Segreti e Lacune di Benedetta Tobagi è il libro da leggere per capire l’Italia dello stragismo
Segreti e lacune, di Benedetta Tobagi, è un libro edito da Einaudi che porta pienamente a termine il compito di un saggio dal forte interesse storico e sociale: condurre il lettore ad interessarsi, ad approfondire. Sarà che quando si parla di segreti e cunicoli sotterranei della semplice realtà illuminata dalla luce del giorno vi è sempre un interesse maggiore ad addentrarsi nella questione, a non disperdere l’attenzione. Sarà anche che la storia d’Italia è ricolma di sotto-trame che si sono dipanate al fianco del potere ufficiale. Benedetta Tobagi, figlia del giornalista Walter Tobagi, assassinato dal gruppo terroristico Brigata XXVIII nel 1980, scrittrice e conduttrice italiana specializzata nella storia dello stragismo italiano, non poteva esimersi dall’avanzare, con l’ausilio della ricostruzione storica e documentalista, negli stretti corridoi dell’Italia della fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta, consegnandoci una ricerca capace di mostrare nuovi luci su anni così bui della nostra storia repubblicana.
1977: La riforma dei servizi segreti
Il libro approfondisce, infatti, gli anni compresi tra il 1977 e i primi anni Novanta, prendendo in esame la dialettica tra magistratura, servizi segreti e potere esecutivo, in relazione alle inchieste e processi per le stragi terroristiche tra il 1969 e il 1980. A partire da questo, il saggio si muove in continuazione sull’alternanza di due questioni centrali. La prima concentra la sua attenzione sui limiti e le possibilità di un controllo politico, pubblico e democratico sui servizi segreti. La seconda pone l’interrogativo su come i limiti nella trasparenza e le vaste lacune documentali arrivino a condizionare non poco la ricostruzione storica delle vicende. Quanto quello che viene nascosto, occultato, finisca effettivamente per inficiare la visione completa dei fatti, non conoscendoli mai veramente. Dal 1977 viene avviata, infatti, la riforma dei servizi segreti, dettata dalla necessità di fissare nuove norme: dal 1949 – anno di nascita del primo servizio segreto in Italia, il Sifar – mancano dei regolamenti relativi ai servizi segreti, caratterizzati a lungo, quindi, da forti ambiguità e lacune. Come scrive Tobagi: «Il Sifar nasce quasi di nascosto, senza dibattito parlamentare, al di fuori di contesto precisamente normato». Nonostante questo, il quadro dei servizi post-riforma continua ad essere piuttosto chiaroscurale, caratterizzato da limiti e deficit strutturali. Con la scoperta delle liste (incomplete) dei nominativi dei 962 affiliati alla loggia massonica di Licio Gelli, la P2, nel marzo del 1983, l’intelligence italiana cade in un vuoto di immagine che ne impone una bonifica profonda. Dalle liste, risulta infatti che tutti i vertici dei servizi riformati erano vincolati all’obbedienza a Gelli. La loro rivelazione getta una luce sinistra su di essi, così come sul potere politico. I principali partiti che fino ad allora avevano governato l’Italia, ossia la DC e il PSI, ne escono altamente compromessi e, per la prima volta, viene affidato il compito di formare un nuovo governo ad un non democristiano: Giovanni Spadolini.
Verso una cultura della trasparenza, nel bene e nel male
In questo saggio, Tobagi esamina come organismi di intelligence, nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali, possano agire con modalità e mezzi non convenzionali, spesso, propriamente illegali. Secondo la definizione di Marx Weber da lei riportata, è da intendersi come «legale» ciò che si conforma alla legge e come «legittimo» ciò che risponde ai principi fondativi del regime politico. Talvolta, i servizi sfruttano questa legittimità per seguire le finalità dello Stato, in nome delle quali è possibile chiudere un occhio sull’effettiva legalità dei mezzi utilizzati. Il problema, approfondito a fondo da Tobagi attraverso la presentazione di casi specifici, sta nel capire e controllare ciò che è legittimo da ciò che non lo è. L’intelligence opera in una zona grigia i cui contorni non sempre vengono svelati. Ciò che denuncia Tobagi, infatti, è la mancanza di una vera e propria politica di trasparenza delle pratiche dei servizi. Tale legittimità di alcune azioni illegali intraprese nell’interesse della nazione ha generato infatti in essi una palese insofferenza nei confronti delle pretese di controllo di una magistratura, instaurando un inevitabile conflitto tra le due parti. In tal senso, l’ultimo capitolo, riservato alla gestione degli archivi, risulta particolarmente interessante. La scrittrice elenca, infatti, le diverse modalità a cui ricorrono i servizi per modellare un archivio funzionale alla propria tutela, come ad esempio l’uso mirato del disordine all’interno di essi, che li rende di fatto dei «fortini documentali» inespugnabili. Il dominio pieno e incontrollato dell’intelligence sul proprio arsenale informativo non fa che acuire sempre di più il conflitto con gli organi della magistratura, costretti a muoversi spesso tra le lacune della documentazione loro fornita. Come documenta la scrittrice, Il periodo tra gli anni Settanta e Novanta, con le inchieste relative alle stragi del terrorismo e alla P2, è stato ampiamente caratterizzato da questi rimpalli tra magistratura e intelligence, nel timore costante di questi ultimi che venissero a galla segreti indicibili.
Segreti e lacune punta ad illuminare i lati oscuri del volto dell’Italia e della gestione del potere, insistendo sulla necessità di conservare e conoscere la memoria storica del proprio negli anni dello stragismo. Nel bene e nel male. Il saggio può essere inteso, infatti, come una grande esortazione a radicare sempre di più nella società italiana una cultura basata sulla trasparenza dei propri organi istituzionali, memori degli errori compiuti nel passato. Consapevoli che tutto quello che ancora non è stato risolto nelle inchieste per stragi come quella di Piazza Fontana, della stazione di Bologna o di Piazza della Loggia, risiede nelle pieghe oscure di quegli anni, nella chiara volontà di impedire una conoscenza esaustiva dei fatti di quegli anni.




