Mantenere pacifica la transizione della Siria sta diventando sempre più complicato
I recenti atti di violenza perpetrati nella regione costiera della Siria, rappresentano una significativa minaccia per il processo di transizione politica del Paese, iniziata dopo la caduta dell’ex Presidente Bashar al-Assad avvenuta lo scorso dicembre.
La capacità del governo ad interim di Damasco nel ristabilire la sicurezza, tenendo contemporaneamente a freno i regolamenti di conti settari, contribuirà in modo determinate sulla direzione che prenderà la riunificazione della Siria dilaniata da decenni di dittatura brutale e guerra civile.
Imboscata del 6 marzo
Il fatto al quale si fa riferimento è l’imboscata tesa lo scorso 6 marzo dalle milizie fedeli ad Assad alle forze di sicurezza del governo ad interim nella città di Jableh e in altre parti della provincia costiera di Latakia.
Il governo ha reagito inviando carri armati e supporto aereo e i combattimenti si sono estesi alle aree montuose circostanti, tradizionali roccaforti della setta alawita, ramo dell’Islam sciita i cui membri costituivano la principale base di sostegno del regime di Assad.
Mentre i combattimenti andavano avanti, si moltiplicavano anche i video sui social media, mostrando non solo atti di grande violenza, ma anche membri del nuovo esercito siriano che sganciavano barili bomba da un elicottero. Questa pratica era molto utilizzata dalle forze di Assad sui quartieri di civili durante la guerra civile.
Grossolani e imprecisi, hanno causato migliaia di vittime nel corso dei 14 anni di combattimenti tra l’ex regine e l’opposizione. Le immagini più crude che sono emerse dai combattimenti costieri sono state però quelle delle uccisioni di massa di civili, per lo più alawiti, da parte di milizie armate.
Tre giorni dopo l’inizio dei combattimenti, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito che sono stati uccisi almeno 973 civili tra attacchi ed esecuzioni individuali, anche se i numeri aumenteranno man mano che le indagini sulle violenze continueranno.
Secondo i notiziari, gli attivisti locali e una missione di inchiesta delle Nazioni Unite, molte di queste atrocità sono state commesse da milizie sunnite che hanno operato sotto l’egida del governo ad interim.
Nei combattimenti hanno anche perso la vita 231 membri delle forze di sicurezza siriane e 250 uomini armati allineati con il precedente regime.
Il 10 marzo le autorità siriane hanno annunciato la fine dell’operazione militare sulla costa e il ripristino dell’ordine. Ma il giorno seguente, migliaia di siriani erano ancora in fuga verso il Libano, nel tentativo di fuggire ai soprusi settari. Se Ahmed al-Sharaa, Presidente ad interim della Siria, ha promesso di punire tutti i membri della sua coalizione coinvolti nel l’uccisione di civili, finora non è chiaro fino a che punto si spingerà nel perseguire i responsabili.
Più nell’immediato, il massacro di civili alawiti, il bombardamento indiscriminato e i saccheggi sono tutti sviluppi preoccupanti che segnano un potenziale punto di svolta nella transizione politica del Paese. Se gli eventi di inizio marzo dovessero portare ad un conflitto su larga scala, e le violenze contro gli alawiti e altre comunità continuare, quasi certamente sarebbero la condanna della possibilità di apertura politica e sociale che molti siriani speravano dal crollo del regime di Assad.
Una svolta prevedibile
Il fatto che i combattenti inseriti nel nuovo esercito siriano e accolti come liberatori solo pochi mesi fa fossero pronti ad utilizzare la stessa violenza del precedente regime ha lasciato sotto shock molti siriani, anche perché è un segnale di quanto poco controllo abbia al-Sharaa su alcuni degli uomini su cui ha fatto affidamento per prendere il potere.
Ma era anche prevedibile. L’esercito siriano è oggi composto dalle varie fazioni armate che in precedenza costituivano l’opposizione ad Assad. Al-Sharaa ha promosso alcuni dei loro leader e concesso loro gradi militari solo pochi giorni dopo il suo arrivo trionfante a Damasco.
Da quando la milizia Hayat Tahir al-Sham del Presidente ad interim al-Sharaa, o HTS, ha preso Damasco lo scorso 8 dicembre, al-Sharaa ha passato la maggior parte del suo tempo a convincere i siriani e i dignitari stranieri che non solo lui e il suo gruppo si erano spogliati del violento passato islamista, ma che la sua leadership e le sue manovre tattiche sarebbero state sufficienti ad aprire un nuovo capitolo per la Siria.
Entrambe queste affermazioni aprono oggi molti dubbi.
Dopo gli scontri del 6 marzo, gli osservatori stranieri e i siriani parlano sempre più spesso di prevedibilità. La brutalità della dittatura di Assad, seguita dal suo crollo “pacifico”, ha lasciato ampi spazi al regolamento dei conti. Uno scontro armato con i sostenitori dell’ex regime era solo questione di tempo.
Si stima che sotto Assad, l’80% delle posizioni di alto rango nell’esercito e nelle forze di sicurezza, così come quasi tutte le posizioni nell’intelligence, fossero in mano agli alawiti. La maggior parte di questi funzionari del regime non ha trovato posto sul volo che ha portato Assad, la sua famiglia e la sua cerchia più stretta in esilio – e al sicuro – a Mosca.
Gran parte dei membri dell’intelligence di Assad sono tra i principali fautori delle violenze e torture perpetrate sui siriani prima e durante la guerra civile. Molti di essi, a differenza del personale dell’esercito, non ha cercato accordi con il nuovo governo ad interim. Pertanto, molti ex esecutori del regime sono stati lasciati a loro stessi. Quelli che non sono fuggiti in Libano o a Dubai si sono rifugiati nelle zone a maggioranza alawita di Tartus e Latakia, così come nelle campagne intorno ad Homs.

C’era da aspettarsi una loro reazione contro la nuova autorità.
Come andava prevista la violenza perpetrata su tanti civili alawiti da parte di alcuni dei combattenti allineati al nuovo governo, anche se coinvolti nel rovesciamento del regime di Assad.
Questo è l’elemento che ha messo realmente in pericolo la neonata transizione e, in alcuni settori della popolazione, ha eroso gran parte della fiducia che questi stessi combattenti si erano guadagnati cacciando il dittatore.
Poca lungimiranza in politica interna
Da quando ha assunto il ruolo di governate de facto della Siria, al-Sharaa ha passato molto tempo a corteggiare la comunità internazionale. Questi sforzi sono sicuramente molto importanti per la transizione, come per esempio la rimozione delle sanzioni, passo fondamentale per far ripartire l’economia e decisione completamente in mano alla comunità internazionale.
Ma l’attuale crisi sottolinea quanto poco si sia concentrato il Presidente ad interim nel garantire il sostegno interno e accattivarsi gruppi più ampi della società civile. Dato l’evidente pericolo che la transizione si trasformi in un nuovo conflitto settario, in particolare contro gli alawiti che costituivano la spina dorsale del regime di Assad, al-Sharaa avrebbe dovuto dedicare maggiore attenzione alle questioni responsabilità e giustizia.
Avrebbe dovuto spiegare ai siriani cosa stavano facendo le sue forze di sicurezza per catturare i sostenitori del precedente regime e fare una chiara distinzione tra loro e la più a ampia comunità alawita. Così come spiegare come il suo governo mirava a stabilire i meccanismi giudiziari a garanzia della loro responsabilità e il loro perseguimento.
Accuse agli attori stranieri
Al-Sharaa ha accusato sedicenti attori straniere per l’escalation militare delle forze pro-Assad contro le forze di sicurezza siriane. Anche se si scoprisse che gli alleati di Assad, come l’Iran o la Russia, avessero dato un sostegno materiale agli attacchi del 6 marzo, il Presidente ad interim avrebbe dovuto fare di più per evitare di cadere nelle trappole tese da questi attori esterni.
Se si possono prevedere altri attacchi sulle aree costiere alawite della Siria, questi non saranno che una delle sfide che al-Sharaa dovrà affrontare a breve termine.
Le sfide immediate
In particolare, resta da vedere come gli eventi della costa influenzeranno i tentativi di unificare le diverse milizie siriane sotto un unico esercito, in particolare quelle nelle province meridionali e nelle aree dominate dai curdi nel nord-est.
In realtà sono stati compiuti alcuni progressi. Lo scorso 10 marzo, nel bel mezzo della crisi che sta minacciando il Paese, il governo ad interim ha annunciato di aver firmato un accordo con le Forze democratiche siriane a guida curda, o SDF, per inserire i suoi combattenti nel nuovo esercito siriano e i suoi leader nelle istituzioni governative.
I cambiamenti regionali hanno incoraggiato l’SDF a muoversi verso un accordo, tra questi la decisione del gruppo militare PKK – alleato dell’SDF – di dichiarare il cessate il fuoco nella lotta contro il governo turco e il probabile ritiro degli Stati Uniti di Trump dalla Siria.
In base all’accordo, l’SDF si è impegnata a fondere tutte le sue istituzioni dí governance nel nordest della Siria con quelle delle nuove autorità di Damasco.
Dopo essere state per anni sotto il controllo semi-autonomo delle SDF, le infrastrutture critiche della regione – come aeroporti, valichi di frontiera e pozzi petroliferi – passeranno sotto l’autorità del governo centrale siriano.
L’accordo include una dichiarazione che definisce i curdi parte integrante della Siria, con stessi diritti costituzionali e di cittadinanza.
Ancora più importante la dichiarazione di cessate il fuoco nazionale, con la speranza di mettere fine ai combattimenti tra SDF ed esercito siriano appoggiato dalla Turchia. Le forze SDF migliorerebbero la capacità del governo di mantenere la sicurezza sulla costa. Ma mantenere il sostegno delle SDF e di altri gruppi dipenderà da come la Siria evolverà politicamente.
La dichiarazione costituzionale
Il 13 marzo è stat pubblicata una nuova dichiarazione costituzionale che prevede un periodo di transizione di cinque anni al termine dei quali vedrà la luce la nuova Costituzione.
Ma questa dichiarazione è vaga su dettagli chiave. Tra le altre cose conferisce al Presidente ad interim il potere esecutivo durante la fase di transizione, afferma che il Presidente della Siria deve essere musulmano e che la giurisprudenza islamica sarà la principale fonte del diritto.
Rimane vago anche il discorso sulle indagini sui crimini commessi da altri gruppi armati durante la guerra civile. La dichiarazione ha avuto una tiepida accoglienza dai siriani e in particolare dall’amministrazione autonoma curda che governa il nord-est del Paese, che ha criticato il documento dichiarandolo in contrasto con le diversità della Siria.
Nonostante parli continuamente di inclusione e partecipazione, al-Sharaa e il suo team hanno affidato quasi esclusivamente ai loro stretti alleati le posizioni chiave nel governo. Molti sono arrivati da Idlib, la provincia a nord-ovest della Siria che HTS governa da anni. Se non aumenteranno le nomine governative in base al merito piuttosto che alla lealtà, la reazione degli esclusi sarà inevitabile.
Israele e il confine meridionale
Sono ancora tante le tensioni tra le autorità centrali di Damasco e le fazioni del Paese, rendendo l’equilibrio nato dall’euforia per la cacciata di Assad molto instabile. A complicare il quadro, la crescente pressione da parte del vicino Israele.
Ancor prima della caduta del regime di Assad, le forze israeliane nel 2023 e 2024 hanno martellato la Siria con centinaia di attacchi aerei e di artiglieria, prendendo di mira principalmente i miliziani sostenuti dall’Iran e allineati con il regime.
Non appena la dittatura siriana è caduta, le truppe israeliane hanno avanzato le loro posizioni sulle alture del Golan occupate per impadronirsi di un’ulteriore porzione di territorio siriano come zona cuscinetto.
Da allora gli attacchi aerei sono quasi giornalieri. A febbraio, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha segnalato la presenza di truppe israeliane a sud di Damasco. Per non correre rischi, le autorità siriane hanno spostato alcuni carri armati e attrezzature pesanti dalle provincie meridionali.
La Siria non ha alcuna forza militare che possa minacciare seriamente Israele, e al-Sharaa non vuole scontri con il suo vicino.
Israele sta semplicemente cercando di inasprire la situazione interna della Siria per minarne la transizione pacifica. Infatti, oltre agli attacchi militari, sta cercando di stabilire legami più stretti con la comunità drusa che vive principalmente nella provincia meridionale di Suweyada, cogliendo la palla al balzo dopo piccole scaramucce avvenute tra combattenti drusi e forze di sicurezza governative.
I disordini con i drusi erano dovuti a questioni di ordine pubblico, ma le autorità israeliane sembrano desiderose di intervenire in Siria con il pretesto di proteggere le minoranze.
Gli sforzi israeliani di corteggiare le comunità druse e curde e creare dei cunei tra loro e le autorità di Damasco probabilmente continueranno nei prossimi mesi

Non solo rose rosse
Se unificare la Siria era già di per sé un lavoro titanico, il massacro indiscriminato di alawiti da parte di gruppi armati alleati a governo ha minato molto la credibilità di al-Sharaa e dei suoi uomini.
Appena una settimana dopo le violenze, i siriani hanno riaperto la stagione delle manifestazioni pacifiche, quelle stesse manifestazioni che, dopo una feroce repressione da parte del regime, si sono trasformate 14 anni fa in guerra civile e rivoluzione.
In risposta, a Damasco gli elicotteri governativi hanno simbolicamente sganciato rose rosse.
Se si voleva dimostrare che la natura del nuovo Stato emergente è molto diversa da quella della Siria di Assad, i siriani hanno bisogno di qualcosa di più tangibile che il lancio di fiori per crederci.




