Un nuovo Qatargate all’orizzonte per il Parlamento europeo? Lo scandalo Huawei e l’attività nera delle lobby a Strasburgo
Per la seconda volta in altrettanti anni, il Parlamento europeo è stato coinvolto in un nuovo grave scandalo di corruzione.
Le autorità belghe hanno infatti sigillato due uffici in Parlamento giovedì come parte di una più ampia indagine per corruzione sulle attività di lobbying, o per meglio dire corruzione, svolte dal gigante tecnologico cinese Huawei in Europa. L’operazione ha suscitato flashback dello scandalo Qatargate del 2022, quando lo Stato del Golfo fu accusato di aver cercato di influenzare i parlamentari europei attraverso tangenti e regali al fine di “tutelare” il paese del golfo, e i suoi massicci investimenti in Europa, come partner affidabile dell’Unione evitandogli la tagliola delle sanzioni europee.
A seguito dello scandalo qatariota che ha condotto, tra l’altro, all’arresto di diversi europarlamentari, il Parlamento europeo si mobilitò per dare una risposta chiara e netta sull’affidabilità e sulla trasparenza dei suoi organi proclamando la realizzazione di misure e piani operativi per reprimere la corruzione e le pratiche scorrette di lobbying, tuttavia, a seguito dei proclami iniziali, non sono seguite iniziative concrete, anzi, il Partito popolare europeo, gruppo politico della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola, ha frenato la creazione di un organismo etico comune che avrebbe potuto, nelle intenzioni di chi progettò tale organismo, accertare e giudicare eventuali pratiche illecite condotte dagli europarlamentari.
Il PPE si è a lungo opposto alla creazione dell’organismo sostenendo che lo stesso sarebbe potuto diventare una camera disciplinare incontrollata dove “punire” gli europarlamentari non tanto per responsabilità criminose a loro attribuibili ma bensì per loro responsabilità politiche. A riprova del fatto il gruppo ha rallentato la nomina degli esperti dell’organismo e, due settimane fa, ha votato insieme ai partiti di estrema destra per eliminare i 110.000 euro stanziati per l’organismo. Eppure, è bene ricordare, che è stata la stessa Metsola, appartenente al PPE, a promuovere l’idea sulla scia dello scandalo Qatargate dell’ultimo mandato. L’organismo etico faceva parte di un piano di riforma in 14 punti lanciato dalla presidente del Parlamento nel 2023 che avrebbe compreso anche la sensibilizzazione sugli obblighi di trasparenza e sulle questioni relative ai conflitti di interesse e la formazione in materia di whistleblowing.
Lo scandalo tangenti che ha coinvolto lobbisti, assistenti ed europarlamentari
“Questo nuovo scandalo di corruzione mette ancora una volta in luce i fallimenti delle istituzioni europee nel garantire l’integrità dei rappresentanti europei e la protezione della democrazia(…) ed ancora Metsola non è riuscita a prendere le misure necessarie per rompere l’opacità che consente tali pratiche e che sono tanto alla base del Qatargate quanto nelle nuove accuse di corruzione di Huawei”, con questo parole l’europarlamentare di the left, Manon Aubry, ha commentato il nuovo scandalo tangenti.
La maxi-operazione, ordinata dalla procura federale belga è scattata alle prime ore della mattina di giovedì 11 marzo e ha condotto a perquisizioni e fermi a danno di una serie di lobbisti e dipendenti della multinazionale cinese Huawei. Lo schema operativo, secondo gli inquirenti, sarebbe stato identico a quello dello scandalo di due anni fa, ovvero, promesse di vantaggi in cambio di un’intercessione, da parte dei parlamentari, in favore degli interessi commerciali dell’azienda in Europa. Offrivano migliaia di euro, cellulari, biglietti esclusivi per partite dell’Anderlecht e altri vantaggi ad almeno 15 deputati, passati e attuali, del Parlamento europeo in cambio di una promozione nell’emiciclo di Bruxelles degli interessi di Huawei.
Al centro del caso, ci sarebbe Valerio Ottati, quarantunenne dirigente del colosso cinese che in passato avrebbe lavorato per 10 anni come assistente di almeno due eurodeputati italiani, uno dei socialisti (S&D) e uno del Partito popolare europeo (Ppe). Le accuse mosse a loro carico vanno dalla corruzione, al riciclaggio di denaro fino alla falsificazione. Le operazioni, condotte a Bruxelles ma anche in Vallonia, nelle Fiandre e in Portogallo, sono state condotte in concomitanza a 21 perquisizioni. La strategia del colosso cinese perpetrata da Ottati e dai suoi dirigenti sarebbe stata quella di “allineare” varie persone influenti all’interno del Parlamento europeo, su tutti eurodeputati e assistenti, agli interessi gli interessi di Huawei così da tutelarli.
Al momento il colosso cinese risulta regolarmente iscritta al Registro per la trasparenza dell’Unione europea, dove sono inserite tutte le aziende che partecipano dietro le quinte ai lavori di Bruxelles. Secondo il codice di condotta dei deputati al Parlamento Ue, qualsiasi regalo fatto da terzi di valore superiore a 150 euro deve essere dichiarato e inserito pubblicamente nel registro dei regali.
Tuttavia, la sua presenza all’interno del Parlamento europeo nonché la sua presenza nel mercato europeo ha destato più di un sospetto. I timori riguardanti Huawei riguarderebbero soprattutto la sua stretta interconnessione con il governo di Pechino, che così facendo, tramite l’azienda produttrice di apparecchiature tecnologiche avrebbe occhi e orecchie direttamente in Europa esponendo l’Unione e i suoi Stati membri a minacce di spionaggio da parte del Dragone. Gli inquirenti, dunque, stanno tentando di capire se gli sforzi dei lobbisti cinesi abbiano travalicato il limite della legalità sfociando in corruzione, e se dietro a queste attività di “lobby” ci sia effettivamente la mano dello Stato cinese, che tenta da lontano di influenzare le decisioni europee sul settore delle infrastrutture tecnologiche.
Il Parlamento europeo permane senza anticorpi
“Questi sviluppi evidenziano la necessità fondamentale di una solida supervisione e responsabilità”, ha dichiarato Victor Negrescu, vicepresidente del Parlamento per la trasparenza e la lotta alla corruzione, a seguito della maxi operazione condotta dalle autorità e che ha portato al fermo di quindici europarlamentari.
Con le nuove accuse di tangenti, corruzione, falsificazione di documenti e riciclaggio di denaro, si prevede che la pressione sui membri del Parlamento europeo per reprimere il lobbismo opaco aumenterà ulteriormente, ma per far ciò è necessario che la riforma dei 14 punti proposta da Metsola, e a lungo osteggiata dal PPE, diventi non più un miraggio ma una solida realtà garantendo definitivamente la trasparenza dei movimenti e degli incontri dei legislatori europei e dei gruppi di pressione.
Sebbene nuove norme sulla trasparenza per l’amministrazione del Parlamento sono in fase di adozione formale, soprattutto le norme riguardanti il personale che dovrà dichiarare gli incontri con i lobbisti e i rappresentanti di paesi terzi in una banca dati, tuttavia il pericolo è che queste norme finiscano per non riguardare tutti ma solamente una parte dell’ingranaggio democratico di Strasburgo. Infatti, dalle norme in fase di adozione sembrerebbero esentati dagli obblighi di comunicazione degli incontri tenuti il personale dei gruppi politici, che, a differenza del personale amministrativo, sarebbe tenuto a riferire delle riunioni intercorse solo su base volontaria.
Permangono quindi delle notevoli criticità sulla trasparenza delle relazioni tra decisore pubblico comunitario e gruppi di lobby che, sebbene tutti vogliano contrastare, pochi, molto pochi, sembrerebbero voler affrontare seriamente, segno che, dopotutto, va bene la responsabilità politica nei confronti dei propri elettori, ma rimane sempre più importante la responsabilità politica sui propri interessi e portafogli.




