Anatomia di una shitstorm: Il veggente d’Étampes
Jean Roscoff, uno storico specializzato nella Guerra fredda, pensionato, divorziato, alcolizzato, è il protagonista del romanzo di Abel Quentin, Il veggente d’Étampes (edizioni e/o, 2021). Roscoff è un anti-eroe, con un passato di fallimenti alle spalle e una carriera mediocre, convinto di potersi riscattare pubblicando il suo libro «Il veggente d’Étampes», dedicato a Robert Willow. Non sa che questa sua voglia di rinascita si trasformerà presto in un nuovo fallimento, ben più intenso e vorticoso. L’antieroe di Quentin (il romanzo esordisce con una dedica «Ai vecchi orsi») finisce in una shitstorm, la trappola moderna innescata dai social network, e non sa bene come uscirne.
La trama
Abel Quentin, da buon discepolo di Michel Houellebecq, propone al lettore un personaggio inacidito dall’alcol e dalle disfatte del passato, trovatosi a fronteggiare nel presente le pene del giustizialismo sociale e della gogna mediatica. Robert Willow è il protagonista del romanzo pubblicato da Jean Roscoff, comunista americano, poeta e musicista jazz, che lascia gli Stati Uniti negli anni Cinquanta per la Parigi esistenzialista di Jean-Paul Sartre. Oltre tutto questo, però, Willow è un afroamericano. Questo, Roscoff, che in adolescenza aveva militato tra le file dell’SOS Racisme, non lo specificherà mai all’interno del suo romanzo. Da questa omissione cominceranno le sventure del vecchio scrittore.
«Cera qualcosa che non mi quadrava. Qual era il crimine che avevo commesso? Pur dando per scontato i prolegomeni dell’antirazzismo moderno, quale cazzo di crimine avevo commesso, tanto da giustificare un mio sacrificio? Per l’esattezza, avevo posato uno sguardo non razzializzante sul mio soggetto, Robert Willow. L’avevo derazzializzato. Non avevo visto, non avevo voluto vedere altro in lui se non il fratello poeta, il fratello malinconico. Non avevo visto il nero. Non era questo il fine ultimo perseguito dal movimento? E quella faccenda dell’appropriazione culturale cosa aveva a che fare con me? Mica avevo saccheggiato la cultura altrui con un casco coloniale in testa».
Tutta la complessità del presente
Abel Quentin realizza sapientemente un romanzo politico, che non esita ad affrontare le mancanze del suo tempo. Il veggente d’Étampes è un libro che parla della società in cui viviamo e che tratta, in modo sardonico e provocatorio, i limiti della cancel culture e del politicamente corretto. Jean Roscoff è giustiziato dal popolo dei social per aver eliminato l’identità afroamericana del suo protagonista, Robert Willow, dall’alto della sua posizione privilegiata di maschio bianco eterosessuale, che può permettersi di ignorare la questione della razza. Roscoff tenta di difendersi richiamando il suo passato da attivista in SOS Racisme, in cui ciò che conta è l’universalismo, con tutti gli esseri umani posti in un piano di eguaglianza: il colore della pelle non assumerebbe, dunque, più rilevanza. Tuttavia, brancola nel buio. Da qui, lo scontro generazionale e politico: Roscoff viene tanto demonizzato da una parte della sinistra identitaria, quanto sfruttato ed elevato a martire dall’estrema destra del Rassemblement National. La vera lotta è, però, tra le due generazioni di antirazzisti: quella del vecchio pensionato universalista e quella del pensiero decoloniale. La mancanza di una sana dialettica tra loro porterà ad un vicolo cieco, fatto di incomprensioni e di odio.
L’identità, la libertà di espressione, il confronto generazionale e la capacità di dialogo all’interno della società sono i temi principali del romanzo di Quentin. Il libro si serve dei limiti del politicamente corretto per denunciare, di fatto, la perdita di una vera dialettica nella contemporaneità, con formule e concetti elevati a baluardi capaci di asfaltare ogni posizione giudicata errata o, peggio, noncurante. Tuttavia, nonostante il fascino del libro risieda nel presentare alcuni dei fallimenti del nostro tempo, in cui un confronto sano è annientato e annichilito dalla lucentezza accecante della bandiera delle proprie posizioni, Quentin sembra non concedere il giusto spessore e i meriti a molte delle battaglie moderne. Nel caricare eccessivamente il radicalismo dei giustizieri di Roscoff, il rischio corso da Abel Quentin è quello di concentrarsi su una narrazione fin troppo semplicistica e sarcastica di alcune battaglie contemporanee in realtà estremamente complesse e necessarie per la società stessa.




