Gli alpinisti di Mao: conquiste tra neve e propaganda
Nel libro Gli alpinisti di Mao, edito da Corbaccio, l’autore e geografo francese Cédric Gras ci porta tra le nebbie delle alte vette asiatiche e tra le pieghe di una storia poco conosciuta eppure straordinaria: quella delle spedizioni alpinistiche organizzate dalla Cina comunista durante gli anni ’50 e ’60. Un’avventura a cavallo tra l’esplorazione geografica e la propaganda politica, dove le vette non rappresentano soltanto un traguardo sportivo, ma una dichiarazione di potere e modernità per il regime di Mao Zedong.
Gras, con il suo stile appassionato e vivace, ci racconta come la Cina, reduce da una devastante guerra civile e intenzionata a ritagliarsi un posto di rilievo nella geopolitica mondiale, si sia lanciata nell’ardua impresa di conquistare le montagne più alte del pianeta. Il focus è sulla corsa alla vetta dell’Everest (o Chomolungma, come viene chiamata dai tibetani), un simbolo chiave della rivalità tra nazioni. Ma il regime cinese aveva in mente qualcosa di più che semplice alpinismo: le spedizioni erano parte di una strategia più ampia per dimostrare la superiorità del comunismo rispetto all’Occidente.
La Cina di Mao aveva appena conquistato il Tibet, una regione strategica dal punto di vista geopolitico, e controllare le sue vette più alte assumeva un valore simbolico immenso. L’Everest, lungo la frontiera con il Nepal, era l’obiettivo supremo. Non stupisce quindi che i protagonisti di queste spedizioni fossero presentati come veri e propri “eroi del popolo”, pronti a sfidare il mondo capitalista a colpi di piccozza. Ironia della sorte, ci ricorda Gras con il suo taglio leggermente sarcastico, i cinesi non erano nemmeno i primi a voler domare l’Everest: britannici, svizzeri e nepalesi avevano già fallito più volte, lasciando un’eredità di tragedie e scontri culturali.
Uno degli aspetti più affascinanti del libro è la contraddizione che Gras evidenzia tra l’autentica passione per l’alpinismo dei protagonisti e l’influenza schiacciante della politica. Gli “alpinisti di Mao” erano al tempo stesso atleti determinati e strumenti di propaganda. Questa dualità emerge chiaramente nei racconti delle scalate: mentre alcuni membri delle spedizioni sono mossi da un genuino desiderio di superare i propri limiti e affrontare la natura selvaggia, altri non possono fare a meno di declamare slogan rivoluzionari e di esibire bandiere rosse una volta raggiunte le vette. E qui Gras, con la sua inconfondibile vena ironica, non può fare a meno di sottolineare come anche la cima più alta del mondo sia stata invasa dalle logiche del potere.
Uno degli episodi più emblematici è la conquista della vetta del Shishapangma nel 1964, l’unica montagna completamente situata all’interno dei confini cinesi. Viene presentata come una vittoria senza precedenti, ma Gras ci ricorda che, dietro la gloria ufficiale, c’erano scalatori affamati e male equipaggiati, costretti a lavorare in condizioni estreme, in linea con le direttive del regime, più interessato all’effetto mediatico che alla sicurezza della squadra.
Il libro di Gras va oltre il semplice racconto alpinistico, poiché esplora anche il contesto storico e geopolitico di queste spedizioni. La Cina di quegli anni era un paese in rapido cambiamento, ma anche profondamente instabile. Gras mette in luce le contraddizioni tra l’ideologia comunista e la dura realtà delle spedizioni: mentre i giornali di regime celebravano le imprese degli alpinisti, molti di loro morivano o subivano gravi menomazioni. La retorica del sacrificio patriottico faceva da schermo a condizioni di vita e di lavoro precarie, e le spedizioni non erano altro che un ulteriore terreno di scontro con l’Occidente.
In modo abile, Gras collega queste vicende con il contemporaneo culto della personalità di Mao, le purghe e le tensioni interne al Partito Comunista Cinese. Il leader supremo, impegnato nella Rivoluzione Culturale e nella Grande Marcia verso il comunismo, aveva bisogno di successi che distraggessero dalle sue fallimentari politiche economiche. E cosa c’è di meglio che “conquistare il cielo” per dare l’impressione di un paese inarrestabile?
Con Gli alpinisti di Mao, Cédric Gras non si limita a narrare un’avventura straordinaria, ma getta anche luce su un capitolo poco esplorato della storia contemporanea. Il suo racconto, ricco di dettagli storici e aneddoti curiosi, tiene il lettore incollato alle pagine, desideroso di scoprire come l’alpinismo sia diventato una pedina in un gioco geopolitico molto più ampio.
Ironico e coinvolgente, il libro è un viaggio affascinante per chi ama l’alpinismo, la storia e la politica. Alla fine, viene da chiedersi se gli scalatori abbiano raggiunto la vetta per se stessi o per soddisfare le ambizioni di un regime. Una lettura che offre spunti di riflessione su come anche le imprese più nobili possano essere sfruttate per scopi ideologici.




