Lo storytelling cucito al millimetro della Cina
Nelle guerre moderne non si sparano colpi, al massimo si lanciano video. Nella partita Trump contro il mondo, la Cina ha ben pensato di tirare fuori il ring light, smartphone in mano e spiegare al mondo che la qualità non abita più solo a Firenze o alla Fashion Week di Milano. Che il vero artigiano sta a Guangzhou. Che una Birkin da 38.000 euro (giurano) è uguale uguale ad una Made in China, stessa cucitura, stessa pelle, ma soprattutto stessi artigiani che la realizzano.
Una strategia rischiosa per i rigidi contratti tra i marchi committenti e le fabbriche terziste, ma che lavora dall’interno e lo fa passando per l’immaginario. Il Made in Italy? Una barzelletta. Secondo il produttore Wange Sen i veri custodi della qualità sono i cinesi. Si appella a quel merito tanto decantato dal Bel Paese. Lo dice attraverso Tik Tok, strumento e campo di battaglia. Insieme a lui altri influencer e produttori cinesi fanno unboxing comparativi, parlano di portafogli di Louis Vuitton a tre euro, brand come Fila e Armani, tutti a costi ridottissimi.
Fate della Cina il nuovo Ministro dell’Economia per le disuguaglianze: una Birkin a 1400 invece che i soliti 30.000 e più, non è cosa di tutti i giorni e nemmeno il suo tempismo. L’interesse cinese, però, non è difendere il cittadino medio. Se affrontare Trump di petto con i dazi al 125% è un percorso tortuoso e lento, un cavallo di Troia del soft power non dispiace. Cosa c’è di meglio di un accessorio che è molto più di una semplice borsa? D’altronde l’America a suo tempo ha scelto il cinema per entrare nei cuori e poi nelle case degli occidentali.
Il punto non è se questa contro-narrazione è efficace o meno. La Cina combatte lo stereotipo della cattiva qualità come una brutta influenza: vuole sconfiggere la mitologia del lusso italiano a suon di propaganda commerciale su piccola scala. Il motto? “Comprate da noi, è meglio”. Nulla da togliere all’Italia, ma la guerra non conosce amici, solo alleati. Tanto meno lo scontro commerciale dei dazi. Per la Cina gli alleati, o meglio, spettatori da convincere, sono l’opinione pubblica. Sembra quasi osservare un film in cui il protagonista ed eroe è il Made in China, il nemico l’America, travestito da Made In Italy.
E mentre l’Italia lavora su più fronti – ultimo gli incontri a Washington tra Meloni e Trump – e l’Europa resta ancora in panchina, la Cina ha sfoderato una concorrenza simbolica con i contro fiocchi. Pechino sarà lo stilista, la boutique e il marchio del desiderio, tutti insieme. Il Made in China ha una dichiarazione da fare e non è nei chip, ma nelle borse. C’entra il lusso, certo, ma c’è anche molto altro. Non possiamo giocare con voi sul campo economico, allora vi veniamo a cercare nel vostro armadio, magari nel vostro cibo.
Il messaggio è chiarissimo: oltre ad essere l’ennesima inversione della globalizzazione, Pechino va dritta al punto. Se ci fate la guerra commerciale, state pur certi che abbiamo imparato da voi a raccontare una storia sempre più seducente. È solo marketing dicono, è solo la Cina contro la Grande America, dicono. Ma che non riesca a convincerci.




