Il Maxi Gelo dell ’85
Un racconto di cronaca, politica e meteorologica.
La Penisola si imbatte in un freddo glaciale, le infrastrutture, i trasporti e i servizi (o disservizi) assopiscono le potenze europee, e non solo. Bruxelles, Parigi, Londra, anche Washington ha una temperatura percepibile che oscilla dai 10 ai 30 gradi sotto zero, il mondo, l’Italia è coperto da un manto di neve.
È il 1985, e la Nevicata Del Secolo di Arnaldo Greco, autore televisivo, e Pasquale Palmieri, insegnante di storia moderna che ha già collaborato con la casa editrice “Il Mulino”, è un libro che ci catapulta nel secolo scorso.
La Meteorologia è un chiodo fisso che accompagna i lettori per tutto il libro, una chiave di lettura che evoca tante emozioni, le pagine scorrono e chi legge indossa un paio di occhiali che evocano tante emozioni: la neve ci guida in un racconto di cronaca che ripercorre tutte le tappe più importanti della fine del secolo scorso. Il racconto di un paese in ginocchio suscita disagio, le difficoltà, che come un effetto domino seguiranno per i prossimi mesi, sono precedute dall’annuncio del colonnello Andrea Baroni, il 31
dicembre del 1984 in diretta Rai. Si comunica ai telespettatori di un riscaldamento polare nella stratosfera, nevicherà pure sull’Elba, un inverno che suona come una paralisi, la voglia di progresso di un’Italia prima repubblicana cede al fatalismo.
La neve, da sempre utilizzata nelle licenze poetiche per evocare nostalgia di tempi passati, purezza, un rifugio dalla quotidianità, come nel teatro tragico novecentistico stravolge la prospettiva, diventa un protagonista di una situazione pirandelliana, e si rende capace di passare dall’innocenza a pericolo.
Malinconico desiderio del passato, ma anche disagio, sofferenza. Leggiamo di italiani costretti a casa, mentre militari, volontari, forze dell’ordine scendono in strada a spalare mezzo metro di neve, il mondo del lavoro è in stallo, le fabbriche si svuotano, anche Berlusconi manda a casa i lavoratori ad eccezione degli studi televisivi, i servizi tv continueranno a fare compagnia a una popolazione in balia del termometro.
Roma e Milano diventano un campo di battaglia, gli editoriali si sferrano colpi a suon di vignette, i milanesi che in un primo momento hanno retto botta al freddo polare scherniscono “la tribù del Tevere”, il romano viene dipinto come un “novello Peppone”, il quale sostanzialmente non aspettava altro che la neve come ennesima scusa per tenersi lontano dal lavoro. Ma presto anche il capoluogo lombardo sarà in preda alla confusione, la neve diventerà presto oggetto di una aspra strumentalizzazione politica, l’opposizione condanna la mancata efficienza.
Il PCI non perderà occasione per rievocare la lotta di classe, il succo è che le borgate non vedono la neve come la vedono i più agiati durante la settimana bianca in montagna. Un testo che non trascura nemmeno il quadro psicosociale, le masse terrorizzate corrono nei mercati a riempire i frigoriferi di casa, i prezzi degli ortaggi impennano, e una volta costrette a casa sanno come scaldarsi: un anno dopo si registra un “baby-boom”.
Il libro offre un ripasso storico molto accurato e dettagliato, ma non è stato sicuramente questo lo scopo degli autori: il testo sembra suonare come un accusa alle rimembranze parziali, ai ricordi a metà, in un Italia odierna che non perde occasione per rievocare il passato, attanagliata dal desiderio di rivolgersi sempre alla strada già percorsa dietro le spalle, incurante degli ostacoli trovati lungo il percorso perché oramai già dimenticati.




