“Tenebra”: storia, colonialismo e allucinazione in un unico romanzo
“Tenebra” di Paul Kawczak, edito da Keller editore, è uno di quei romanzi che difficilmente si possono raccontare. Riassumerne la trama sarebbe riduttivo, perché significherebbe trascurare proprio ciò che lo rende così particolare: la sua scrittura visionaria, il suo continuo oscillare tra storia, sogno e allegoria.
La vicenda prende avvio in una mattina di settembre del 1890. Pierre Claes, giovane geometra belga, lascia Léopoldville, nello Stato Indipendente del Congo, per dirigersi verso nord. Il suo compito è apparentemente semplice: tracciare i confini della colonia e porre fine alle dispute territoriale con i domini francesi. A bordo del Fiore di Burges, un piroscafo di prima generazione, risale il fiume Congo insieme ad alcuni lavoratori bantù e a Xi Xiao, un enigmatico mastro tatuatore cinese, ma soprattutto un boia capace di vivisezionare gli esseri umani mantenendoli in vita il più a lungo possibile. È una presenza inquietante e affascinante al tempo stesso, destinata a diventare centrale nella vita del protagonista. Ben presto, però, il viaggio geografico lascia spazio a un viaggio molto più profondo. La natura africana, immensa e indifferente, sembra inghiottire ogni certezza, mentre gli orrori del sistema coloniale emergono con una forza devastante. Claes parte convinto della missione civilizzatrice del proprio Paese, che lasciava “senza malinconia, gonfio, persino, di un leggero orgoglio”. Credeva “nella propria giovinezza, nel suo re. Come si può pensare, alla sua età, che il blu del cielo possa mentire?”. È una fiducia destinata a sgretolarsi pagina dopo pagina, fino a trasformarsi in una profonda malinconia dalla quale sembra impossibile riemergere.
Ma “Tenebra” è molto più del racconto delle avventure vissute dai suoi eccentrici personaggi. È un romanzo che sembra voler trascinare il lettore dentro un sogno febbrile, fatto di immagini potenti, simboli e incontri che appaiono inizialmente scollegati ma che finiscono per intrecciarsi in un disegno tanto misterioso quanto intrigante. Non sempre è facile seguire i fili degli eventi: spesso si ha la sensazione di trovarsi in un territorio sospeso, dove la logica lascia spazio alle emozioni e alle suggestioni.
Nel corso del viaggio, Claes incontra figure destinate a segnare profondamente il suo destino. La più importante è senza dubbio Xi Xiao, che da semplice compagno di spedizione diventa il suo più fedele alleato e, infine, il suo grande amore. “Il geometra non sapeva essere nient’altro che un colono belga incaricato dal re Leopoldo II di sezionare un territorio rubato. Quanto a Xi Xiao, cinese smarrito, era l’amore che lo conduceva ogni giorno tra i nugoli d’insetti, sempre più avanti nell’insopportabile afa africana”. Il loro rapporto rappresenta uno dei nuclei emotivi del romanzo, un legame he nasce in un contesto dominato dalla violenza e dalla morte, ma che riesce a conservare una struggente delicatezza. Tra gli incontri più significativi c’è anche quello con il signor Vanderdorpe, il padre adottivo che aveva abbandonato Pierre quando era ancora bambino per inseguire un amore impossibile. Anche questo episodio contribuisce a rendere il romanzo una continua riflessione sulla perdita, sul desiderio e sull’impossibilità di fuggire al proprio passato.
“Tenebra” non è un libro che offre risposte immediate, ma un’opera che chiede al lettore di lasciarsi trasportare dalla sua lingua ricca e ipnotica, accettando anche di perdersi. Ed è proprio questa la sua forza. È una lettura a tratti spiazzante, che probabilmente rivela nuovi significati a ogni rilettura. Non è un romanzo per chi cerca una narrazione lineare, ma per chi ama lasciarsi attraversare da una storia che continua a risuonare anche dopo aver voltato l’ultima pagina.




