Il Partito Democratico ha fallito, Matteo Renzi ne è l’ennesima dimostrazione

Il Partito Democratico ha fallito, Matteo Renzi ne è l’ennesima dimostrazione

L’ultima news relativa alla scissione guidata da Renzi riguarda le modalità con cui Zingaretti ne è venuto a conoscenza. Parrebbe, in base a quanto dichiarato dal segretario del Partito Democratico, che ne sia venuto a conoscenza tramite WhatsApp, soltanto a cose fatte. Un altro colpo di Matteo Renzi, che ora può annoverare tra le cose fatte in politica ben due mosse di sinistra: la sconfitta e la scissione. Il segretario Zingaretti ha così commentato la vicenda in un’intervista a SkyTG24: «È finita la stagione degli sgambetti, degli odi, dei veti. Alla base di questo governo c’è la volontà vera e condivisa, un programma che è sintesi, e si vedono i risultati. All’ultima asta di titoli di Stato sono stati risparmiati 900 milioni di euro: i mercati hanno capito che tra le tante cose cambiate c’è il clima».

All’interno delle camere ovviamente i numeri cambiano e chi ci rimette maggiormente è il Partito Democratico. Con la nascita di Italia Viva, infatti, il PD ha perso 25 deputati alla Camera (quasi un quarto) e 13 al Senato (quasi un quinto). Dal punto di vista politico la separazione di Renzi pare, ai nostri occhi, una mossa esclusivamente politica, che non ha nulla a che vedere con idee, visioni e strategie per il Paese, ma ha a solo a che fare con la sua voglia – o forse è il caso di parlare di necessità, di ricoprire un ruolo decisionale, quanto meno influente.

La riflessione più interessante, ancor di più delle considerazioni politiche, infatti, riguarda il lato “umano” della vicenda ed ovviamente dei protagonisti, persino più di quello politico. Guardando indietro nel tempo Matteo Renzi è entrato nel PD, ha provato piano piano a scalare le gerarchie e come il miglior Julien Sorel è riuscito ad arrivare al vertice, giovanissimo. Da lì in poi, però, qualcosa è andato veramente storto, a tal punto che è riuscito a perdere qualsiasi confronto elettorale possibile, facendo nel frattempo terra bruciata intorno a lui grazie alle sue decisamente basse capacità diplomatiche. Infine è arrivato il colpo finale, la sconfitta al referendum del 4 dicembre, con cui si sarebbe dovuto ritirare dalla politica: «Andiamo via senza rimorsi, l’esperienza del mio governo finisce qui. Io ho perso, lo dico a voce alta. Non sono riuscito a portarvi alla vittoria, vorrei che foste fieri di voi stessi. Questa riforma è stata quella che abbiamo portato al voto, non siamo stati convincenti, mi dispiace, ma andiamo via senza rimorsi. Come era chiaro sin dall’inizio l’esperienza del mio governo finisce qui. Ho perso e a saltare è la mia poltrona. Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».

La sua poltrona saltò davvero, ma non era un’uscita totale. Alle successive elezioni infatti viene eletto come senatore e dopo la vittoria di Zingaretti aveva dichiarato che non avrebbe influito sulle dinamiche interne del PD, lasciando così campo aperto alla nuova direzione. In realtà sapeva benissimo che molti deputati e senatori erano suoi vicinissimi, per cui in sostanza il potere decisionale all’interno delle camere dipendeva in quantità notevole ancora da lui.

Matteo Renzi ha solo atteso, giorno dopo giorno, il momento migliore per andarsene. Nel frattempo non ha ovviamente resistito a rimanere da parte e, forte di un’attenzione mediatica ancora rilevante, seppur inspiegabile, rilasciava di tanto in tanto delle dichiarazioni su quanto avveniva all’interno del suo partito, dal quale però pareva che fosse già escluso. Infine, la fuoriuscita, con appresso i più cari (Boschi in testa, naturalmente), assicurando però di non essere affatto una mina vagante per il nuovo governo: «Non nutro alcuna rivincita e se ho fatto ciò che ho fatto è per dare una mano al Paese, non per rivendicare uno strapuntino», tuttavia sappiamo perfettamente tutti com’è andata a finire l’ultima volta che ha assicurato ad un’altra persone di “stare sereno”.

Relativamente ai sondaggi, per ora il PD si attesterebbe al 19%, con Italia Viva, il nuovo partito di Renzi, al 5%. In questo caso bisogna però tenere bene a mente quanto i sondaggi hanno sopravvalutato le capacità politiche degli ultimi scissionisti, i fondatori di LEU.

Il PD però, ha altro di che preoccuparsi ed è ben lontano dalle asettiche cifre dei sondaggi. Il problema è proprio alla base del partito ed è anche abbastanza evidente, anche se chi di dovere fa finta di non accorgersene. Il Partito Democratico ha fallito, sotto ogni punto di vista. La base del progetto era il pluralismo, consentire ovvero a diverse correnti al suo interno di dialogare in modo costruttivo al fine di creare un elemento di centro-sinistra che non lasciasse la politica in mano alle altre forze politiche, sostanzialmente al centro-destra, grande rivale al momento della nascita. Da quel momento, invece, il dialogo ed il pluralismo hanno portato solamente alla nascita di numerosi partitini che si sono poi dimostrati irrilevanti alle elezioni, ma hanno avuto la capacità di scalfire i numeri del PD. Sono cambiati numerosi segretari, sono passati gli anni e con essi anche i governi, tuttavia il fallimento del carrozzone su cui potevano salire tutti, ultima in ordine di tempo Beatrice Lorenzin, ricordiamo grande sostenitrice del Family Day e contraria alle adozioni gay, è ormai palese.

Mi piacerebbe quindi concludere con le parole illuminanti di Gianfranco Pasquino:

Sbaglia alla grande Renzi quando sostiene che nel Pd lui era un intruso. No, lui è stato il vero prodotto del Partito Democratico come lo hanno voluto i fondatori: un partito contendibile. Aperte a tutti, senza nessun impegno e senza nessun controllo, tanto le sregolate primarie (anche quelle fiorentine per il sindaco) quanto le cinque elezioni “popolari” del segretario del Partito (Veltroni, Bersani, Renzi, Renzi, Zingaretti) hanno offerto e continueranno a offrire una enorme finestra di opportunità a chiunque abbia qualche risorsa per tentare la sorte: nessun controllo, nessuna responsabilizzazione, massimo impatto, nessuna fidelizzazione.

 

 

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