Quella volta in cui a Genova l’Italia cessò di essere una democrazia

Quella volta in cui a Genova l’Italia cessò di essere una democrazia

Sono passati più di diciassette anni e non c’è ancora una spiegazione. Ammesso che qualsiasi ragione sarebbe incomprensibile. Incomprensibile perché quello che è accaduto è uno scempio, un massacro, un disastro terrificante, un’inquietante pagina buia della storia della nostra Repubblica. I fatti del G8 di Genova, Amnesty International li ha giustamente definiti “la più assurda sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la II Guerra Mondiale”. Le cariche su cortei autorizzati ed innocui, l’uccisione di Carlo Giuliani, la mattanza di Bolzaneto, la notte cilena nella scuola Diaz, non avranno mai una giustificazione, per ora non hanno avuto neanche dei colpevoli. Per la prima volta lo scorso Aprile si è parlato di una condanna a risarcimento per quanto avvenuto nella sede penitenziaria di Bolzaneto, una somma vicina ai sei milioni di euro come raccontava un articolo del nostro giornale di qualche mese fa. I giorni scorsi è apparsa definitiva anche una condanna a rimborsare 8 milioni, invece, per ciò che è successo nella Diaz. Nessuna quantità di denaro, però, basterà a saziare la sete di verità, di chi sa che i fatti di Genova sono una vergogna incommensurabile per il nostro Paese. Una cronistoria del tragico evento ci aiuterà a non accontentarci di questo simbolico risarcimento, a farci ulteriori scomode domande a cui non daremo risposta.

Era il 2000 e D’Alema, Presidente del Consiglio, fissa il G8 a Genova per il Luglio 2001. Nel frattempo cambia il governo, presiede il Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, che nomina Scajola Ministro dell’Interno. Il nuovo governo era pronto ad accogliere i grandi del mondo a Genova, per discutere di globalizzazione e di mercato comune. Gli argomenti del G8 muovevano molto l’opinione pubblica, migliaia e migliaia di manifestanti sarebbero arrivati a Genova per protesta contro un mondo che alimentava la miseria con la scusa di combatterla. Già da Maggio nelle Tv si parlava del G8, di ipotetici scontri pericolosi, di possibili attentati. I mezzi di comunicazione, effettivamente, nei mesi precedenti creavano attorno al G8 e ai suoi dimostranti un’atmosfera di tensione. Perfino la BBC trasmise un servizio in cui si diceva che le forze dell’ordine italiane avevano acquistato 200 Body Bag, i sacchi in cui vengono messi i cadaveri dei soldati. L’informazione non cessava di inasprire il clima attorno all’evento. Le Tv mostravano ai cittadini italiani nuove armi e gas con cui le forze dell’ordine li avrebbero protetti dai dimostranti. Ad alimentare questa cupa atmosfera si verificò un evento che i più arguti sapranno interpretare a dovere: un mese e mezzo prima circa della convocazione per il G8, precisamente il 5 Giugno 2001, viene ritrovato davanti Palazzo Chigi un documento dei Servizi Segreti, in cui venivano riportate delle sensazioni negative circa il prossimo avvenimento internazionale. Nello specifico si diceva che era stato un gesto incosciente affidare ad Ansolino Andreassi, un’estremista di sinistra, il comando delle operazioni di sorveglianza dell’ordine pubblico e che con molta facilità sarebbe potuto accadere che un giovane poliziotto del reparto mobile, magari inesperto o esausto,  avrebbe sparato ad un manifestante se in preda alla paura.

Aumenta, quindi, sempre di più la tensione. Undici mila uomini, tra cui un nucleo speciale antisommossa, sarebbero stati impiegati a protezione della città di Genova. Proteggere Genova, soprattutto, dai Black Block, un’associazione di anarchici, in cui si immischiavano ultras e teppisti, che si erano fatti conoscere qualche anno prima nelle manifestazione contro la guerra del Golfo, nella riunione del Fmi a Praga, come un gruppo estremamente violento. Collin Clyde, un noto esponente, diceva: “prima di noi le proteste erano terribilmente noiose”. In Italia riaffiora un clima di terrore, qualche giorno prima dell’arrivo dei leader internazionali, infatti, erano esplosi dei pacchi bomba, uno in una caserma, l’altro nella redazione del Tg4. Un’atmosfera veramente infuocata, eppure ad organizzare tutti i cortei dei manifestanti presiedeva il Genova Social Forum, un’organizzazione pacifica, che rifiutava qualsiasi tipo di violenza. La città era divisa in tre zone, due in cui era possibile far sfilare i cortei, la terza, dove si teneva il G8, era completamente blindata. Erano moltissime e diverse le persone coinvolte dal Genova Social Forum, gruppi cattolici, altri pacifisti, alcuni che protestavano per lo sfruttamento intensivo dell’Africa, altri numerosissimi manifestanti non violenti e autorizzati.

Cominciano le manifestazione, partono i cortei e Genova diventa teatro di una guerra e di assurdità, massacri tenuti dalle forze dell’ordine. I motivi? Come si diceva ad inizio articolo sono inspiegabili. La totalità dei manifestanti eccetto i Black Block, stimati essere qualche migliaia massimo, esercitavano civilmente il loro diritto a manifestare. Soltanto gli anarchici neri avevano avviato delle proteste a modo loro. Piazza Danovi è il luogo in cui s’innesca un caos che terminerà soltanto due giorni dopo. Li i Black Block, composti da autonomi cittadini italiani e molti stranieri no global, devastano la piazza. Così dal comando centrale arriva l’ordine di repressione. Nel frattempo, i devastatori si spostano verso Piazza Manin, dove ci sono i manifestanti bianchi, quelli col grado più basso di pericolosità. Sono pacifisti e tengono legalmente il loro corteo, finché vedono arrivare uomini ricoperti da indumenti e passamontagna di colore nero con un grosso cartellone con scritto “smash”, ovvero “spacca”. Con i Black Block arrivano anche camionette e molte forze dell’ordine, che, ripeto inspiegabilmente, travolgono tutti, indistintamente da quello che era il loro ruolo, quindi anche i manifestanti autorizzati attraverso il Genova Social Forum. Erano i “palmi bianchi” dell’associazione pacifista Lilliput, che sebbene alzino le mani in segno di innocenza più che di resa, sono brutalmente assaliti da polizia e carabinieri. Le tute bianche nel frattempo stavano percorrendo via Tolemaide, erano 15.000, un flusso gigantesco di persone, che si ritrova faccia a faccia con i reparti mobili, a cui era stato ordinato di raggiungere il carcere di Marassi, dove i Black Block stavano distruggendo tutto. Nonostante fosse pervenuto un invito del dottor Gaggiano a far passare le tute bianche queste si scontrano con i carabinieri, che, contro ogni prassi, erano scortati da dei defender, i quali impedirono, di fatto, una volta che la folla attaccata stava reagendo, la ritirata delle forze dell’ordine.

E’ in questo momento che avviene il primo tragico episodio dei fatti di Genova. Un gruppo esiguo di manifestanti che si trovavano dall’altro lato dei defender partì all’assalto di queste camionette, ormai rappresentanti di forze dell’ordine che assurdamente avevano attaccato civili. All’improvviso dalla mano di Mario Placanica, giovane poliziotto, partono due colpi di pistola che uccidono Carlo Giuliani. Immediatamente la situazione assume una piega diversa, un filmato ritrae il corpo del ragazzo morto accerchiato e il vicequestore Lauro che accusa un dimostrante di aver ucciso Giuliani con un sasso. Ovviamente non è andata così, non è andata neanche come decretava la sentenza del 2005 e come in tanti vollero far credere ai cittadini italiani, ai genitori del povero Giuliani. La camionetta vicino cui viene ritratto da una foto Giuliani non era immobilizzata ed isolata, come si diceva inizialmente, era vicina ad altri mezzi delle forze dell’ordine e poteva essere messa in moto, tant’è che per fuggire passa ben due volte sul corpo del giovane Carlo.

E’ soltanto il primo dei tentativi di insabbiamento che si sono verificati in quei giorni a Genova. Dopo l’omicidio del giovane Carlo, Genova Social Forum sceglie, comprensibilmente, di non cessare le manifestazioni. Il giorno successivo erano in arrivo altre migliaia di manifestanti, i cortei non potevano smettere di far sentire la propria voce. Proseguono le proteste sulla linea del giorno precedente, ma nuovamente le forze dell’ordine, nel tentativo di placare i Black Block, caricano la folla. Manifestanti regolari, che sfilavano in luoghi consentiti, sono travolti con idranti, storditi con gas lacrimogeni, percossi con manganelli, detti Tonfa, in grado di rompere letteralmente le ossa. Il motivo? Ancora in questo caso è ignoto, perché tanta violenza e volontà di repressione coatta? Molti manifestanti fuggono, altri vengono catturati, umiliati, insultati, privati delle loro macchinette fotografiche e dei rullini già utilizzati. Successivamente i dimostranti coinvolti in questa macabra operazione di mantenimento dell’ordine pubblico vengono condotti nella caserma di Bolzaneto, dove hanno luogo azioni scellerate e umiliazioni aberranti sui civili catturati, uomini e, in maniera particolare, donne. Nella sede penitenziaria di Bolzaneto era avvenuto l’impensabile, ma i fatti di Genova non terminavano qui. Le forze dell’ordine “giustificano” le loro azioni con il tentativo di reprimere le manifestazioni distruttive messe in atto dai Black Block, che, però riuscivano sempre a fuggire e far trovare manifestanti civili contro forze dell’ordine.

Nella notte prosegue la ricerca dei temibili Black Block che, infine, conduce al Liceo Sandro Pertini, meglio noto come Diaz, e alla Scuola Media Giovanni Pascoli, i cui locali erano stati adibiti a dormitorio. Come raccontano i presenti c’era un clima di serenità all’interno delle strutture e qualcuno già dormiva, quando a cavallo tra il 21 e il 22 Luglio irruppero nelle scuole reparti mobili armati di manganelli e lacrimogeni. Dentro gli edifici scolastici fu seminato il terrore e fatto scorrere un fiume di sangue. Tra le vittime di quella che fu definita “una macelleria messicana”  c’era un giornalista britannico Mark Covell che non ha mai smesso di denunciare i pesantissimi crimini commessi quella sera dalle forze dell’ordine, noncuranti di qualsiasi diritto umano.

Il giorno successivo un nuovo tentativo di insabbiamento. Le Tv trasmettono le parole di Ansolino Andreassi che descriveva l’azione delle forze dell’ordine nella Diaz come fondamentale, in quanto nell’edificio scolastico ricoveravano nuclei armati di Black Block. Venivano mostrate “armi artigianali” e due bottiglie molotov. In realtà il poliziotto Pasquale Guaglione confesserà che quelle due molotov erano state rinvenute da lui stesso la mattina in un’aiuola di Corso Italia. Non mancheranno negli anni successivi altre delucidazioni fornite in modo particolare dal vicequestore Michelangelo Fournier, sui macabri massacri della “notte cilena”.

Domenica alle ore 12 si concludeva il G8, lontano e indifferente da tutto quello che era successo. Fu soltanto il governo italiano a dover dare delle spiegazioni sui fatti di Genova, sulla carneficina inscenata dalle proprie forze dell’ordine e sui numeri da guerra al termine delle manifestazione, 1.200 feriti, 6.300 lacrimogeni e bombe gas impiegate. Mentre D’Alema denunciava una violenza di tipo fascista, Fini giudicava insindacabile l’azione delle forze dell’ordine, parlava di solidarietà ai carabinieri vittime di un linciaggio. In realtà un pesante modello repressivo era stato messo in atto contro i manifestanti; solitamente in queste occasioni si impiegano delle misure preventive, non militari come è stato per Genova. Nuovamente allora ci si potrebbe chiedere  perché sono stati introdotti dei manganelli ritenuti pericolosi quanto un’arma da fuoco, perché allo stesso modo siano stati usati Gas Cs. Non si esauriscono gli interrogativi se si pensa a quanto avvenuto a Bolzaneto o nella Diaz, e ancora ci si chiederebbe perché, se l’obiettivo delle forze dell’ordine erano i Black Block, non sono state seguite le informative della SISDE che svelavano i piani degli anarchici neri nelle giornate del 19 e del 20 Luglio. Il ruolo dei Black Block durante questa manifestazione rimane tutt’ora misteriosa. Infine, l’interrogativo più stringente è legato alla scelta di caricare manifestanti autorizzati appartenenti al Genova Social Forum.

Nel frattempo l’Italia ha metabolizzato tutto, ha ridotto il tempo di prescrizione per evitare di riaprire processi ai soggetti coinvolti, che, “ovviamente” hanno fatto carriera, com’è stato spiegato in un altro articolo di 2duerighe. Dopo il risarcimento per Bolzaneto ufficializzato ad Aprile, pochi giorni fa è arrivata la sentenza per i fatti della Diaz. Ovviamente nessuna accusa di tortura, rappresentando nel nostro paese il reato di tortura un grosso buco nell’acqua. La Corte dei Conti cita Francesco Grattieri, direttore del Servizio centrale Operativo, il vice, Gilberto Caldarozzi, il capo della Digos di Genova, Spartaco Mortola ed altri funzionari coinvolti nelle vicende legate all’ultima notte. Trai citati dall’accusa c’è anche Alfonso Sabella, all’epoca capo dell’Ispettorato del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Scavare approfonditamente all’interno delle vicende porta alla conoscenza di alcune verità che, come in questo caso, non bastano a costruire delle spiegazioni. Si possono fare soltanto supposizioni, possiamo ipotizzare che i fatti di Genova siano frutti di errori strategici, maturati in un contesto politico che voleva mandare precisi messaggi. Sarebbe, infatti, legittimo continuare a chiedersi il motivo dell’utilizzo di così cruente strategie di repressione, in alcuni casi anche inutili. Credo sia esplicative la frase di Alessandro Pillotto, sovraintendente al VI reparto mobile: “è una profezia che si adempie, quasi che i mezzi di comunicazione, la polizia, parte dei manifestanti cercavano un risultato e un risultato più o meno c’è stato”.

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