Ritratto di un fuggitivo. Siamo tutti un po’ Pierre Loti con la voglia di evadere dalla nostra ordinarietà.
Nel libro “Pierre Loti-Ritratto di un fuggito” edito per Medhelan e scritto dalla pena sagace di Lesley Blanch, ci conduce nella vita e nella storia di uno degli autori più iconici e controversi della Francia borghese. Bhoémien, esotico e fieramente romantico, Loti, o Julien Vilaud, è stato adorato e disprezzato in egual misura dalla società francese. La sua vita è un’autentica avventura sempre volta alla ricerca della novità, che si traduca in nuovo amore, in un paese o più semplicemente in un nuovo personaggio, l’imperativo categorico dell’intera vita di Loti è stato sfuggire alle costrizioni sociali della Francia borghese, una società bigotta dove iniziavano ad emergere le ipocrisie sociali e le diseguaglianze che caratterizzeranno la metà dell’800 e nei primi anni del 900.
Loti, il fuggitivo
Il gusto del “brutto” e dell’ipocrisia” sono gli stigmi da cui Loti cercherà di fuggire per tutta la sua vita rifugiandosi verso l’affascinante splendore dell’Islam, la vita lenta orientale, dove malinconia e movimento si uniscono a colmare la sua inesausta sete di vita. Allievo brillante ed intelligente, entrò nell’École navale di Brest dove diventò ufficiale di marina ed iniziò ad affrontare la vita militare arruolato nella marina francese che lo porterà in luoghi unici come Tahiti, dove in occasione d’uno scalo scrisse Le Mariage de Loti, oppure nel 1877, in occasione di un viaggio sulla corazzata Couronne, viaggia fino ad arrivare a Costantinopoli in Turchia dove incontrò Hatice, una delle tante donne e amanti amate e ricambiate dall’ufficiale/scrittore francese da cui trarrà ispirazione per scrivere un altro romanzo, Aziyadé, una storia d’amore tra una giovane circassa che appartiene all’Harem di un dignitario turco e un ufficiale di marina inglese.
Costantinopoli, luogo di contemplazione e amore di Loti che vi ritornerà nel 1880 per abbracciare il fascino della cultura del Califfato e dell’Islam per poi gettarsi in nuove avventure e luoghi paradisiaci come il Senegal che lo ispirerà per la scrittura del romanzo “Pierre Loti”: Le Roman d’un spahi, oppure l’Islanda dove scriverà il pescatore d’Islanda. Ammirato da Henry James e da Marcel Proust, Pierre Loti, fu un’icona del suo tempo perché con i suoi romanzi ha raccontato passioni, bellezze e paesi diversi mai visitati e conosciuti dalla maggior parte della borghesia europea.

Il fascino orientale
Loti s’immerge nella cultura dei paesi che visita, con un approccio non intellettuale ma sensitivo ed istintivo permettendo così facendo di far percepire il grande fascino dell’impero ottomano e dell’Islam, dove la tolleranza si confonde con la sensualità. Le donne sono il passaggio obbligato per conoscere le altre civiltà, e rappresentano per Loti la purezza, la prima forma di contatto con un mondo nuovo, primitivo e che dovrebbe rigenerare il mondo occidentale afflitto da quell’ipocrisia e dal bigottismo.
Tutte queste sfaccettature e questo mondo emerso con la figura di Loti sono state ben catturate e riproposte a noi lettori moderni dalla sagace penna di Lesley Blanch che nella sua opera fa rivivere in tutta la sua freschezza e attualità la figura o per meglio dire il “mito” di un autore capace di raccontare mondi sconosciuti ai più nella loro purezza e passionalità, con una vena spiccata di curiosità e sincera trasgressione che porteranno Loti ad essere magnificamente odiato e amato allo stesso tempo.




