La Strega di Marie NDiaye e il rapporto della società con il diverso
Ci sono libri che non si lasciano etichettare. La Strega di Marie NDiaye, romanzo pubblicato in Francia nel 1996 e ora disponibile in italiano grazie a Prehistorica Editore e alla traduzione di Antonella Conti, appartiene a questa categoria. Un’opera che inserisce un racconto del quotidiano all’interno della cornice del realismo magico e fantastico. Due mondi che non si intrecciano, ma che si guardano l’un l’altro, non senza dubbi e incomprensioni.
La trama
“La Strega” di Marie Ndaye, come suggerisce il titolo, è un libro che non parla propriamente di streghe e stregoneria, piuttosto se ne serve per tracciare un ritratto della società odierna, attraverso la storia di Lucie e delle sue figlie.
Lucie è una donna che ha ereditato da sua madre un dono – o, secondo lei, una condanna: la stregoneria. La sua è una famiglia benestante e, pur essendo laureata in Economia, la protagonista, moglie e madre di due gemelle, Maud e Lise, si ritrova a fare la casalinga. Lucie si sente inadeguata, poco portata per l’arte magica, troppo umana per controllarla, troppo lucida per godere dei suoi misteri e delle sue imprevedibilità: «Mi sembrava che il mio talento stesse scemando ogni giorno di più – perché, mi domandavo, non ero tagliata per essere una brava strega? Cos’era che mi mancava, la forza di volontà, la furia, la rabbia? Mi mancava, pensavo, il gusto per il potere e il disprezzo per la fatalità». Il suo potere, nel tempo, si affievolisce, con un marito che la abbandona e una madre che rinnega i suoi talenti.
Le figlie, adolescenti, affrontano il loro dono più con freddezza che con gioia. Non si tratta però di distacco, quanto di autodifesa. In un mondo che ancora teme le donne “diverse”, le figlie di Lucie imparano presto che l’invisibilità è spesso più efficace del potere. La stessa protagonista ha non poche difficoltà nel comprendere i suoi potere e gestirli all’interno di una società che stenta a comprenderli. Lei si crede una strega “fallita”, incapace di sfruttare adeguatamente i propri poteri.
L’eredità di un potere scomodo
Marie Ndaye racconta le sfaccettature di una società francese egoista e incapace di accogliere il diverso, tanto da farlo sentire inappropriato e, talvolta, sbagliato. Nel suo romanzo, la stregoneria diviene una lente deformante, che mette in discussione la normalità. La protagonista, Lucie, non è in fondo né vittima né eroina. È una donna che mostra le sue fragilità e la sua disillusione. È una strega senza vocazione, che, nella società attuale, vede i suoi poteri anormali più come una maledizione, che come un bene da valorizzare. Intorno a lei, un universo maschile che non si interroga sul diverso, ma che si ritrae dinnanzi ad esso. Lucie è combattuta: da un lato, c’è la sua voglia di coltivare i poteri magici e il talento delle figlie, dall’altro, la necessità di proteggerle da una società che distrugge tutto ciò che esula dalla normalità. La storia diviene pertanto estremamente attuale e porta il lettore a considerare l’aura magica in cui è calato il testo solo come una delle tante sfaccettature del rapporto con l’altro diverso da noi.
La tutela della riscrittura
Il romanzo di Marie Ndaye usciva nel 1996 con il titolo “La Sorcière”. Prehistorica Editore, con la traduzione di Antonella Conti, consegna al lettore l’edizione italiana del libro della scrittrice francese, inserendolo all’interno della collana “Ombre lunghe”, dedicata alla grande narrativa. La pubblicazione della traduzione del romanzo “La Strega”, nel marzo del 2025, mostra la volontà di Prehistorica Editore di dare rilievo alle grandi storie e ai grandi classici che meritano di essere riscoperti anche in Italia, “proiettando le loro ombre lunghe nel mondo di domani”. Pertanto, il lavoro effettuato dalla traduttrice Antonella Conti risulta essere estremamente prezioso, poiché si pone come punto di incontro tra diverse culture e lingue. Alla fine del libro, è presente, infatti, il logo “Translators hit human intelligence, che certifica come il lavoro di traduzione sia altrettanto “opera del genio e della sensibilità di una persona fisica”, opponendosi all’intelligenza artificiale talvolta utilizzata all’interno dell’ambito letterario e tutelando il lavoro autentico, “battuta dopo battuta”, del traduttore.




