Contro l’uso politico della Costituzione, leggendo Antonio Polito
La Costituzione non è di sinistra. Suona lapalissiano; sembra quasi fuori luogo doverlo sottolineare. Eppure è proprio da questa constatazione, apparentemente ovvia, che Antonio Polito costruisce il suo ultimo saggio, edito da Silvio Berlusconi Editore. Il titolo ha il sapore della provocazione e nasce con l’intento di mettere in discussione la tendenza di una parte della sinistra a considerare la Carta costituzionale un patrimonio simbolico quasi esclusivo.
La tesi di fondo è semplice. La Costituzione del 1948 nacque dall’incontro e dallo scontro di culture politiche profondamente diverse: quella cattolica, quella liberale e quella socialista-comunista. Nessuna di esse poté imporre integralmente la propria visione; tutte furono costrette al compromesso. Per questo motivo, sostiene Polito, la Carta non può essere letta come il manifesto di una sola parte politica, ma come il punto di equilibrio tra tradizioni differenti che decisero di fondare insieme la Repubblica.
È una tesi difficilmente contestabile sul piano storico. Basta leggere i lavori dell’Assemblea Costituente per ritrovare il contributo decisivo di personalità provenienti da mondi lontanissimi fra loro, accomunate dalla volontà di evitare il ripetersi della tragedia fascista e della guerra civile. La Costituzione è, per sua natura, un compromesso alto, non il programma di un partito.
Secondo la ricostruzione proposta nel libro, sarebbe stata l’inchiesta Mani Pulite a lasciare orfana la Costituzione italiana. La fine della Prima Repubblica avrebbe infatti travolto quasi tutti i protagonisti del compromesso costituzionale, lasciando la sinistra come unica erede diretta di quella stagione politica. Da quel momento, sostiene Polito, la Costituzione avrebbe progressivamente smesso di essere percepita come terreno comune per diventare un simbolo identitario.
È difficile non riconoscere come, nel linguaggio politico italiano, la Costituzione sia stata spesso evocata più come bandiera che come testo giuridico. La sua difesa è diventata, in molti casi, una forma di appartenenza culturale, mentre il richiamo ai suoi principi è stato talvolta selettivo, privilegiando alcuni articoli e trascurandone altri. Polito insiste, ad esempio, sul fatto che accanto ai diritti vi siano anche doveri, accanto alla tutela del lavoro vi sia il riconoscimento della libertà dell’iniziativa economica e accanto alla rappresentanza parlamentare vi sia l’esigenza di assicurare governi stabili ed efficienti.
Da questa lettura discende anche una critica al modo in cui il dibattito sulle riforme costituzionali si è sviluppato negli ultimi trent’anni. Secondo Polito, molte proposte di revisione istituzionale si sono scontrate con una resistenza pregiudiziale da parte della sinistra, che le avrebbe interpretate come un attentato ai principi fondamentali della Repubblica. L’autore richiama questo schema anche a proposito delle più recenti riforme promosse dal governo Meloni, dal premierato alla separazione delle carriere nella magistratura, considerate dall’opposizione come un rischio per gli equilibri democratici.
Come osserva Polito, questo continuo gridare al lupo avrebbe finito per rallentare ogni possibile, e probabilmente necessario, processo di aggiornamento della Costituzione, che si avvicina ormai agli ottant’anni. “Lasciamo fare qualche cosa anche al legislatore futuro”, disse il democristiano Umberto Merlin, deputato dell’Assemblea Costituente. Una frase che l’autore recupera per ricordare come gli stessi padri costituenti non immaginassero la Carta come un testo immutabile, bensì come un’opera destinata a confrontarsi con il mutare della società.
Il pregio maggiore del saggio è quello di voler restituire alla Costituzione la sua natura originaria di patto comune, anziché di vessillo identitario. La Costituzione non è un testo ideologico, ma una costruzione equilibrata nella quale convivono principi che possono entrare in tensione fra loro e che richiedono un costante lavoro di interpretazione. Ridurla a un manifesto progressista o, specularmente, conservatore significa impoverirne il significato.
Anche quando il lettore non condivide alcune conclusioni dell’autore, il libro invita a un esercizio oggi sempre più raro: discutere della Carta senza trasformarla in uno strumento di legittimazione della propria parte politica.
La Costituzione non è di sinistra è un libro destinato a far discutere perché interroga il modo in cui i principi fondamentali della Repubblica vengono raccontati e utilizzati nello spazio politico. Non pretende di chiudere il dibattito; ha piuttosto il merito di riaprirlo, ricordando che la forza della Costituzione italiana risiede proprio nella sua capacità di appartenere a tutti e non soltanto a chi, di volta in volta, ritiene di esserne il più fedele interprete.




