Colonialismo verde in Palestina e la rivendicazione del legame con la propria terra
Come definito da Visualizing Palestine, il green colonialism è l’utilizzo e l’implementazione di determinate politiche o programmi che, nonostante la retorica della salvaguardia dell’ambiente e del contrasto al cambiamento climatico, danneggiano la terra e i diritti della popolazione indigena, rinforzando allo stesso tempo il controllo coloniale. Di fronte a questo tentativo di separazione e sradicamento della popolazione indigena dalla propria terra, che rientra perfettamente nel progetto coloniale-nazionale sionista, la resistenza palestinese è in ogni gesto quotidiano, è in ogni uomo, donna, bambina che si oppone con il proprio corpo all’occupazione rivendicando il diritto ad esistere, a stare e vivere sulla propria terra.
Progetti di forestazione e criminalizzazione della raccolta di piante indigene.
In Palestina Israele si serve dei parchi nazionali come strumenti per celare le rovine dei villaggi palestinesi da cui gli abitanti sono stati cacciati, impedendone il ritorno. Designa vaste porzioni di terra come “aree verdi” e riserve naturali, causando l’espulsione dei palestinesi e la demolizione delle loro abitazioni, rimpiazzate da insediamenti coloniali legittimati dallo Stato. Avvia programmi di forestazione per appropriarsi del territorio e modificarlo, negandolo alla popolazione indigena, come in Negev dove è ancora in atto il dislocamento forzato della popolazione beduina e la confisca delle loro terre a causa di un enorme progetto di piantumazione di alberi, peraltro estranei e dannosi per l’ecosistema locale. Dal 1967 le autorità israeliane hanno sradicato migliaia di olivi, piante native, e al loro posto sono state piantate specie invasive, come i pini e gli eucalipti. Alcune studiose/i hanno parlato al riguardo di Green Zionism, una forma specifica di colonialismo verde che si riferisce alle azioni controverse del governo israeliano, il quale afferma di voler tutelare l’ambiente ma le cui iniziative hanno invece l’obiettivo di colonizzare ed occupare più terra palestinese, sradicando i suoi abitanti e separandoli dalla propria terra, dalle piante, dai semi e quindi anche dalla propria storia, tradizioni, costumi. E’ un’ulteriore strumento di appropriazione del patrimonio culturale palestinese, dall’aspetto archeologico a quello culinario. A questo riguardo è emblematica la legge del 1977 che dichiara lo za’atar, erba centrale nella cucina palestinese e simbolo identitario, una pianta protetta, regolandone strettamente la raccolta fino a vietarla e criminalizzando chi non rispetta tale divieto. La stessa sorte toccò nel 2005 all’akkoub, un’altra pianta centrale nella cultura palestinese. L’applicazione della legge ha avuto un’impatto fortemente negativo sulla popolazione indigena, che da quel momento vede nella raccolta dello za’atar un gesto di resistenza e rivendicazione del legame con le proprie piante, e quindi con la propria terra ed identità. Se le motivazioni alla base dell’approvazione della legge si riferiscono ai danni ambientali causati da una eccessiva raccolta di tale pianta e da un’antica tecnica palestinese di raccolta giudicata primitiva e dannosa, peraltro senza evidenze scientifiche al riguardo, in realtà ciò che rappresenta di più un pericolo per le specie biologiche è la cementificazione, l’agricoltura intensiva e la distruzione dell’habitat promossa da iniziative “green” ed attuata dai bulldozer israeliani. Ma come detto sopra il green zionism, e quindi in questo caso la criminalizzazione dello za’atar, permette e rinforza l’appropriazione culturale insieme ad un guadagno economico dei coloni; dal momento in cui è vietato raccoglierlo, la popolazione palestinese si trova costretta spesso a comprarlo da alcuni coloni israeliani che hanno sviluppato un tipo domestico di za’atar ed investito nella sua commercializzazione, appropriandosi della conoscenza indigenza.
Un’altra idea di ambientalismo
Come scrive Ghada Sasa in “Oppressive pines: Uprooting Israeli green colonialism and implanting Palestinian A’wna “, possono essere identificati vari concetti, varie idee che ispirano la resistenza del popolo palestinese e della sua terra a questa forma di colonizzazione mascherata da ambientalismo. Ad un ambientalismo occidentale che si basa sul dualismo uomo-natura, e nel quale è compreso anche quello sionista che si presenta come il “salvatore” dell’ambiente in una terra resa deserta dalla popolazione indigena arretrata ed incivile, viene contrapposto un ambientalismo locale che si rifà ai concetti di a’wna (collaborazione, assistenza), sumud (persistenza, fermezza) e a’wda (ritorno). A’wna riconosce che, per via della profonda interconnessione, gli individui non possono davvero prosperare mentre arrecano danno – anche solo indirettamente – ad altri esseri umani o non umani. La relazione con la terra è una relazione di reciprocità, e non uno sfruttamento unilaterale. Sumud si manifesta nel rifiuto di lasciare la terra, nella scelta di restare, di esistere rivendicando la propria identità e il radicamento profondo in essa.
Questo dimostra come la lotta e la resistenza palestinese non sia solo contro un’occupazione brutale, ma vada intesa in senso più ampio come una riappropriazione di pratiche e tradizioni che sfidano la logica oppressiva del sionismo, e del colonialismo occidentale più in generale.




