Il Sogno Europeo è già tramontato sui territori di Moldavia e Georgia?
A seguito dello shock provocato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa nel febbraio 2022, l’Unione Europea e ancor di più i paesi limitrofi la Federazione Russa si resero conto che l’impero russo stava rinascendo e che era finalmente pronto a ricostituire i confini della “Grande Russia Zarista” del XX secolo.
Lo scoppio dell’operazione speciale, con i carri armati e le bombe russe che devastarono il territorio Ucraino, ha fatto comprendere a Bruxelles e alle altre capitali del continente europeo che i piani di Putin e soprattutto le sue apparenti intenzioni di non ingerenza nei paesi al confine con la Federazione furono un bluff, un colpo di teatro da dare impasto agli analisti europei, per permettere allo Zar di mettere appunto i suoi piani di invasione, militari e comunicativi tramite fake news sistemiche volte alla destabilizzazione delle classi politiche anti putiniane, nonché i suoi piani economici per sostenere le sanzioni economiche che sarebbero seguite alle sue aggressioni.
Bruxelles, colta colpevolmente impreparata difronte al revanchismo Russo, è corsa ai ripari tramite l’accelerazione delle procedure di adesione dei paesi all’Unione, distorcendo tempi e procedure definite dai dettami dall’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, nei confronti dei territori limitrofi la Federazione russa quali la Moldavia la Georgia, la Bosnia Erzegovina e per l’appunto l’Ucraina. Nel marzo 2022 i suddetti paesi hanno presentato domanda di adesione all’Unione e l’allora Parlamento europeo chiese che lo status di candidato dell’UE venisse concesso all’Ucraina e alla Moldavia “senza indugio e simbolicamente” in risposta all’aggressione Russa, e alla Georgia e alla Bosnia completate le riforme necessarie.
In un discorso pronunciato nel giugno 2022, la presidente del Parlamento Europeo Roberta Matsola ribadì la necessità di far aderire all’Unione Europea quei paesi che, direttamente o indirettamente, stavamo in quel momento contrastando da soli ciò che l’Unione in ritardo non riuscì a contenere, ovvero il revisionismo russo.
“Dovremmo essere chiari che non si tratta semplicemente di un atto simbolico, questo rafforzerà l’UE e rafforzerà l’Ucraina e la Moldova. Mostrerà alla nostra gente, così come alla loro, che i nostri valori contano più della retorica. Quella speranza che può portare risultati, anche per altri Paesi che sono in attesa – quelli dei Balcani occidentali – devono vedere che la speranza si traduce in risultati. È ora”
Con queste parole la Presidente del Parlamento Europeo aprì le porte dell’Unione ai paesi dell’area balcanica rilanciando il processo di integrazione europea, che dall’ultimo allargamento del 2013 con la Croazia, ha visto un lento declino. Tuttavia, dal Consiglio Europeo nel dicembre 2023, dove i paesi dell’Unione hanno riconosciuto ufficialmente l’Ucraina e la Moldova come paesi candidati, mentre alla Georgia e alla Bosnia-Erzegovina hanno riconosciuto il ruolo di potenziali candidati all’adesione, ad oggi il percorso di questi paesi nell’adesione all’interno dell’Unione non ha visto significativi passi avanti, rilanciando così la narrativa e la politica di influenza della Russia in questi territori.
In Ucraina, dove i manifestanti rischiavano la vita per opporsi ai governi fantoccio filo-russi al fine di sottrarsi definitivamente alle grinfie dell’imperialismo russo e di aderire a un mondo alternativo, quello europeo e occidentale, a seguito del conflitto e di un rallentamento del sostegno di Bruxelles all’Ucraina, il sogno europeo sta perdendo attrattiva e capacità di fare presa su una popolazione ormai stremata e che si inizia a indignare per un sostegno maggiore dei paesi Europei che nelle parole sostengono la causa ucraina ma che nei fatti, a Kiev in questo momento le munizioni, i sistemi di difesa aerea scarseggiano, sembrano inermi rispetto all’aggressività russa.
Anche in Moldavia e in Georgia, il fronte del sogno europeo si sta incrinando e le due tornate elettorali di queste settimane stanno dimostrando le difficoltà dovute dall’immobilismo di Bruxelles.
Domenica scorsa i moldavi hanno votato in un referendum sull’opportunità di inserire l’integrazione dell’UE nella costituzione del paese, sabato invece, i georgiani voteranno in un’elezione parlamentare con un partito di governo filorusso vicino alle posizioni del Cremlino. In entrambi i casi, le votazioni hanno rappresentato per questi due paesi una scelta geopolitica tra un futuro allineato con Mosca o Bruxelles, Est o Ovest in una decisione che non molto tempo fa avrebbe favorito la scelta di Bruxelles e dei valori occidentali.
In Moldavia
Nonostante i sondaggi mostrino una considerevole maggioranza pro-UE in entrambi i paesi, questo sentimento non si è manifestato compiutamente nelle urne. Al referendum per l’adesione all’Unione il 50,4% dei voti ha premiato il sì; tuttavia, il no ad una adesione del paese all’Unione ha ottenuto il 49,6%, troppo poca netta la differenza se si considera la portata simbolica del referendum.
In Moldavia, il voto pro-Unione ha vinto con un margine minimo, infliggendo un colpo inaspettato alla sua presidente filoccidentale Maia Sandu. Denunciando il deludente risultato in Moldavia, la presidente ha denunciato le forti ingerenze, durante la campagna elettorale e la tornata elettorale di “una lotta impari” contro “forze straniere”. I funzionari moldavi, infatti, hanno stimato che la Russia, durante la campagna elettorale, abbia speso circa 100 milioni di euro per una campagna di influenza, compreso l’acquisto di circa 130.000 voti attraverso una rete oscura di delegati sostenuti da Mosca.
Non solo ingerenze dal punto di vista politico ed economico, Mosca ha messo in atto altresì una vera e propria propaganda di terrore e paura agitando lo spettro di un attacco militare, un’altra “operazione speciale”, condotta dalla regione della Transnistria nei confronti di Chisinau qualora la stessa avesse continuato nel suo progetto di avvicinamento del piccolo stato moldavo a Bruxelles.
D’altronde, l’esempio ucraino è quanto mai attuale e Mosca utilizza Kiev come monito nei confronti degli altri territori dell’ex impero zarista come strumento di soft power per bloccare ogni tentativo di allontanamento dalla sfera di influenza russa. La retorica sulla paura della guerra nelle loro case è stata sfruttata dai partiti filorussi moldavi per far sì che gli elettori ripensassero al loro desiderio di aderire all’UE, dopotutto, la promessa di sicurezza e prosperità garantita da Bruxelles è stata narrata da questi partiti come indiretta e geograficamente distante, nonostante la Romania, paese confinante con la Moldavia e membro dell’Unione europea disti solamente qualche centinaio di chilometri, mentre la possibilità di violenza e aggressione russa è stata agitata come una minaccia diretta e reale.
In Georgia
In Georgia altresì il partito filorusso di governo Sogno georgiano, responsabile dell’approvazione di una serie di misure repressive che minacciano di far pendere il paese verso Mosca e di interrompere il percorso di adesione all’Unione, risulta essere in vantaggio nei sondaggi in vista delle elezioni del 26 ottobre ed è immaginabile pensare che potrebbe ottenere la maggioranza dei voti. Come nel caso moldavo, anche a Tblisi la guerra ibrida messa in atto da Mosca, ricorrendo ad un uso massiccio di fake news sui social network come Tik Tok e Telegram, uno cinese e l’altro russo, hanno alimentato la disinformazione nell’opinione pubblica georgiana influenzando la tornata elettorale.
Il partito al governo Sogno georgiano, al pari del partito socialista moldavo, ha utilizzato la retorica della guerra e della minaccia di un conflitto con Mosca se il paese continuasse nel suo percorso di avvicinamento all’Unione europea. Così come per la Moldavia la minaccia del pugno militare russo non è ipotetica ma è reale poiché le truppe russe sono di stanza nelle regioni dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud in Georgia, a seguito della guerra del 2008 da parte delle truppe di Mosca.
La campagna elettorale è stata pertanto estremamente polarizzata sulla minaccia della violenza russa, con il partito di governo che ha messo in campo una strategia di comunicazione aggressiva in cui ha affiancato alcune fotografie delle devastazioni provocate dalla guerra in corso in Ucraina e immagini della vita “pacifica” in Georgia, alludendo al fatto che una vittoria delle forze europeiste rischierebbe di trascinare il Paese in un conflitto militare con Mosca.
Lo slogan del partito Sogno georgiano, che nei suoi poster elettorali affianca alla bandiera nazionale quella con le dodici stelle dell’Ue, è stato “Sì all’Unione europea, ma con dignità”, alludendo ad un processo di adesione della Georgia all’Unione secondo i dettami di Tblisi e non secondo Bruxelles, una condizione, che a detta dei diversi osservatori internazionali, è stata posta dal partito per proseguire apparentemente il percorso di adesione ma poi effettivamente sospendere definitivamente l’avvicinamento del paese all’Unione europea avvicinandosi a Mosca.
Nel frattempo la tensione politica è aumentata a dismisura con le proteste oceaniche dei cittadini, la cui ampia maggioranza è favorevole ad entrare nell’Unione, che lambiscono la capitale Tbilisi da almeno due anni, con il picco della violenza raggiunto la scorsa estate dopo l’approvazione definitiva della controversa “legge sugli agenti stranieri”, che ha costretto tutte le organizzazioni che ricevevano almeno un quinto dei propri finanziamenti dall’estero a registrarsi come “agenti di una potenza straniera”.
Le prossime elezioni georgiane saranno pertanto fondamentali per lo swing state caucasico proprio perché dalla vittoria o della coalizione filoeuropeista della Presidente della Repubblica Zourabichvili o del partito di governo Sogno georgiano saranno tratte le sorti dell’allineamento geopolitico dell’ex repubblica socialista caucasica.
Il gioco della disinformazione russa e la richiesta di un intervento concreto di Bruxelles
Così come accaduto nel referendum Moldavo e così come sta accadendo in Georgia per le elezioni parlamentari, Mosca per destabilizzare la retorica dei partiti filo europei e per allontanare i paesi da Bruxelles e dall’Unione Europea, ha messo in atto una sistemica pratica disinformativa sfruttando i temi sensibili per l’opinione pubblica moldava e georgiana, come la minaccia di attacco militare russo o come l’attacco al sistema valoriale dei due paesi al fine di demonizzare l’Unione e i suoi paesi membri. Di fronte a questo attacco diretto, gli esponenti dei partiti filoeuropeisti hanno chiesto all’UE di intervenire per chiarificare, attraverso uno stile di comunicazione diretto e chiaro, che l’Unione rispetta i valori dei due paesi e che sono perfettamente allineati con i suoi valori fondanti.
Bruxelles deve cambiare registro linguistico e deve far sentire la sua presenza e il suo sostegno a questi paesi, desiderosi di abbracciare l’Unione ma che tuttavia scontano l’aggressività russa, un’aggressività che deve essere affrontata con altrettanta fermezza e decisione, altrimenti Bruxelles perderà la sua credibilità incrinando, forse irrimediabilmente, la sua influenza su questi territori; un evento da scongiurare se non si vuole favorire la ricostituzione del grande impero russo alle porte dell’Europa.
In Georgia così come in Moldavia, l’Unione deve farsi sentire e deve farlo in maniera concreta come sta accadendo con il sostegno all’Ucraina, questo è il monito con il quale tanti attivisti Moldavi e Georgiani stanno avvisando l’Unione, perché è vero che i paesi stanno lottando per emanciparsi dalla retorica e dalla loro storia con Mosca, ma, tuttavia Bruxelles deve dare manifestazione che la futura storia di questi paesi, che passa per le tornate elettorali o per il sostegno alla guerra, sarà una storia europea e il loro futuro nell’Unione non è più così lontano ma che è qui ed è già presente.




