standard più alto, dato il suo raggio di diffusione più ampio.
Nel complesso, il libro espone una concezione della libertà, quella “positiva”, orientata a un fine trascendente, presente in diverse tradizioni di pensiero, islamiche e non. Il testo la sviluppa muovendosi su più piani, da quello teologico a quello giuridico e politico, fino ad arrivare a questioni concrete come la libertà di stampa, restando ancorato all’impostazione teologica e giuridica dell’autore.




