Una tigre in casa: l’arte di Van Vechten tra gatti e indipendenza
C’è qualcosa di sospetto in un uomo che scrive 370 pagine sui gatti. Carl Van Vechten – romanziere, critico, fotografo, viveur newyorkese, confidente di Gertrude Stein, anima del Rinascimento di Harlem – non era il tipo da sprecare il proprio tempo. Eppure nel 1920 pubblica Una tigre in casa (Elliot edizioni, 2025), bibliografia di 650 titoli, tutti suoi, tutti felini.
Il libro si apre con una provocazione quasi offensiva nella sua semplicità. Dire “non mi piacciono i gatti, preferisco i cani“ equivale, secondo Van Vechten, a dire “non mi piace Dickens, preferisco Thackeray“. L’accostamento è deliberatamente insolente: chi odia i gatti non ha semplicemente un’opinione diversa ma un problema di gusto. Forse di intelligenza.
Perché il gatto, nella visione dell’autore, non è semplicemente un animale domestico. È un modello di comportamento, un ideale. Il gatto è l’unico animale che convive con l’uomo su un piano di assoluta parità, per non dire di superiorità, e lo fa alle proprie condizioni, senza mai rinunciare alla libertà, “indipendentemente dalle limitazioni dello spazio”. Si addomestica, sì, ma è una scelta, un atto di volontà. Il che lo rende, agli occhi di Van Vechten, infinitamente più interessante di qualsiasi animale che obbedisca per natura.
Un manuale di stile mascherato da zoologia
Il capitolo dedicato agli scrittori e ai gatti è forse il cuore pulsante del libro. Van Vechten sostiene che il gatto sia “essenziale nello studio dello scrittore”, e lo argomenta con una lista di autori francesi che ne erano ossessionati: Hugo, Baudelaire, Zola, Mérimée. Non è un caso che siano tutti francesi: i francesi, scrive con il tono di chi sta enunciando una legge naturale, “sembrano non poter fare a meno di questo piccolo e indipendente animale”.
Gli artigli affilati ma nascosti, le pupille capaci di dosare esattamente la quantità di luce necessaria, l’indipendenza assoluta: queste qualità, scrive, dovrebbero servire da modello per tutti i critici. È un passaggio straordinario per la sua doppiezza; in apparenza una nota zoologica, in realtà un manifesto estetico. Il buon critico, come il gatto, deve saper graffiare senza mostrare gli artigli, deve far entrare solo la luce che serve. Non deve mai, mai, obbedire a nessun padrone.
Il critico Alfred Kazin, nel 1942, scrisse con tono sprezzante che Van Vechten “ride costantemente delle sue pretese”. Aveva ragione, naturalmente. Ma aveva torto nel pensare che questo fosse un difetto.
L’ailurofobia come diagnosi sociale
Van Vechten dedica un intero capitolo agli ailurofobici – coloro che odiano i gatti – e lo fa con la serietà clinica di un medico che studia un’epidemia. Esistono persone, scrive, che svengono alla sola presenza di un gattino. Che manifestano sintomi anche quando il gatto è nascosto dietro le tende, invisibile, eppure presente. La forma più comune del disturbo, annota impassibile, “è l’attacco d’asma”.
Il tono è enciclopedico, la materia è assurda, l’effetto è comico. Ma sotto la superficie c’è qualcosa di più tagliente: chi non sopporta i gatti, nel sistema di Van Vechten, è chi non sopporta l’indipendenza altrui. Chi ha bisogno di animali e persone che obbediscano.
Il gatto anarchico e la fine delle guerre
Il libro culmina in una delle sue pagine più memorabili, dove Van Vechten abbandona quasi del tutto la maschera dell’erudito e dice chiaramente ciò che pensa. Il gatto, scrive, “non si è mai organizzato in soviet, ha sempre lavorato da solo”. E da questo trae una conclusione politica tanto bizzarra quanto logicamente ineccepibile: se gli esseri umani fossero più felini, le guerre finirebbero. Perché il gatto non combatte per nessun ideale di massa e difende i propri, personali, intrasferibili ideali, fino alla morte se necessario, ma non si fa arruolare da nessuno.
È il punto d’arrivo di tutto il libro: Van Vechten non stava scrivendo tanto di gatti quanto di libertà, e più precisamente di quella particolare forma di libertà che consiste nel dare il proprio affetto a chi lo desidera, riservandosi il diritto di negarlo a chi non si reputa degno. Una libertà che gli esseri umani, nella loro vocazione gregaria, hanno quasi completamente perduto.
Una tigre in casa è un libro che si presenta come una bizzarria erudita e si rivela, pagina dopo pagina, come una elegante e inusuale critica alla mediocrità umana.




