L’elezione che non c’è: l’annullamento dell’elezione presidenziale rumena pone l’attenzione sulla necessità di regole chiare e di un utilizzo consapevole e responsabile dei social network
Nel giorno della celebrazione dell’Immacolata Concezione da parte dei Cristiani, in Romania il secondo turno delle elezioni presidenziali non si svolgerà per via delle accertate ingerenze russe durante la prima tornata elettorale. La Corte costituzionale rumena, a seguito dell’acquisizione dei documenti dell’intelligence desecretati mercoledì dall’attuale presidente Iohannis che hanno dimostrato un’attività sistemica “da parte di un attore Statuale estero” di interferire attraverso i canali social TikTok e Telegram, ha dichiarato nulle le elezioni del primo turno che hanno visto il candidato di estrema destra e filorusso Calin Georgescu risultare essere il candidato con il maggior numero di preferenze.
Le ingerenze russe e L’attività su TikTok e Telegram.
Non è la prima volta che ci troviamo a dover scrivere e a dover apprendere che nei paesi dell’Est Europa, contesi apertamente tra Unione europea e Federazione Russa in un oramai “conflitto” digitale, la Federazione russa, tramite il suo social network Telegram e il social network cinese Tik Tok, sistematicamente destabilizza i processi democratici dei paesi liberali agendo sul meccanismo delle elezioni attraverso il sostenimento di candidati congeniali a Mosca per la sua politica di influenza e di “aggressione” nell’area balcanica.
Finora i casi accertati di ingerenze sistemica effettuata da Mosca sui processi elettorali attraverso le piattaforme telematiche hanno riguardato tre paesi, Ucraina, Moldavia e Georgia, che pur richiedenti di aderire all’Unione non sono Stati membri; tuttavia, quello che è accaduto in Romania, paesi membro dell’Unione e paese membro della NATO, è inaccettabile e soprattutto dimostra il salto di qualità nella strategia Russa di destabilizzare e minare le fondamenta dell’Unione.
Il target russo si è innalzato con il tentativo di destabilizzare un membro cruciale dell’Unione Europea e della NATO sul fronte orientale che condivide un lungo confine con l’Ucraina. Il candidato filorusso Georgescu che ha impostato tutta la sua campagna elettorale sulla critica aperta sia nei confronti della NATO che dell’UE e impegnandosi a porre fine al sostegno rumeno all’Ucraina, se eletto, ha ricevuto più di 2 milioni di voti al primo turno della competizione, vincendo con circa il 23% in un campo di candidati, nonostante fosse quasi sconosciuto poche settimane prima.
Un risultato strabiliante per un outsider, che ha giovato di una campagna elettorale su TikTok coordinata da un gruppo Telegram, decollata due settimane prima del voto e messa in opera da “una società di marketing digitale molto efficace riconducibile alla Federazione Russa”. Infatti, la strategia per sostenere il candidato “ideale” riguardava l’elusione, delle già minime forme di controllo del social, dei post a sostegno di Georgescu che venivano postati nella categoria “intrattenimento” e non in “politica”.
Una campagna elettorale svolta con modalità simili a quella messa in atto nella vicina Moldova per le recenti elezioni presidenziali e per il referendum sull’Ue, basata sul sostegno di influencer a pagamento, reclutati da aziende intermediarie con l’obiettivo di promuovere un “candidato ideale” in cambio di 80 euro a post per ogni 20mila follower garantiti; una rete di 25mila account sulla piattaforma social ’made in China’ associata alla sua campagna, 800 dei quali esistenti dal 2016, l’anno di nascita di TikTok. Ma si sono attivati solo questo novembre.
Le indagini della Magistratura sui fiancheggiatori russi in Romania
“Le perquisizioni riguardano il possibile coinvolgimento di una persona fisica nel finanziamento illegale della campagna elettorale di un candidato alla presidenza della Romania, attraverso l’uso di somme di denaro che ci sono indicazioni che potrebbero derivare dalla commissione di reati, essendo successivamente introdotte in un processo di riciclaggio di denaro”, con questa dichiarazione i pubblici ministeri rumeni hanno giustificato l’annullamento delle elezioni e le attività di indagini volte ad accertare i fatti. Secondo i file dell’intelligence declassificati, Bodgan Peșchir, uno dei sostenitori chiave di Georgescu, sarebbe l’uomo che congiunge Mosca a Georgescu e colui che avrebbe donato 1 milione di euro, forniti da Mosca, per la campagna di Georgescu, su TikTok. Se dovesse essere accertata la relazione tra Peschir, Mosca e Georgescu dalle autorità giudiziarie rumene questo dovrebbe portare le Istituzioni europee a una seria riflessione innanzitutto sulle attività da porre in essere contro i social a tutela dei meccanismi democratici nonché sulle azioni “cyber” da intraprendere contro Mosca e i suoi fiancheggiatori europei al fine di perseguirli per assicurarli alla giustizia per reati legati alla destabilizzazione dell’ordine interno.
È necessario porre un freno alla dialettica politica sui social.
Dalle elezioni presidenziali rumene e dal relativo caos elettorale che è stato provocato dalle ingerenze russe tramite i social network, l’Unione europea e i suoi Stati membri dovrebbero prendere spunto per riflettere su nuove regole, chiare e precise, per utilizzare i social network per finalità politiche e su quanto oggi le arene digitali, per l’appunto incontrollabili e che sfuggono a ferree regolamentazioni sui contenuti politici, dovrebbero essere non utilizzate dai leader politici e dai partiti come strumenti propagandistici e di megafono delle loro attività politiche.
La dialettica politica deve riappropriarsi per l’appunto sia di regole precise e chiare che possano permettere di parlare e raccontare fatti e visioni politiche non contaminate da fake news o, come sta accadendo oramai sistematicamente, da ingerenze di attori esteri alla realtà interna; nonché di arene di discussione e di dibattito, le tribune politiche, i grandi eventi di confronto, le pagine dei giornali, dove si favorisca il confronto delle idee e delle riforme depurati dalla propaganda.
Il grande errore compiuto dai partiti e dai movimenti, trasversalmente da destra a sinistra, e a cui si deve porre rimedio affinché il sistema democratico mantenga forti i suoi anticorpi è stato quello di, tramite i social network, disintermediare la dialettica politica e di affidare alla dimensione digitale, disintermediata, il canale principale di dibattito pubblico e di manifestazione del proprio pensiero senza avere una controparte critica.
È necessario agire prendendo coscienza che oggi le destabilizzazioni politiche muovono i propri passi dalla dimensione digitale per poi ripercuotersi sulla società “reale” ed è necessario porre un attento controllo sulle piattaforme social, prevendendo innanzitutto codici di comportamento e “argomenti sensibili da trattare” e successivamente meccanismi di sanzionamento, dalla multa fino anche all’oscuramento nei casi estremi di accertate e sistematiche violazioni sulla trasparenza, per quei social che non rispecchiano i limiti minimi di accountability, di controllo dei contenuti e di monitoraggio dei “professionisti” che operano sui social, influencer, opinionisti e tiktoker.
I sistemi politici occidentali sono sotto attacco ed è ora di prenderne coscienza e reagire a questi atti di aggressione esterni con una maggiore presa di coscienza della classe politica europea e nazionale e con un adeguato impianto normativo europeo, con la rivisitazione del regolamento GDPR 2016/679, capace di reprimere le condotte malevoli che oggi imperversano sui social non occidentali.




