Dopo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, anche il Bahrein si riavvicina all’Iran
Il Bahrein ha mandato negli ultimi mesi diversi segnali, sia interni che diplomatici, che indicano cambiamenti significativi nella sua tradizionale linea politica.
Questi includono il rilascio di un numero senza precedenti di prigionieri, tra i quali molti considerati prigionieri politici, passi in direzione della ripresa delle relazioni con l’Iran e relazioni più strette con Russia e Cina.
I cambiamenti sembrano essere guidati dal desiderio di alleviare le tensioni settarie interne, nonché di allineare le politiche del Bahrein con quelle degli altri Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo sia sull’Iran che in vista di una strategia di “multi-allineamento” più generale, preservando al contempo le delicate relazioni (soprattutto nel campo della sicurezza) con gli Stati Uniti e Israele.
Ma, mentre queste mosse rappresentano un notevole cambiamento nell’orientamento interno e internazionale del Paese, le rendono anche vulnerabili a causa di tensioni che potrebbero far sì che il loro equilibrio precario non gli si ritorca contro.
Lo scorso aprile, poco prima della festa musulmana di Eid el-Fitr che segna la fine del Ramadan, il re Hamad bin Isa Al Khalifa ha ordinato il rilascio incondizionato di 1.584 prigionieri. Ciò ha rappresentato la più grande amnistia dalla sedazione nel 2011 – con l’assistenza dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti – dei disordini associati alle rivolte arabe.
Da allora oltre 1.000 prigionieri sono stati graziati o hanno visto le loro condanne sostituite da pene alternative non detentive.
Secondo quanto riferito, tra le persone rilasciate ci sono centinaia di prigionieri ritenuti dalle associazioni per i diritti umani locali ed internazionali prigionieri politici, anche se i veri grandi prigionieri politici del Bahrein rimangono in carcere.
I rilasci sono visti da parte della leadership del Bahrein come la dimostrazione del “lasciarsi alle spalle” gli eventi del 2011, come parte di un’agenda che negli ultimi anni ha puntato a creare una nuova identità nazionale, più laica.
Le relazioni tra Bahrein e Iran sono storicamente difficili. Il regime sunnita del Bahrein ha a lungo accusato l’Iran di aver portato alla sovversione e radicalizzato la sua maggioranza sciita. Da parte sua, l’Iran considera il Barhein parte del suo territorio. Il loro rapporto, già teso, è peggiorato ulteriormente nel 2011, quando il Bahrein ha accusato l’Iran di fomentare le manifestazioni scoppiate nell’ambito delle rivolte arabe.
Poi, nel 2016, il Bahrein, insieme all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, hanno rotto le relazioni diplomatiche con la Repubblica Islamica in seguito all’assalto all’ambasciata saudita di Teheran.
Oltre ai fattori interni che stanno dietro alle amnistie concesse negli ultimissimi tempi, queste sembrano essere anche un segnale rivolto all’Iran del desiderio da parte del Regno del Barhein di allentare le tensioni.
Lo scorso 23 maggio, poco dopo l’ufficializzazione delle amnistie, re Hamad ha ufficializzato anche la nuova posizione del Bahrein nei confronti dell’Iran durante la sua visita ufficiale a Mosca, quando ha detto al Presidente russo Vladimir Putin “abbiamo avuto problemi con l’Iran, ma ora non più. Non vediamo alcun motivo per ritardare la normalizzazione delle relazioni”.
Il Ministro degli Esteri del Bahrein Abdullatif bin Rashid Al Zayani aveva partecipato ai funerali dell’ex Presidente iraniano Ebrahim Raisi il 22 maggio, proprio il giorno prima della dichiarazione del re, e ad agosto ha partecipato all’insediamento del successore di Raisi, il Presidente Masoud Pezeshkiani.
Dall’annuncio del re, ci sono stati veloci progressi nei contatti bilaterali. Al Zayani ha incontrato il suo omologo iraniano a Teheran per il Forum di dialogo sulla cooperazione asiatica del 24 giugno scorso, segnando così la seconda visita in un mese.
Nella loro dichiarazione congiunta hanno affermato che “le due parti hanno concordato di creare i meccanismi necessari per avviare i negoziati… su come riavviare le relazioni politiche”. Prima di questa visita erano già stati avviati negoziati tra i vicegovernatori delle banche centrali delle due parti sul rilascio degli asset iraniani detenuti in Bahrein dal 2021.
Un altro incontro tra i due ministri degli Esteri si è tenuto lo scorso 21 settembre all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, ancora una volta con l’obbiettivo di “coordinare l’inizio dei colloqui sulla ripresa delle relazioni diplomatiche”.
Anche se il disgelo nelle relazioni bilaterali sia tangibile, il regime del Bahrein considera ancora Teheran e i suoi alleati sciiti come una minaccia significativa, se non vitale, per la sua sicurezza interna e nazionale.
Per questo motivo, il Bahrein fa parte di una coalizione (non promulgata) di difesa aerea/antimissilistica che si è sviluppata con gli Accordi di Abramo del 2020 – che hanno visto il Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti normalizzare le relazioni con Israele – e si è intensificata dopo che Washington nel gennaio 2021 ha aggiunto Israele alla giurisdizione del comando militare statunitense per il Medio Oriente – il Comando centrale, o CentCom – la cui principale base regionale è a Manama.
L’esistenza di questa coalizione si è manifestata nella stretta collaborazione regionale che ha portato all’intercettazione dell’attacco missilistico e di droni iraniani contro Israele a metà dello scorso aprile.
Secondo testimonianze, il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano avrebbe visitato la base del CentCom a Manama e incontrato i suoi omologhi arabi lo scorso giugno.
Alla luce dei fatti degli ultimissimi tempi, tutto questo resiste in un gioco di precario equilibrio.
È possibile che Manama abbia acquisito più fiducia in sé stessa, necessaria per essere più incisiva riguardo alle relazioni con l’Iran, dopo aver firmato un accordo globale di integrazione e prosperità della sicurezza, o C-SIPA, con gli Stati Uniti nel settembre del 2023.
L’accordo amplia la cooperazione militare, securitaria, tecnologica, economica e scientifica delle due parti e include un dialogo sul rafforzamento dell’integrazione dei “sistemi difensivi e delle capacità di deterrenza delle parti, in particolare in campo marittimo ed aereo”. Stabilisce che “qualsiasi aggressione esterna o minaccia di aggressione esterna contro la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di una qualsiasi delle Parti sarà una questione di grave preoccupazione per le altre Parti”, innescando consultazioni ad alto livello riguardanti “adeguate risposte di difesa e deterrenti”.
Sebbene l’accordo non sia un trattato, che richiederebbe la ratifica del Senato, un funzionario degli Stati Uniti ha sottolineato che si tratta di un impegno “legalmente vincolante” che ha lo scopo di scoraggiare il conflitto in Medio Oriente.
Forse, per questo motivo, il Bahrein è stato l’unico Stato arabo ad aderire apertamente all’Operazione Prosperity Guardian guidata dagli Stati Uniti, volta a proteggere le navi del Mar Rosso dagli attacchi degli Houti appoggiati dall’Iran nello Yemen.
Dopo la prima riunione del gruppo di lavoro C-SIPA a luglio, la lettura degli Stati Uniti ha affermato che le due parti “hanno condiviso le loro prospettive su questioni critiche di sicurezza regionale, comprese le azioni destabilizzanti dell’Iran e dei suoi mandatari regionali, Houti inclusi”.
Il Barhein diventa ora l’ultimo Stato del GCC ad iniziare il riavvicinamento con l’Iran dopo gli Emirati Arabi Uniti che lo hanno fatto nell’agosto del 2022, seguiti dall’Arabia Saudita nel marzo 2023.
Probabilmente Manama non voleva rimanere isolata e i suoi due alleati del Golfo potrebbero averla incoraggiata a seguire le loro orme.
Il fatto che re Hamad abbia annunciato il nuovo orientamento del Bahrein nei confronti dell’Iran a Mosca, durante l’incontro con Putin, mostra i suoi sforzi nell’adottare una politica estera basata sullo stesso tipo di strategia multi-allineamento a lungo utilizzata da Riyadh e Abu Dhabi.
Senza abbandonare gli stretti legami strategici con Washington, il Bahrein si sta “dedicando con cura” alle relazioni con la Russia e, in particolare, con la Cina.
In occasione di un incontro con il Presidente cinese XI Jinping durante la visita del Re in Cina nel maggio del 2024, le due parti hanno concordato di elevare le relazioni bilaterali a una “partnership strategica globale”, facendo eco al linguaggio del C-SISPA usato dal Bahrein e Washington.
Non è chiaro quali siano i principali benefici che le relazioni con la Russia e con la Cina possono portare al Bahrein, a parte un certo grado di diversificazione geostrategica.
Mosca e Pechino invece sono sempre pronte ad approfondire – anche superficialmente – le relazioni con gli alleati degli Stati Uniti.
Entrambe hanno anche influenza sull’Iran, un vantaggio significativo per il Bahrein che cerca una triangolazione tra Israele, Stati Uniti e Iran, in un momento di crisi regionale in continua intensificazione.
Il Bahrein fa pochi scambi commerciali con la Russia e la sua piccola economia ha poco da offrire a quella della Russia. Il suo commercio con la Cina è più robusto, anche se molto orientato verso le importazioni, e se Manama potrebbe essere interessata ad aumentare gli investimenti e il turismo cinese, può offrire ben poco rispetto ai suoi partner più grandi del GCC.
Guardando al futuro, gli osservatori pensano che il regime del Bahrein procederà lentamente e con cautela sulla strada dei cambiamenti appena intrapresa, sia sul fronte interno che su quello internazionale.
La natura del regime, protezionistico e privilegio di un circolo chiuso sul tipo “azienda di famiglia, abbinata alle dinamiche settarie interne del Barhein, influiscono fortemente sull’improbabile rapida e significativa apertura interna.
Questi fattori interni, così come la natura ancora instabile delle relazioni con l’Iran, dettano i limiti stretti nei quali ci si muova per una qualsiasi distensione con Teheran. La stretta relazione militare con gli Stati Uniti – il Bahrein ospita 9.000 soldati americani – che è chiaramente rivolta contro l’Iran e i suoi alleati condizionano il miglioramento significativo delle relazioni.
Anche le relazioni diplomatiche del Bahrein e, secondo quanto riferito, la significativa cooperazione militare e securitaria con Israele sono fattori limitanti.
Il Bahrein è stato critico nei confronti della condotta israeliana della guerra a Gaza nell’ultimo anno e ha rallentato le relazioni sin dall’inizio.
La solidarietà popolare e l’empatia con la sofferenza umanitaria dei palestinesi a Gaza acuiscono le divisioni settarie in Bahrein, e le relazioni normalizzate con Israele sono profondamente impopolari.
Tuttavia, le relazioni bilaterali non sono state declassate ed è altamente improbabile che la famiglia reale intenda farlo. Mentre i principali interessi economici ed energetici dell’Iran nei confronti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita hanno finora portato Teheran ad ignorare le loro relazioni con Israele e continuare a migliorare i rapporti con loro, le limitate opportunità economiche in Bernein significano che c’è poco margine per mitigare le tensioni che possono nascere dal mantenimento dei rapporti tra il Bahrein e Israele.
Tutti questi cambiamenti sono in fase embrionale, provvisoria e soggetti a colpi di scena, svolte e capovolgimenti, soprattutto considerando la natura estremamente ristretta del processo decisionale del regno.
Ciononostante, esse si fondono per segnare un allentamento delle politiche protezionistiche rigidamente mantenute per decenni, portando ad un cambio di rilievo in patria, nel Golfo e nel mondo.




