L’impero USA in liquefazione, parola a Gianni Flamini
Siamo nel 1989 e i Metallica, per promuovere il videoclip di One, contribuiscono – anche involontariamente – a una riscoperta della pellicola “E Johnny prese il fucile”. La canzone stessa avrà un successo incredibile per Hetfield e soci e il film, diretto da Dalton Trumbo nel 1971 – che, tra l’altro, vinse il Premio della Giuria al 24° Festival di Cannes – racconta di un giovane statunitense, Joe Bonham, che viene chiamato al servizio di leva dal suo paese e inviato a combattere sul fronte francese durante la prima guerra mondiale. Durante l’ultimo giorno di guerra viene colpito da una granata, ma viene salvato per miracolo dagli alleati, che lo curano in un ospedale militare.
Giornalista da oltre quarant’anni, Gianni Flamini rievoca questo glorioso titolo per parlare delle cronache contemporanee dell’impero USA, in via di liquefazione. Sempre per Castelvecchi, Tempesta sull’Occidente. Il declino degli Stati Uniti da Trump a Biden (2021) aveva fatto luce su un impero – quello a stelle e strisce – decadente, mentre oggi, con questo nuovo contributo, ha deciso di fare luce sulle dinamiche esterne degli Stati Uniti, anche in vista delle elezioni di fine anno.
Flamini offre una cronaca ragionata degli avvenimenti che coinvolgono quello che lui definisce “l’impero americano d’Occidente”, mettendo in luce come, in politica estera, il biennio Biden non sia poi così diverso da quello del suo sfidante – nonché predecessore – Donald Trump e di come l’Unione Europea, ripiegata sulle posizioni americane, si crogioli nell’illusione di essere un giardino in mezzo alla giungla.
Con uno stile ruvido e schietto, lo scrittore analizza in sette tempi lo scenario bideniano. A partire dalle elezioni del 2020, il successivo golpe a Capitol Hill e delle problematiche di politica estera tra Kabul e Saigon, si arriva poi al momento del fact checking, con le cosiddette “nobili menzogne”, per chiudere con la più stretta attualità: il rapporto conflittuale che gli USA intrattengono con l’Ucraina di Zelensky. Per Flamini la domanda che spesso si è posto “il nonno a cui piace tanto fare la guerra” è stata “A che cosa serve possedere uno Stato se non è possibile utilizzare la sua forza militare?”.
La posizione è opinabile, di certo, in qualche maniera, provocatoria. Sperando che gli USA non si crogiolino più in atroci sofferenze, come accade nel finale allo Joe del film, evitando la prospettiva di altri lunghi anni di tormento per lui, che si traducono in sofferenza per la Nazione intera.
Siamo sicuri, però, che il ritorno di Trump non comporti, nel caso, la morte cerebrale per uno Stato già in difficoltà?




